Qualche tempo fa – eravamo in Ottobre – analizzando i possibili scenari per l’Inverno ci siamo soffermati su un indicatore spesso sottovalutato: la copertura nevosa della Siberia. Un dettaglio che sembra lontanissimo da noi, e invece no, ci riguarda da vicino.
Quella copertura nevosa, in Autunno, viene passata ai raggi X dai centri di ricerca perché aiuta a capire quanto può essere potente l’Anticiclone Russo-Siberiano. E quest’anno, lo ricordiamo, i dati parlavano chiaro: estensione notevole e soprattutto precoce. Non è solo una curiosità: diversi studi mostrano una correlazione tra un manto nevoso così esteso e i successivi disturbi al Vortice Polare. Insomma, quando la neve in Siberia corre veloce, da qualche parte, più in alto, qualcosa inizia a scricchiolare.
Vale la pena ricordarlo: i disturbi stratosferici nascono nella troposfera, si propagano verso l’alto sotto forma di flussi di calore e sono spesso legati a possenti strutture anticicloniche. Di solito sono tre quelle che contano davvero: l’anticiclone del Pacifico, l’anticiclone delle Azzorre e l’Anticiclone Russo-Siberiano. Queste “cupole” di alta pressione generano le famose onde planetarie, capaci di deformare e piegare il flusso delle correnti atmosferiche fino a mettere in crisi, a volte, lo stesso Vortice Polare.
Quando l’Anticiclone Russo-Siberiano decide di allungarsi verso ovest, anche solo temporaneamente, l’aria gelida accumulata nelle sterminate pianure siberiane può mettersi in viaggio verso l’Europa. È allora che scattano le grandi ondate di gelo, quelle di cui si parla ancora anni dopo. Non è un film che va in onda ogni Inverno, tutt’altro: per arrivare a questo quadro servono incastri molto precisi, un mosaico atmosferico che raramente si compone alla perfezione.
Uno di questi tasselli è il forte indebolimento del Vortice Polare, o addirittura la sua rottura, il cosiddetto “split”. In quei momenti i venti zonali possono invertire il proprio andamento e aprire corridoi insospettabili, permettendo all’aria gelida di scivolare verso ovest. In pratica, ciò che normalmente resta confinato alle alte latitudini trova un’autostrada verso i nostri settori.
In Europa è un copione che si realizza con una certa facilità, in Italia un po’ meno: serve sempre quel pizzico di allineamento in più tra oceano, continente e pattern emisferici (AO, NAO e compagnia). Quest’anno, però, i presupposti per un’azione più incisiva non mancano e non è escluso che qualcosa possa muoversi già a Dicembre. Un Inverno che, per una volta, potrebbe davvero “farci vedere i muscoli” con un evento a tempi di ritorno lunghi, non certo annuali.
Da noi, di solito, questi episodi hanno cadenza decennale o addirittura ultra-decennale. L’ultima vera irruzione gelida di origine siberiana capace di raggiungere l’Italia risale al Febbraio 2012. Ce lo ricordiamo tutti: città imbiancate dove raramente nevica, traffico in tilt, paesaggi trasformati nel giro di poche ore. Chissà che quest’Inverno non tocchi di nuovo a noi; non perché si debba per forza “tifare gelo” – sarebbe una situazione meteo-climatica estrema e in molti casi scomoda – ma perché, nel ventaglio delle possibili configurazioni invernali, questa soluzione c’è e va tenuta sul tavolo.
Per ora non possiamo fare altro che osservare, giorno dopo giorno, l’evoluzione dei modelli e degli indici atmosferici. Da qui all’Immacolata potremmo già ricevere segnali più chiari: un cambiamento nella circolazione, qualche conferma in più dalle elaborazioni ECMWF e NOAA, magari un primo tentativo dell’aria fredda di affacciarsi sull’Europa centro-orientale. Se le tessere inizieranno a incastrarsi, avremo modo – e tempo – di parlarne ancora, con calma, passo dopo passo.
Fonti climatologiche di riferimento: ECMWF, NOAA

