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Esperienze pre-morte: oltre il confine e poi il ritorno alla vita, tra ricordi intensi

Giovanni De Laurentis di Giovanni De Laurentis
07 Dic 2025 - 13:40
in A La notizia del Giorno, A Scelta della Redazione, Ad Premiere, Magazine
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Viaggio al confine della vita: luci, tunnel e ritorni impossibili

(TEMPOITALIA.IT) C’è un momento preciso, un istante sospeso in cui il monitor dell’elettrocardiogramma smette di tracciare picchi e valli per appiattirsi in una linea continua e stridula. È il confine. Quello che accade dopo, o che sembra accadere, è forse l’ultimo grande tabù che la scienza moderna cerca di scardinare con imbarazzo e fascinazione. Non giriamoci attorno: l’idea che la coscienza possa persistere quando il cervello ha tirato i remi in barca è qualcosa che ci spaventa e ci seduce allo stesso tempo.

Diciamolo, siamo cresciuti tutti con l’immagine stereotipata del tunnel. La luce in fondo, i parenti defunti che sorridono in un prato verde smeraldo, quella sensazione di pace che ti avvolge come una coperta calda in un giorno di Gennaio. Ma le testimonianze, quelle vere, raccolte nei reparti di rianimazione o annotate frettolosamente su diari post-operatori in Italia come negli Stati Uniti, raccontano una storia molto più complessa e sfaccettata. Non è sempre un film di Hollywood. A volte è un viaggio frammentato, confuso, altre volte di una lucidità talmente tagliente da far sembrare la vita reale – quella che viviamo adesso mentre leggete queste righe – un semplice sogno sbiadito.

Oltre il tunnel: la fenomenologia del confine

Quando si parla di Esperienze di Pre-Morte (NDE), si tende a banalizzare. Eppure, ascoltando chi è tornato indietro, emerge un dettaglio che colpisce più della luce stessa: l’assenza di dolore. Improvvisa. Totale. Chi ha subito un Arresto Cardiaco o un trauma violento racconta di essersi sentito letteralmente “sgusciare via” dal corpo fisico.

È strano, in effetti. Si vedono dall’alto. Osservano i medici che si affannano sul loro torace, sentono il rumore delle costole che si incrinano sotto il massaggio cardiaco, ma con un distacco olimpico. Come se stessero guardando una scena teatrale noiosa. Un uomo di Torino, sopravvissuto a un grave incidente in moto, mi ha descritto la scena con una calma irreale: vedeva il suo corpo incastrato sotto il guardrail, vedeva i soccorritori, ma la sua preoccupazione principale era il dispiacere di aver rovinato la giacca di pelle nuova. Priorità assurde, insomma, che però in quel contesto sembrano avere una logica ferrea.

Poi arriva la Revisione della Vita. Non è un giudizio universale con un dio barbuto che punta il dito. È qualcosa di più intimo e devastante. Chi lo ha provato racconta di aver rivissuto ogni singola azione della propria esistenza, ma non dal proprio punto di vista. Hanno sentito il dolore che hanno inflitto agli altri. Hanno percepito la delusione di un amico tradito o la gioia di uno sconosciuto aiutato per caso. È un’empatia radicale, istantanea. Tutto accade simultaneamente, in un presente eterno dove il tempo lineare – quello scandito dai nostri orologi – non esiste più.

Ci sono casi, documentati in studi condotti in Olanda e nel Regno Unito, in cui pazienti ciechi dalla nascita hanno descritto visivamente la sala operatoria, i colori dei camici, gli strumenti chirurgici. Come si spiega? La scienza, quella materialista, annaspa. Parla di ipossia, di tempeste di endorfine, di un ultimo disperato spettacolo pirotecnico del lobo temporale. Forse. Ma resta difficile spiegare come una coscienza possa registrare dettagli visivi e uditivi verificabili quando l’elettroencefalogramma è piatto.

Il fenomeno di Lazzaro: svegliarsi nell’obitorio

Se le NDE sono il lato “mistico” della faccenda, esiste un versante molto più crudo e inquietante. Parlo di chi viene dichiarato morto – clinicamente, legalmente morto – e poi torna. Non dopo pochi minuti di rianimazione, ma dopo ore.

In medicina si chiama Fenomeno di Lazzaro. È il ritorno spontaneo della circolazione dopo che ogni tentativo di rianimazione è stato interrotto. I medici hanno staccato tutto, hanno compilato le carte, hanno guardato l’orologio segnando l’ora del decesso. E poi, nel silenzio di una stanza vuota o peggio, nel freddo di un obitorio, il cuore riparte. È raro, rarissimo, ma accade più spesso di quanto ci piaccia ammettere.

