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Ricostruzione del vulcano Marsili attraverso l’AI.

 

C’è un vulcano più grande dell’Etna che nessuno ha mai visto. Sta a un centinaio di chilometri dalla costa, fra la Calabria e la Sicilia. La sua cima sta sott’acqua, e di acqua sopra ce n’è quasi mezzo chilometro.

 

Un gigante rimasto invisibile per secoli

Tra il 1872 e il 1876 la spedizione britannica del Challenger fece il giro del mondo calando scandagli a piombo nelle profondità oceaniche, inaugurando l’oceanografia moderna. Fu quella stagione di misure pazienti – una fune, un peso, ore di attesa – a far capire che il fondo del mare non era una pianura uniforme, ma un paesaggio di montagne e valli.

Il Mar Tirreno, però, rimase a lungo una macchia bianca. La grande struttura sommersa venne individuata soltanto negli anni Venti del Novecento, durante i rilievi idrografici, e battezzata in onore di Luigi Ferdinando Marsili, il conte bolognese che nel Settecento aveva firmato la prima vera opera di oceanografia. Il volto preciso del vulcano arrivò solo negli anni Novanta, quando i sonar del CNR di Bologna mapparono l’intero bacino.

 

Le misure del colosso

I numeri fanno impressione: il Marsili è lungo circa 70 chilometri e largo 30, occupa qualcosa come 2.100 chilometri quadrati di fondale e si innalza per quasi 3.000 metri dalla piana abissale. La sommità si ferma intorno ai 500 metri sotto la superficie. È il vulcano attivo più esteso d’Europa, e solo pochi, in realtà, ne conoscono l’esistenza.

Attivo, sia chiaro, non significa in eruzione. Le ultime colate risalgono a un intervallo compreso fra 2.100 e 5.000 anni fa. Oggi il vulcano respira: emette gas, scalda l’acqua attorno ai camini idrotermali, produce microterremoti di magnitudo bassissima.

 

Un’eruzione farebbe davvero paura?

Molto meno di quanto si immagini. Con 500 metri d’acqua sopra la testa, la pressione soffoca l’esplosività: l’energia si disperde nel mare, non nell’atmosfera. Niente colonna di cenere sull’Italia, niente aeroporti chiusi. Al massimo acqua ribollente, pomici a galla, un tratto di mare da evitare. Gli esperti dell’INGV lo dicono senza giri di parole: il rischio legato a una possibile eruzione sottomarina è estremamente basso.

 

Il vero nodo: le frane sottomarine

Il problema è un altro, ed è la fragilità dell’edificio. Buona parte del Marsili è fatta di rocce leggere, rese friabili dai fluidi caldi che le attraversano da millenni. Un fianco che cede di colpo sposta un volume enorme d’acqua, e quello sì che genera un’onda.

I modelli matematici pubblicati sul Bulletin of Volcanology hanno simulato diversi scenari. Un distacco di circa 2,7 chilometri cubi produrrebbe onde di 3-4 metri sulle coste della Campania e di 2-3 metri fra Calabria e Sicilia. Lo scenario estremo, un collasso da 17,6 chilometri cubi del fianco orientale, porterebbe onde di 5-10 metri in Sicilia e picchi oltre i 20 metri in Basilicata.

C’è poi la variabile tempo, che è la più scomoda. Le Isole Eolie verrebbero raggiunte in una decina di minuti, le coste di Calabria e Sicilia in venti, la Sardegna in tre quarti d’ora. Un margine strettissimo per qualsiasi allarme.

Va detto con onestà: nessuno sa se e quando quel fianco cederà. La probabilità resta bassa e i ricercatori tengono il gigante sotto osservazione proprio per questo. Il Sud Italia convive da sempre con i suoi vulcani. Il Marsili ha solo il vantaggio, o il difetto, di essersi nascosto meglio degli altri.

Per approfondire: il vulcano sottomarino Marsili e la sua potenziale eruzione e le conseguenze di uno tsunami generato dal Marsili.

 

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