Recentemente, il settentrione d’Italia ha dovuto fare i conti con precipitazioni nevose di portata eccezionale, specialmente nei settori del Nord Ovest. Le condizioni atmosferiche hanno colpito duramente una vasta area compresa tra il Piemonte e la Valle d’Aosta, scaricando al suolo volumi di neve che, con ogni probabilità, verranno ricordati come primati secolari. Davanti a scenari simili, sorge spontanea una riflessione, come può una nevicata di tale magnitudo coesistere con il surriscaldamento del pianeta? In realtà, non vi è alcuna incoerenza, anzi, si tratta di un fenomeno ampiamente previsto e documentato dalla comunità scientifica.
L’aumento della temperatura media terrestre, spesso definito Global warming, comporta un incremento evidente dell’umidità atmosferica. Questo fattore sta alimentando una velocizzazione senza precedenti del ciclo dell’acqua su tutto il globo. Analizzando specifiche aree geografiche, come alcuni distretti degli Stati Uniti, emerge chiaramente come il clima sia diventato molto più umido. Tale mutamento non riguarda esclusivamente i mesi invernali, ma coinvolge in modo marcato anche la primavera, l’estate e l’autunno.
Clima mite e accumuli nevosi straordinari
Oltre a generare un volume maggiore di piogge distribuite durante l’anno, questa carica di vapore acqueo supplementare funge da vero e proprio combustibile per i fenomeni meteorologici estremi. Non è un caso che, oggigiorno, si assista con frequenza a temporali di violenza inaudita e uragani sempre più distruttivi. In un contesto climatico meno rigido, può paradossalmente nevicare molto di più in quelle zone dove la temperatura resta comunque sufficientemente bassa.
In termini più semplici, quei territori della Terra che mantengono temperature adatte alla solidificazione dell’acqua si trovano ora esposti a perturbazioni capaci di trasportare una quantità di energia e umidità decisamente superiore rispetto al passato. Di conseguenza, invece di trasformarsi in piogge torrenziali, queste masse d’aria scaricano al suolo nevicate eccezionali per peso e volume. Questo è esattamente quanto osservato in diverse regioni del mondo e, più recentemente, tra le vette della Valle d’Aosta.
Il ruolo dell’artico e le oscillazioni del vortice polare
Mentre i sistemi perturbati di matrice tropicale traggono forza dalle acque calde oceaniche, le tempeste che colpiscono l’Europa e l’America del Nord nascono dai contrasti termici, ovvero laddove le masse d’aria gelida incontrano correnti molto più calde. Le analisi condotte negli ultimi tempi suggeriscono che il riscaldamento accelerato dell’Artico, unito alla rapida riduzione del ghiaccio marino, stia destabilizzando il Vortice Polare. Quest’ultimo rappresenta una sorta di barriera di venti che soffiano da ovest nella stratosfera, tra i 15 e i 50 chilometri di quota, mantenendo l’aria gelida confinata sopra il polo nord.
Quando l’area artica si scalda in modo anomalo, questa struttura circolare perde vigore e tende a deformarsi, permettendo al gelo di scendere verso latitudini inferiori. Questa dinamica, nota come amplificazione artica, può spingere il freddo profondo verso aree come le coste orientali degli Stati Uniti o diverse regioni dell’Asia. Anche l’Europa non è immune a questi scambi meridiani che portano il gelo a scontrarsi con l’umidità mediterranea.
Le prospettive per i prossimi decenni
Il futuro sembra delineare scenari in cui le temperature continueranno a salire inesorabilmente. Tuttavia, questo non implica necessariamente una scomparsa della neve, specialmente per quanto riguarda le alte quote. Sulle vette che superano i 3000 metri o i 4000 metri, la frequenza delle tempeste di neve potrebbe persino aumentare a causa della maggiore disponibilità di vapore acqueo nell’atmosfera. Anche se il mondo diventa complessivamente più caldo, la dinamica delle precipitazioni solide ad alta quota seguirà regole proprie, alimentata da un’atmosfera sempre più energetica e instabile.
Crediti
National Oceanic and Atmospheric Administration