Prendiamo il caso di una donna in Polonia, qualche anno fa. Novantun anni. Dichiarata morta dal medico di famiglia. Portata alle pompe funebri. Undici ore dopo, il custode la trova che si muove nel sacco. Chiedeva del tè. O pensiamo ai casi di ipotermia estrema nelle acque gelide della Norvegia o del Canada. Persone rimaste sommerse per 40, 60 minuti, a volte ore, con una temperatura corporea scesa a livelli incompatibili con la vita. Cuore fermo. Pupille fisse. Morti.

Eppure, riscaldati lentamente con la circolazione extracorporea, tornano. E qui la domanda sorge spontanea: dove sono stati in quelle ore?

Il grande vuoto e la memoria cancellata

Ecco il punto cruciale. Mentre chi ha una NDE “classica” (durata pochi minuti) torna con racconti vividi di luci e paesaggi ultraterreni, chi “torna” dopo ore di inattività cerebrale profonda o ipotermia spesso racconta una storia diversa. O meglio, non racconta nulla.

Ho parlato con un rianimatore che lavora in un grande ospedale di Milano. Mi ha confessato – abbassando la voce, quasi fosse un segreto professionale – che molti di questi “resuscitati” a lungo termine descrivono solo un grande, immenso “nero”. Niente tunnel. Niente nonni che ti accolgono. Solo un’interruzione. Come quando ti addormenti pesantemente e ti svegli la mattina dopo senza sogni, con la sensazione che sia passato un solo secondo.

“È come spegnere la TV staccando la spina”, mi ha detto un sopravvissuto a un arresto cardiaco prolungato avvenuto di Domenica mattina mentre faceva jogging. Per lui, tra il crollo sull’asfalto e il risveglio in terapia intensiva tre giorni dopo, non c’era stato nulla. Il vuoto. Questo spaventa, vero? Perché cozza con il nostro bisogno disperato di continuità, di narrazione. Vogliamo credere che ci sia sempre “qualcosa”. Invece, per molti di loro, la morte è stata semplicemente l’assenza di tutto. Un sonno senza sogni da cui, per una scommessa vinta contro la statistica, si sono svegliati.

Tuttavia, c’è un sottogruppo intrigante. Alcuni di questi “Lazzaro”, pur non avendo ricordi visivi, riportano una sensazione residua. Non immagini, ma una “conoscenza”. Tornano con la certezza assoluta che l’universo sia benevolo, o con una perdita totale della paura della morte. Non ricordano dove sono stati, ma sentono di essere stati ovunque. È una memoria emotiva, impressa non nei neuroni ma forse in qualcos’altro che ancora non sappiamo mappare.

Scienza e mistero: un confine labile

La comunità scientifica internazionale, in particolare negli ultimi anni, ha iniziato a guardare a questi fenomeni con meno scetticismo e più curiosità metodologica. Non si tratta più di liquidare tutto come allucinazioni da carenza di ossigeno. Progetti come lo studio AWARE, guidato da ricercatori tra New York e Londra, hanno cercato di piazzare “bersagli” visibili solo dall’alto nelle sale di rianimazione per verificare le esperienze extracorporee. I risultati? Ambigu, certo, ma sufficienti a tenere aperta la porta.

C’è poi il fattore culturale. Un giapponese vede le stesse cose di un americano? In parte sì, in parte no. Il “tunnel” è transculturale, ma chi ti aspetta in fondo cambia. In India, a volte, sono burocrati dell’aldilà che controllano i registri (“Scusa, errore nostro, non è ancora il tuo momento”). In Occidente, sono figure di amore incondizionato. Questo suggerisce che il cervello, o la coscienza, utilizzi un linguaggio simbolico familiare per interpretare un’esperienza che è, di base, ineffabile.

Ma torniamo a chi si sveglia dopo ore. L’aspetto più inquietante per i medici non è tanto il racconto mistico, quanto la fisiologia. Come fa un cervello rimasto senza glucosio e ossigeno per un tempo prolungato a “riavviarsi” senza danni devastanti? In alcuni casi di ipotermia, il metabolismo cellulare rallenta a tal punto da ibernare la morte stessa. È come se il corpo entrasse in una modalità di attesa, uno standby biologico che sfida le leggi della termodinamica che impariamo a scuola.

