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Illustrazione del mantello terrestre.

Una torta a strati vista di taglio

Immaginate la Terra come una torta a strati, con la crosta sopra, sottile come la glassa, e sotto il mantello, molto più spesso e pesante, e pensate che qualcuno abbia preso una fetta di quella torta e l’abbia girata su un fianco, così che gli strati più profondi finiscano a portata di mano. È più o meno quello che è successo nella Zona Ivrea-Verbano, la fascia di montagne tra Ivrea, la Valsesia e il Lago Maggiore, nel Nord-Ovest Italia, dove rocce che normalmente starebbero a venti o trenta chilometri sotto i nostri piedi formano oggi i versanti delle valli, e a Balmuccia spunta perfino la peridotite, la roccia tipica del mantello superiore, che si incontra semplicemente percorrendo la strada di fondovalle.

 

Perché il mantello è così difficile da raggiungere

Il confine tra crosta e mantello ha un nome curioso, Moho, e lo deve al sismologo croato Andrija Mohorovičić, che nel 1909, analizzando le onde di un terremoto, notò un brusco aumento di velocità a una certa profondità. Da allora lo conosciamo quasi solo in modo indiretto, perché sotto i continenti sta mediamente oltre i trenta chilometri, con temperature intorno ai 600°C e pressioni che nessuna attrezzatura riesce a sopportare. Il pozzo più profondo mai scavato, quello di Kola nella Russia settentrionale, si è fermato poco oltre i dodici chilometri senza arrivarci. Il progetto americano Mohole invece negli anni Sessanta cercò la scorciatoia dei fondali oceanici, dove la crosta è più sottile ma ci sono chilometri d’acqua sopra, come nel Tirreno attorno al vulcano Marsili, e fu chiuso nel 1966.

 

Le Alpi hanno capovolto la crosta, come è avenuto

Circa duecento milioni di anni fa, mentre fra Europa e Africa si apriva un antico oceano, la crosta da queste parti si stirò come un impasto e il mantello risalì verso l’alto. Quando poi i due continenti tornarono ad avvicinarsi e nacquero le Alpi, la collisione sollevò l’intero blocco e lo mise quasi in verticale. Le misure di gravità e le campagne sismiche condotte con il centro tedesco GFZ e con gruppi svizzeri e austriaci hanno individuato sotto la zona un corpo di rocce molto dense, che secondo alcune stime potrebbe segnare l’inizio della transizione verso il mantello già a circa tre chilometri. Resta però un dubbio, e i ricercatori lo dicono apertamente: quel corpo potrebbe essere mantello vero oppure gabbri, rocce nate da magmi profondi, e solo una trivella può sciogliere il nodo.

 

Da Ornavasso a Vocca, il pozzo che punta alla base dei continenti

Il progetto si chiama DIVE, sigla inglese per “perforare la zona Ivrea-Verbano”, ed è sostenuto dal programma internazionale ICDP. La sua strategia fu messa a punto in un workshop a Baveno nel maggio 2017. La prima fase si è svolta in Val d’Ossola con due sondaggi, 578 metri a Ornavasso a partire da ottobre 2022 e 909 metri a Megolo, frazione di Pieve Vergonte, conclusi a marzo 2024, con un recupero di carote praticamente completo. I campioni, custoditi in un deposito scientifico in Germania, hanno mostrato una crosta profonda molto più varia di quanto si pensasse, ricca di granato (il granato è un gruppo di minerali nesosilicati, noto come silicato) nella parte più bassa e con densità che salgono fino a 3,4 grammi per centimetro cubo.

Adesso tocca alla Valsesia: il nuovo pozzo è previsto nell’area di Vocca, poco a valle della peridotite di Balmuccia, e secondo i ricercatori potrebbe spingersi fino a tre o quattro chilometri. Dalle carote, dalle temperature e dai fluidi raccolti si capirà meglio com’è fatta la base dei continenti, come circolano gas e acque in profondità e dove si accumulano minerali utili alla transizione energetica. Al lavoro ci sono anche l’INGV, il CNR, le università di Trieste e Federico II di Napoli e il Sesia Val Grande Unesco Global Geopark, insieme a ricercatori di mezza Europa e degli Stati Uniti. Quando la trivella arriverà laggiù, per la prima volta potremo guardare in faccia la Moho invece di immaginarla.

 

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