(TEMPOITALIA.IT) Diciamolo subito: l’idea che l’Italia possa rivivere un’ondata di gelo paragonabile a quelle del 1985, del 1996 o del 2012 affascina e un po’ spaventa. Quelle irruzioni, nella memoria collettiva, hanno il sapore del “non succederà più”. E invece gli studi climatologici lasciano aperto uno spiraglio, piccolo ma non insignificante. Perché la natura, si sa, ama sorprendere.
Cosa serve per una grande irruzione gelida
Non basta il freddo. Serve la configurazione perfetta, quella che capita raramente e che spesso si verifica solo dopo un lungo corteggiamento atmosferico.
Talvolta tutto nasce in alto, molto in alto. Quando il Vortice Polare si indebolisce, o addirittura collassa dopo uno Stratwarming, l’aria gelida della Siberia può “fuggire” verso ovest. Non accade spesso, ma quando succede si forma quel ponte di alta pressione che collega l’Europa nordorientale alla parte centrale del continente. Un corridoio che, se ben orientato, scarica masse d’aria gelida proprio sul Mediterraneo.
Un passaggio che sembra semplice. Ma non lo è. Serve una AO fortemente negativa, una NAO che crolli sotto zero e una piccola porta aperta verso sud. Insomma: una combinazione di fattori dinamici che può metterci giorni a comporsi e pochi minuti a dissolversi.
Perché oggi è più difficile (ma non impossibile)
Qui la climatologia moderna entra in scena. Le analisi di ECMWF e NOAA, ormai concordi da anni, mostrano un trend chiaro: il Mediterraneo e l’Europa si scaldano più rapidamente rispetto a molte altre zone del mondo. L’aria gelida che arriva da nord deve quindi “combattere” con superfici marine più miti, con un’atmosfera più umida, con un’energia termica maggiore. Il risultato? Le irruzioni fredde estreme sono meno frequenti e, spesso, meno durature.
Eppure non scompaiono. Anche negli ultimi inverni qualcosa si è mosso: piccoli cedimenti del Vortice Polare, onde planetarie più attive, qualche tentativo di blocco anticiclonico che ha ricordato (da lontano) certi scenari anni Ottanta.
Si può dire che il Riscaldamento Globale abbia alzato l’asticella. Le irruzioni gelide devono essere più intense per ottenere lo stesso effetto di un tempo. Ma quando riescono a sfondare, lasciano il segno.
Un confronto con gli inverni storici
Il Gennaio 1985 resta un’anomalia titanica: colate artiche e continentali si saldarono con precisione chirurgica. L’aria dal nord-est della Russia europea scese fino al cuore della Pianura Padana e le temperature crollarono sotto i -20°C in molte località, perfino in Toscana! Una congiunzione che oggi richiederebbe un collasso quasi totale del Vortice Polare.
Nel Dicembre 1996, invece, fu la dinamica a onda lunga dell’anticiclone russo-siberiano a guidare la partita, con un flusso gelido che colpì e portò pesanti nevicate su mezza Italia proprio durante le feste natalizie. Nel Febbraio 2012, memoria più recente, l’Europa orientale si trovò letteralmente sommersa da aria continentale e un poderoso blocco anticiclonico spinse due irruzioni separate verso il Mediterraneo.
Tre episodi diversi. Tre meccanismi simili. Tutti difficili da replicare, ma teoricamente ancora possibili. Non solo, oggi abbiamo l’amplificazione artica che può mettere in moto le correnti, questo spesso viene trascurato, ma soprattutto negli USA e Canada ci sono ricerche approfondite in merito.
Ad esempio, viene attribuito in parte all’amplificazione artica, la serie di eventi di gelo estremo che hanno colpito il Texas, il grande gelo del Michigan di alcuni anni fa, la neve del gennaio 2025 nel Golfo del Messico e persino le città costiere della Florida settentrionale. Non abbiamo ricerche che vengono da altri Paesi, ma lo stesso fenomeno può aver favorito la neve dopo decine di anni a Buenos Aires, in Sud Africa, le bassissime quote in Australia, il congelamento del mare di fronte alla Terra del Fuoco nel 2024.
Che cosa potrebbe succedere quest’anno e nel futuro
Gli studiosi tendono a una prudenza quasi zen. Prevedere un’ondata di gelo estrema con settimane di anticipo è impossibile, anche con i modelli più sofisticati. Però la climatologia offre un’indicazione: gli episodi eccezionali diventeranno più rari, non impossibili.
In effetti alcune simulazioni stagionali mostrano come, in presenza di Stratwarming forte, il Mediterraneo resti una zona vulnerabile. Basta un ponte anticiclonico verso la Scandinavia (nel gergo meteorologico noto come Ponte di Voejkov), un cuneo termico spinto verso la Groenlandia e un Vortice Polare sbilanciato: la porta dell’aria gelida si apre. Magari non come nel 1985, ma abbastanza da regalare all’Italia una settimana di gelo vero, con nevicate fino alle coste, quelle liguri e adriatiche soprattutto, anche quelle tirreniche se si forma una depressione sul Tirreno.
Però, questo inverno abbiamo anche gli indici di comportamento del clima che sono favorevoli ad avere condizioni di freddo maggiore rispetto ad altri anni.
E qui la domanda sorge spontanea: basta questo per parlare di evento “storico”? Dipende. Forse tendiamo a idealizzare il passato. O forse non siamo più abituati a inverni ruvidi, quelli che ti costringevano a misurare il ghiaccio sul parabrezza al mattino.
Allora, può tornare un’ondata come quelle di una volta?
La risposta, per quanto poco elegante, è: sì, ma sempre più raramente. Servirà una serie di coincidenze atmosferiche impeccabili, quasi capricciose. E soprattutto un Vortice Polare vulnerabile nel momento giusto.
Quando accadrà? Nessuno lo sa. Ma ogni inverno, quando l’alta pressione tenta di risalire verso la Scandinavia e una lingua gelida scivola dalla Russia, scatta quell’istinto antico: “E se fosse la volta buona?”. Un pensiero che, inutile negarlo, ci accompagna anche durante questa stagione invernale.
Crediti: dati e riferimenti scientifici: ECMWF, NOAA (TEMPOITALIA.IT)