Le cicatrici invisibili del ritorno

Chi torna, però, non è mai lo stesso. C’è un prezzo da pagare. Non parlo solo dei danni fisici, della riabilitazione, delle costole rotte. Parlo di una sorta di malinconia esistenziale. Chi ha toccato quella pace assoluta, quella “Luce” avvolgente, spesso trova il ritorno alla vita quotidiana insopportabilmente pesante. Le bollette, il traffico, le litigate meschine, il rumore incessante del mondo moderno… tutto appare futile, grigio.

Si sentono esiliati. Hanno visto il backstage dell’universo e ora sono costretti a recitare di nuovo sul palco, fingendo di prendere sul serio il copione. È una forma di depressione molto specifica, che gli psicologi faticano a trattare. Come curi qualcuno che è triste non perché la vita è brutta, ma perché ha visto qualcosa di infinitamente più bello e gli è stato tolto?

D’altra parte, chi ha vissuto il “nulla”, il grande buio, torna spesso con una fame di vita vorace. Hanno guardato nell’abisso e l’abisso non ha risposto. Quindi mangiano con più gusto, amano con più intensità, perdonano prima. Hanno capito che la luce non è là fuori, ma è qui, in questo caos disordinato e meraviglioso che chiamiamo esistenza.

In definitiva, che sia un tunnel pieno di parenti sorridenti o un silenzio elettrico, l’esperienza della morte ci insegna paradossalmente come vivere. Le storie di chi è tornato indietro – dall’Australia al Brasile, dai ghiacci del nord alle nostre città affollate – sono frammenti di uno specchio rotto. Ognuno riflette un pezzo di verità. Forse la coscienza è un segnale radio e il cervello è solo l’apparecchio ricevente: quando l’apparecchio si rompe, il segnale continua, solo che nessuno lo sente più. O forse no. Forse è tutto chimica, una splendida, pietosa illusione biologica per renderci il distacco meno traumatico.

In ogni caso, ascoltare queste voci è necessario. Perché un giorno, che ci piaccia o no, quel viaggio lo faremo tutti. E sapere che qualcuno è andato a sbirciare oltre la tenda ed è tornato – anche solo per dirci che c’è buio, o che c’è luce – è l’unico conforto che abbiamo in questa strana avventura di essere umani.

Riferimenti Scientifici e Approfondimenti

  • Awareness during Resuscitation – A Prospective Study (AWARE) Per approfondire i risultati dello studio clinico sulla coscienza durante l’arresto cardiaco, consulta la pubblicazione originale sulla rivista Resuscitation: AWARE – A prospective, observational study (Resuscitation Journal)

  • The Lancet: Near-death experiences in survivors of cardiac arrest Uno degli studi fondamentali condotti in Olanda dal cardiologo Pim van Lommel, pubblicato su una delle riviste mediche più prestigiose al mondo: Near-death experience in survivors of cardiac arrest: a prospective study in the Netherlands (The Lancet)

  • NYU Langone Health – Parnia Lab Le ricerche attuali del Dr. Sam Parnia sulla rianimazione e la coscienza post-mortem presso la NYU Grossman School of Medicine: Parnia Lab – Research on Cardiac Arrest & Consciousness (NYU Langone)

  • Nature: Physiology of the dying brain Articoli e ricerche recenti pubblicati su Nature riguardanti l’attività cerebrale nei momenti finali della vita: Surge of neurophysiological coupling and connectivity in the dying human brain (Nature) (TEMPOITALIA.IT)

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Tags: arresto cardiacocoscienza umanaesperienza premortefenomeno lazzarotunnel lucevita oltre
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Giovanni De Laurentis

Giovanni De Laurentis

Dopo aver frequentato il liceo scientifico, ha proseguito il proprio percorso accademico nel Regno Unito, dove si è laureato in Fisica presso l’University of Manchester all’età di 23 anni. Affascinato dalle dinamiche dell’atmosfera e dalle interazioni tra scienza e ambiente, ha poi conseguito un Dottorato (PhD) in Meteorologia presso l’University of Reading, uno dei principali poli di ricerca europei in questo ambito. Attualmente vive e lavora in Italia, dove si occupa di consulenza scientifica e supporto tecnico per applicazioni meteorologiche e fisiche nell’ambito industriale, collaborando con aziende e centri di ricerca per progetti che spaziano dalla modellistica ambientale alla progettazione di soluzioni innovative per l’industria.

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