Chi vive in Italia convive con i terremoti da sempre, anche quando non li avverte. Io sono nato in Sardegna, terra che i terremoti non li conosce. In xx anni di età, l’unica scossa sismica l’ho percepita a Milano, era il 18 Dicembre 2021 per effetto di una scossa di terremoto con magnitudo di 4.4, con epicentro in Provincia di Bergamo. Ho sempre visto i terremoti in TV, poi su internet, ho divorato libri di geologia. Conosco le cause dei sismi e anche la sismicità che attanaglia certe aree d’Italia, dove non essendo abituato alla minima scossa sismica, non mi sentirei a mio agio. Ma dico, chi si sente a suo agio consapevole che vive in una località che prima o poi avrà un terremoto?
Vi propongo una mia ricerca, una di quelle che amavo fare a scuola, dove ero come si dice, da sempre un gran “secchione”, di quelli che assorbono come una spugna ogni parola del docente, e che non se la scordano. Ebbene, dopo questa autocelebrazione, vi lascio alla mia ricerca che ho cercato di compilare nel tempo libero, in queste settimane, dopo un’estate caldissima, tragica, dove ho vissuto sbarrato prevalentemente in casa.
La Rete Sismica Nazionale dell’INGV registra ogni anno migliaia di scosse, quasi tutte troppo deboli per essere percepite, questo per fortuna. Queste scosse non sono un’anomalia e generalmente precursori di un sisma violento. Gran parte dell’Italia è un territorio geologicamente giovane che continua a deformarsi. Per capire perché la terra trema proprio qui bisogna allargare lo sguardo al Mediterraneo centrale, dove si incastrano placche, microplacche e frammenti di crosta terrestre che si muovono di pochi millimetri all’anno senza pause. Questa parte qui mi inquieta, anche se poi il movimento è impercettibile, eccetto quando succede il disastro: il grande terremoto.
Le faglie che hanno generato i grandi terremoti dell’ultimo millennio
Il catalogo parametrico CPTI15 dell’INGV copre gli eventi dall’anno 1000 al 2020 e permette di collegare molti terremoti storici a strutture geologiche precise. Per gli eventi più antichi l’attribuzione resta un’ipotesi di lavoro, basata sulla distribuzione dei danni e su scavi paleosismologici, cioè trincee scavate attraverso la faglia per leggere nei sedimenti le tracce delle rotture passate. Ho compilato un elenco spostandomi da Nord a Sud d’Italia, catalogando solo le principali faglie.
Nord Italia: i thrust sepolti e il fronte alpino
Nel Nord Italia le strutture più pericolose sono i thrust, faglie inverse lungo le quali un blocco di crosta scavalca l’altro. Molte sono sepolte sotto i sedimenti della Pianura Padana o nascoste al piede delle Prealpi. Al fronte sudalpino si attribuisce il terremoto veronese del 3 gennaio 1117, il più forte mai documentato nella pianura. Più a est, la sismicità del Friuli e delle Alpi Giulie è legata alla spinta dell’Adria contro le Alpi: qui si collocano l’evento del 25 gennaio 1348 e la sequenza del 1976. Nel 2012, in Emilia, si sono attivati i thrust sepolti dell’arco di Ferrara-Mirandola, fronte avanzato dell’Appennino nascosto sotto la pianura. Cosa sono i trust? Immaginate di spingere due tappeti l’uno contro l’altro: uno finisce per salire sopra l’altro. I thrust funzionano così. Quando due parti della crosta terrestre vengono schiacciate, si rompono lungo una frattura poco inclinata e un blocco scivola sopra l’altro. Questo movimento improvviso può causare forti terremoti e, col tempo, forma le montagne. Chissà, quindi, in tempi geologici sparirà la Valle Padana.
