In Italia, troppo poche le terapie intensive pediatriche

Una lacuna irrisolta.

pediatria e terapia
Terapia di emergenza in ambito pediatrico, in Italia sono troppo poche.

La terapia intensiva pediatrica non è un reparto come gli altri, ma è del tutto particolare, in quanto si cerca di conciliare quella che risulta essere la costante attenzione necessaria per dare assistenza intensiva con quelli che sono i bisogni naturali dei piccoli pazienti.

In questi reparti, accanto ad ogni lettino sono presenti tutte le apparecchiature e le strumentazioni necessarie per mantenere in vita i piccoli pazienti, tra cui quelle che occorrono per misurare i parametri vitali del loro organismo in maniera costante.

 

Inoltre, in questi reparti viene data grande importanza alla presenza dei genitori, che possono restare accanto ai loro figli, ma comunque in caso di assenza degli stessi genitori, sono sempre presenti, giorno e notte, infermieri e medici che tengono monitorata la situazione costantemente.

 

Un ruolo fondamentale e molto delicato in questi reparti è proprio quello che rivestono gli infermieri e i medici che, con il loro lavoro di squadra mettono a punto le strategie di cura con un confronto quotidiano e costante e con la collaborazione anche dei genitori dei piccoli ricoverati, sempre allo scopo di ridurre al minimo dolore, paure ed ansia dei pazienti.

 

Italia, terapie intensive pediatriche pressoché assenti

Nonostante la fondamentale importanza che rivestono, le terapie intensive pediatriche in Italia sono scarse.

Ad affermarlo al 76° Congresso della Sip (Società Italiana Pediatria) è stato Rinaldo Zanini, ex direttore del Dipartimento Materno infantile dell’ospedale di Lecco. Dai dati raccolti da Zanini, in Italia sono presenti 23 terapie intensive pediatriche con un totale di 202 posti letto, con una media di 3 posti letto per milione di abitanti contro la media europea pari a 8.

Questi reparti, in genere, sono di piccole dimensioni e dislocati in modo disomogeneo sul territorio nazionale. Inoltre, tali reparti non sono identificabili perché manca un codice identificativo, come invece esiste per tutte le altre branche della medicina.

I dati emersi non sono affatto confortanti, se si pensa che in alcune regioni non vi sono posti letto per le terapie intensive pediatriche come accade in Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Umbria, Abruzzo, Sardegna Molise e Basilicata.

Invece, sarebbe opportuno creare delle unità specifiche per bambini, in quanto risulta che l’assistenza dedicata sia vantaggiosa per una prognosi migliore rispetto ad un’assistenza in reparti di terapia intensiva per adulti.

Uno dei principali motivi per cui le terapie intensive pediatriche danno migliori prognosi è da ricercarsi nella specificità delle strumentazioni e delle competenze mediche.

In conclusione, Zanini afferma che la soluzione migliore per ovviare a questa carenza di reparti di terapia intensiva pediatrica è di rivedere i modelli esistenti, con una ridefinizione del classico modello hub & spoke, in modo che negli ospedali più piccoli presenti sul territorio (spoke), vi siano le capacità e le conoscenze mediche necessarie per intercettare le varie criticità in modo da poter indirizzare, qualora fosse richiesto dal caso specifico, i piccoli pazienti presso le strutture di terapia intensiva pediatrica presenti negli ospedali di grandi dimensioni (hub).

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