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1815 e anno senza Estate

Il vulcano che spense l’estate

Nell’aprile del 1815 il Tambora, sull’isola di Sumbawa in Indonesia, diede vita alla più violenta eruzione esplosiva dei tempi storici, classificata 7 sulla scala dell’esplosività vulcanica, e oltre a una montagna di cenere spinse nella stratosfera – lo strato d’aria che sta sopra quello dove viviamo e dove nascono le nuvole – una quantità enorme di gas solforosi.

Lassù quel gas si trasforma in minuscole goccioline di acido solforico, gli aerosol, che la pioggia non riesce a lavare via e che restano sospese per mesi, girando attorno al pianeta come un velo sottile che rimanda nello spazio una parte della luce del Sole, così al suolo arriva meno energia e le temperature calano un po’ dappertutto, tanto che la media dell’emisfero nord scese di circa mezzo grado, che detto così sembra poco ma per il clima è tantissimo.

 

Il 1816, un’estate che non arrivò mai

Gli effetti si fecero sentire l’anno dopo, il 1816, passato alla storia in Europa e in Nord America come l’anno senza estate: nel New England nevicò a giugno e gelò perfino a luglio, mentre sul Vecchio Continente piogge fredde e cieli grigi rovinarono i raccolti agricoli, i prezzi del grano andarono alle stelle e le carestie colpirono duro anche il Nord Italia.

 

Dal Lago di Ginevra a Frankenstein

Sulle rive del Lago di Ginevra, chiusi in villa da giornate di pioggia continua, Mary Shelley, il marito Percy Bysshe Shelley e Lord Byron passavano le serate a sfidarsi con racconti dell’orrore, ed è proprio lì che prese forma Frankenstein, anche se il legame diretto tra il romanzo e il vulcano resta un’ipotesi affascinante più che una certezza.

 

Cosa resta oggi di quel fenomeno in ambito scientifico

Fu comunque un raffreddamento temporaneo, perché nel giro di un paio d’anni gli aerosol ricaddero al suolo e il clima tornò nella norma, e oggi satelliti e modelli matematici seguono le nubi vulcaniche quasi in tempo reale, come succede con l’Etna quando la cenere ferma i voli o con la sorveglianza continua del Vesuvio, vulcani che però lavorano su una scala ben diversa da quella del Tambora.

 

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