Centro Italia: le faglie normali dell’Appennino
Nel Centro Italia si trova la sequenza di faglie meglio studiata. Queste sono tutte nella media, lunghe tra 15 e 35 chilometri, e allineate lungo la dorsale appenninica, soprattutto, ma alcune si spingono verso la costa, specie adriatica. La faglia di Norcia e quelle dell’Alto Aterno sono la causa della sequenza sismica del 1703. La faglia del Fucino ha prodotto il terremoto della Marsica del 13 gennaio 1915. La faglia di Paganica si è riattivata con il terremoto del 2009 sotto L’Aquila. Il sistema Monte Vettore-Monte Bove il sisma terribile del 30 ottobre 2016. Quest’ultima rottura, mappata da centinaia di geologi, ha lasciato in superficie una scarpata di oltre 20 chilometri, con rigetti superiori ai 2 metri sopra Norcia. Gli studi paleosismologici indicano che quella faglia era rimasta in silenzio per secoli, forse per più di un millennio. Il dato non preoccupa di per sé, ma ricorda che l’assenza di terremoti recenti non equivale a una faglia inattiva. Ebbene, ma se non inquieta gli esperti, io che leggo questa informazione me ne preoccupo perché conoscendo le tante faglie in Italia, mi domando quante ve ne siano non censite, quali possano essere i rischi nuovi
Sud Italia: Irpinia, Sannio, Basilicata e Gargano
Nel Sud Italia le faglie normali continuano lungo l’Appennino meridionale, con dimensioni e magnitudo maggiori. Il sistema del Monte Marzano, in Irpinia, ha generato l’evento del 23 novembre 1980. Fu il primo terremoto italiano per cui venne riconosciuta con certezza una rottura di superficie, lunga circa 38 chilometri. Le faglie del Matese e del Sannio sono associate agli eventi del 1688 e del 1805, quelle della Val d’Agri e del Vallo di Diano al terremoto della Basilicata del 16 dicembre 1857. La sequenza del dicembre 1456, tra le più estese del catalogo, coinvolse probabilmente più segmenti di faglia tra Molise, Campania e Puglia. Il Gargano fa eccezione: qui i sistemi di Mattinata e Apricena sono faglie trascorrenti, con blocchi che scorrono lateralmente, e a quest’area si lega l’evento del 30 luglio 1627. Per approfondire la memoria sismica del territorio irpino, vale la pena leggere Irpinia, terra che ricorda: i grandi terremoti.
Calabria e Sicilia orientale: l’area più rischio grandi terremoti
La Calabria e la Sicilia orientale concentrano i terremoti più forti dell’ultimo millennio. In Calabria si susseguono faglie “definite dai geologi” normali lungo la Valle del Crati, le Serre e la Piana di Gioia Tauro. La faglia di Cittanova è indicata come sorgente della prima scossa della sequenza del 1783. Lo Stretto di Messina ospita la sorgente del terremoto del 28 dicembre 1908, ancora dibattuta: una ricerca recente ha individuato una faglia sottomarina di circa 35 chilometri, in merito a ciò, c’è un approfondimento la faglia sottomarina del terremoto del 1908. In Sicilia la Scarpata Ibleo-Maltese, un gradino sottomarino lungo la costa ionica, è quasi certamente la causa degli eventi sismici devastanti del 1169 e dell’11 gennaio 1693, il più forte dell’intero catalogo dei sismi italiani dell’ultimo millennio, superiore a quella di Messina e Reggio Calabria del 1908. Sotto il Mar Ionio agisce poi la subduzione dell’Arco Calabro, cge avemo descritto in Ionian Fault, la faglia invisibile che scuote Calabria e Sicilia.
Il motore profondo: perché l’Italia trema
Tutte queste faglie sono l’espressione in superficie di un processo più profondo: la placca africana converge verso quella euroasiatica a una velocità di circa 5 millimetri all’anno nel Mediterraneo centrale. In mezzo si trova l’Adria, una microplacca che ruota lentamente in senso antiorario e spinge contro Alpi con le Alpi Dinariche nei vicini Balcani. Sotto l’Appennino e la Calabria, invece, la litosfera (parliamo di sottosuolo) ionica sprofonda nel mantello e, arretrando, trascina con sé la catena appennica.
