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Alpi, la neve si decide alla quota dello zero termico

Tra Alpi e Appennino non esiste un inverno solo, e chi si ferma alla temperatura media, e la neve rimane al suolo non solo per la temperatura. Sulle Alpi il flusso zonale, la corsia ovest-est delle perturbazioni atlantiche, può scaricare molta neve in quota quando l’aria umida incontra la catena, ma più in basso la stessa massa resta spesso troppo mite perché il manto duri. A decidere è lo zero termico, la quota alla quale si misurano 0°C, che sulle Prealpi affacciate alla pianura sta più in alto che nei settori interni. Uno studio secolare pubblicato sull’International Journal of Climatology stima un calo della neve fresca di circa un terzo, più netto sul versante sud-occidentale, con nevicate a bassa quota sempre più legate alle fasi negative di NAO e AO, quando il Vortice Polare è meno compatto e il freddo riesce a scendere.

 

Appennino, la neve nasce da pochi episodi

Sull’Appennino la neve non si ottiene dal freddo medio del trimestre: a Montevergine, in una serie che va dal 1884 al 2015, le nevicate si concentrano in pochi tipi di tempo, tutti con un anticiclone di blocco sulla Scandinavia o sull’Atlantico settentrionale e un’irruzione fredda, come ricostruito su The Cryosphere. Gli studi su Earth System Dynamics indicano due strade, l’aria artica che scende dalla Valle del Rodano, con un minimo sul Tirreno o sul Golfo di Genova, oppure quella che entra da nord-est, si umidifica sull’Adriatico e incontra il crinale. In entrambi i casi servono freddo e umidità mediterranea insieme, non un trimestre uniformemente rigido, e tra gli anni Settanta e Novanta le fasi positive di AO e NAO hanno ridotto proprio questi episodi, mentre di recente il segnale si è in parte invertito.

 

Cosa cambia per impianti, rifugi e sentieri

La distinzione è maggiore già a inizio stagione: sulle Alpi una nevicata di Ottobre può coprire canaloni e ghiacciai, ma sotto i duemila metri il manto si assottiglia in fretta se torna il flusso mite da ovest, mentre sull’Appennino un’irruzione con minimo tirrenico può imbiancare i crinali medi su un suolo ancora caldo. Il rischio valanghe riguarda soprattutto la neve fresca sui pendii ripidi e, quando la temperatura risale, i primi distacchi di neve umida, sempre più frequenti a inizio stagione secondo le proiezioni alpine: per questo i bollettini Meteomont e AINEVA partono prima degli impianti.

 

Lo scenario verso il 20 Ottobre, solo un esempio

Il disegno che a inizio Ottobre il modello matematico ECMWF a volte traccia verso il 20 del mese, con una saccatura (una discesa di bassa pressione) e aria più fredda, va preso solo come esempio e non come certezza. Se si realizzasse, sulle Alpi la neve resterebbe in quota e fonderebbe più in basso appena ripreso il flusso zonale, mentre sull’Appennino comparirebbe a quote medie solo se l’irruzione da nord-est, o un minimo sul Tirreno, tenesse basso lo zero termico durante la precipitazione. Il resto dell’autunno, con o senza quell’episodio, continuerebbe a dipendere da quante volte la circolazione lascia la corsia ovest-est e fa passare il freddo.

 

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