Il Buran e l’Adriatic Snow Effect
Le attuali proiezioni meteorologiche per la seconda metà di Febbraio stanno riaprendo una ferita mai del tutto chiusa nella memoria degli abitanti del versante orientale della Penisola. Qualora le masse d’aria gelida di origine siberiana, il temibile Buran, dovessero realmente riuscire a sfondare la porta della Bora, si verrebbe a creare una configurazione atmosferica capace di generare accumuli nevosi spaventosi in tempi brevissimi. Questo fenomeno, noto tecnicamente come Adriatic Snow Effect o ASE, è il responsabile delle nevicate più abbondanti della storia recente lungo le coste che vanno dalla Romagna fino alla Puglia, passando per Marche, Abruzzo e Molise.
Il meccanismo della genesi nevosa sul mare
Il funzionamento di questo particolare evento meteo è tanto affascinante quanto pericoloso. Quando l’aria gelida continentale, caratterizzata da temperature che possono toccare i -15°C o -20°C alla quota di 1500 metri, attraversa la superficie del Mar Adriatico, accade una reazione termodinamica immediata. Essendo le acque del bacino adriatico molto più calde rispetto all’aria sovrastante, si verifica una fortissima evaporazione. Il vapore acqueo sale rapidamente verso l’alto, condensandosi in imponenti strutture nuvolose a forma di strisce, chiamate cloud streets. Queste nubi cariche di umidità vengono spinte dai venti orientali verso la terraferma, dove incontrano lo sbarramento fisico dell’Appennino.
L’effetto stau e l’accumulo record sulle zone collinari
Una volta che queste formazioni nuvolose impattano contro la catena montuosa appenninica, l’aria è costretta a risalire forzatamente, raffreddandosi ulteriormente e scaricando tutto il suo contenuto sotto forma di neve furiosa. Questo processo, chiamato stau, trasforma l’umidità del mare in bufere di neve che possono durare giorni interi. In queste condizioni, non è raro assistere a nevicate che raggiungono il metro di altezza in città costiere come Ancona, Pescara o Rimini, mentre le località dell’entroterra e del sub-appennino possono trovarsi letteralmente sommerse da accumuli che superano i 2 metri.
I precedenti storici, dal dramma del 2012 al gelo del 1956
La storia della meteorologia italiana è segnata da questi eventi estremi. Il caso più recente e rilevante è quello del Febbraio 2012, quando un’irruzione siberiana di eccezionale portata paralizzò il centro-nord per oltre due settimane. In quell’occasione, la Romagna e le Marche vissero un vero incubo bianco, con città come Cesena e Urbino che registrarono accumuli storici, con la neve che raggiunse i tetti delle abitazioni. Anche nel Gennaio 2017, l’Adriatic Snow Effect giocò un ruolo determinante nel sommergere il versante adriatico dall’Abruzzo alla Puglia, con accumuli nevosi che raggiunsero i 20 cm persino sulle spiagge del Salento. Andando più a ritroso, il Febbraio 1956 resta la pietra miliare del gelo in Italia, quando l’intera costa adriatica si trasformò in un paesaggio artico, con il mare che iniziò a ghiacciare lungo le rive e temperature che crollarono sotto i -10°C anche in pianura.
Cosa aspettarsi dalle prossime manovre siberiane
Se i modelli di calcolo dovessero confermare la rottura del Vortice Polare e il conseguente moto anti-zonale delle correnti, l’Italia orientale si troverebbe nuovamente in prima linea. La differenza rispetto ad altre perturbazioni risiede nel fatto che l’Adriatic Snow Effect non necessita di una bassa pressione strutturata per colpire, è sufficiente il transito dell’aria gelida sopra l’acqua per innescare la “macchina della neve“. Le regioni più a rischio rimangono quelle esposte ai venti da Grecale e Tramontana, dove la protezione della barriera alpina è nulla e il mare funge da inesauribile serbatoio di umidità per le tempeste bianche provenienti dalla Russia.
Credit e fonti autorevoli:
- ECMWF – European Centre for Medium-Range Weather Forecasts
- NOAA – National Oceanic and Atmospheric Administration