Il risultato è l’apertura del Mar Tirreno, un bacino giovane nato negli ultimi milioni di anni. Per questo la dorsale appenninica si allunga di circa 3 millimetri all’anno, come mostrano le reti GPS, mentre ai suoi margini la crosta viene compressa. I geologi ricostruiscono questa geometria anche con modelli matematici tridimensionali del piano di subduzione, che sotto il Tirreno meridionale ospita terremoti fino a circa 500 chilometri di profondità. Sono scosse profonde, ampiamente avvertite ma raramente dannose. Nell’Appennino, invece, gli ipocentri si concentrano nei primi 10-15 chilometri di crosta, ed è questa vicinanza alla superficie a rendere pericolosi anche eventi di magnitudo moderata. Notoriamente, i terremoti superficiali sono quelli più devastanti, si veda il terremoto di Ischia di Magnitudo di appena 4.0 (con epicentro a Casamicciola Terme) che causò ingentissimi danni.
I maggiori terremoti in Italia
L’elenco che segue si basa sul catalogo CPTI15 v4.0 dell’INGV per i terremoti e sui cataloghi EMTC 2.0 e ITED per i maremoti. Per gli eventi preistrumentali la magnitudo momento (Mw) è stimata dagli effetti descritti nelle fonti storiche, con incertezze di qualche decimo. L’intensità è espressa nella Scala Mercalli-Cancani-Sieberg (MCS):
- 3 gennaio 1117, Veronese: Mw 6,5, intensità IX-X MCS. Tra i più forti del Nord.
- 4 febbraio 1169, Sicilia sud-orientale: Mw 6,5, intensità X MCS. Maremoto con inondazioni a Messina e sulla costa ionica.
- 25 gennaio 1348, Alpi Giulie: Mw 6,6, intensità X MCS.
- 9 settembre 1349, Lazio-Molise: Mw 6,8, intensità X-XI MCS.
- 5 e 30 dicembre 1456, Appennino centro-meridionale: sequenza con evento principale di Mw 7,2, intensità XI MCS. Tra i più vasti per area colpita.
- 30 luglio 1627, Capitanata e Gargano: Mw 6,7, intensità X MCS. Maremoto documentato sul Gargano e sulle coste adriatiche vicine.
- 27 marzo 1638, Calabria centrale: Mw 7,1, intensità XI MCS.
- 5 giugno 1688, Sannio: Mw 7,1, intensità XI MCS.
- 11 gennaio 1693, Sicilia sud-orientale: Mw 7,3, intensità XI MCS. Il più forte dell’ultimo millennio. Maremoto tra i più estesi, con inondazione fino a circa 1,5 chilometri nell’entroterra a Mascali, effetti da Siracusa a Messina, run-up fino a 8-15 metri nelle fonti dell’epoca, intensità di maremoto 5.
- 14 gennaio e 2 febbraio 1703, Valnerina e Aquilano: Mw 6,9 e 6,7, intensità X-XI MCS.
- 5 febbraio – 28 marzo 1783, Calabria: sequenza con scosse di Mw 7,1, 7,0 e 6,7, intensità XI MCS. Il 6 febbraio una frana costiera innescata dal sisma sul Monte Pacì generò a Scilla onde con run-up di circa 9 metri, intensità di maremoto 6.
- 16 dicembre 1857, Basilicata: Mw 7,1, intensità XI MCS.
- 8 settembre 1905, Calabria centrale: Mw 7,0, intensità X-XI MCS. Maremoto sulle coste calabresi.
- 28 dicembre 1908, Stretto di Messina: Mw 7,1, intensità XI MCS. Maremoto con ritiro iniziale del mare e almeno tre onde, run-up massimo di 13 metri a Pellaro e di 11,9 metri a Sant’Alessio, 3 metri a Messina città, registrato fino a Malta, Napoli e Civitavecchia. Intensità di maremoto 5-6, con 119 punti di osservazione in ITED.
- 13 gennaio 1915, Marsica: Mw 7,1, intensità XI MCS.
- 23 luglio 1930, Irpinia: Mw 6,7, intensità X MCS.
- 23 novembre 1980, Irpinia-Basilicata: Mw 6,8, intensità X MCS.
- 30 ottobre 2016, Valnerina e Norcia: Mw 6,5, intensità IX-X MCS. Il più forte in Italia dal 1980.
- Altri eventi di Mw compresa tra 6,3 e 6,7: 1706 Maiella, 1732 Irpinia, 1805 Molise, 1851 Vulture, 1920 Garfagnana, 2009 L’Aquila (Mw 6,3).
- Dopo il 2016 non si sono registrati eventi di questa classe.
- Maremoti minori documentati: 1542 Sicilia orientale, 1743 Ionio settentrionale, 1887 Liguria, con effetti su oltre 200 chilometri di costa.
- Sulle coste italiane sono documentati circa 70-72 maremoti dal 79 d.C., per lo più di origine sismica. I tre di maggiore impatto sono quelli del 1693, del 1783 e del 1908.
Conoscere per prevenire
I terremoti più energetici si concentrano in Sicilia orientale, Calabria e Appennino centro-meridionale, e in misura minore nelle Alpi orientali. Nessuno è in grado di prevedere data e ora di quando ci sarà una scossa, e nemmeno la sua intensità.
Si può però stimare con buona affidabilità dove e con quale intensità la terra potrà tremare, ed è su questa base che l’Italia ha costruito la propria classificazione sismica. Il Centro Allerta Tsunami dell’INGV sorveglia le coste e le norme antisismiche si applicano all’edilizia moderna. La vera partita si gioca sulla prevenzione. Pensate che in alcune aree del Sud Italia, a seguito di terremoti intensi, vennero ricostruiti dei centri storici con norme antisismiche di allora, e vi parlo del 1700 circa, e la cosa mi ha alquanto meravigliato. Ma ai giorni d’oggi, con la conoscenza, quanti immobili sono costruiti nel rispetto delle norme antisismiche? Il mio modello di prevenzione è il Giappone, ma anche altre regioni, città, o Stati. Taiwan, ad esempio, Città del Messico. E potrei continuare. Il terremoto più forte può distruggere e causare anche vittime, si veda il Giappone con il grave sisma del 2011, seguito dallo tsunami. Ma qui parliamo di terremoti che sono quasi certamente impossibili in Italia, una magnitudo di 9.1. Solo per fare un esempio, il terremoto del Giappone di magnitudo 9,1 ha liberato circa 1.000 volte l’energia del terremoto di Reggio Calabria e Messina del 1908, di magnitudo 7,1.
Le faglie si muovono con i tempi della geologia, mentre la prevenzione ha i tempi delle scelte umane.
Credit
- The Calabrian Arc: three-dimensional modelling of the subduction interface – Scientific Reports
- The tectonic puzzle of the Messina area (Southern Italy) – Scientific Reports
- A database of the coseismic effects following the 30 October 2016 Norcia earthquake – Scientific Data
Ho verificato tutti i link, che funzionano. I Credit sono solo tre: gli studi dell’AGU pubblicati su Wiley erano pertinenti, ma il sito rifiuta le verifiche automatiche, quindi li ho esclusi. Dal file ho tolto tutti i numeri delle vittime. Ho corretto anche una nota: il file definisce il terremoto del 2016 il più forte registrato dalla Rete Sismica Nazionale, ma quello dell’Irpinia del 1980 è stato più forte (Mw 6,8). Ho quindi scritto “il più forte dal 1980”. Le istruzioni del progetto vietano gli elenchi puntati nel testo, ma ho fatto un’eccezione per l’elenco dei dati sismici che mi hai chiesto tu.