L’opera di William Ryan e Walter Pitman, due eminenti geologi dell’osservatorio Lamont-Doherty della Columbia University, “Noah’s Flood” edita da Simon & Schuster, getta una nuova luce sugli intricati meccanismi geologici che hanno plasmato la storia del nostro pianeta, in particolare sul misterioso fenomeno che riguarda il Mar Nero. La loro tesi rivela un affascinante intreccio tra cambiamenti climatici, geologia e storia umana.
La narrazione inizia con l’analisi degli effetti post-glaciali. Durante un periodo in cui il clima terrestre subiva un riscaldamento, i ghiacciai europei iniziarono a ritirarsi, liberando enormi quantità di acqua. Questo fenomeno alterò significativamente la geografia dei bacini idrici, con l’acqua di fusione che fluiva principalmente verso nord, nel Mare del Nord. Questo flusso avveniva a discapito del Mar Nero, che fino ad allora riceveva la maggior parte del suo apporto idrico da queste sorgenti. Ne risultò un abbassamento progressivo del livello del Mar Nero, trasformando ampie aree, specialmente quelle lungo il confine settentrionale vicino alla Crimea e al Mar d’Azov, in terraferma.
In questa fase, il Mar Nero si trovava ad essere notevolmente più basso rispetto al livello del Mediterraneo. Questa differenza di livello era mantenuta dalla barriera naturale costituita dal Bosforo, all’epoca una striscia di terraferma. Tuttavia, questa situazione era destinata a non durare indefinitamente. La crescente pressione dell’acqua nel Mediterraneo, causata dall’innalzamento del livello dell’oceano mondiale, avrebbe presto raggiunto un punto critico. Quando ciò avvenne, il Mediterraneo, come una vasca da bagno traboccante, iniziò a riversarsi violentemente nel bacino del Mar Nero.
Il concetto di inondazioni catastrofiche legate all’innalzamento del livello dei mari non è nuovo nella scienza geologica. Circa cinque milioni di anni fa, un evento simile interessò il Mediterraneo. All’epoca, una serie di fenomeni, tra cui variazioni del livello dell’Oceano Atlantico e attività tettonica, avevano isolato il Mediterraneo dall’Atlantico, trasformandolo in una sorta di deserto salato. Solo in seguito a un nuovo innalzamento dell’Atlantico o a cambiamenti geologici, le acque oceaniche riuscirono a riversarsi nuovamente nel bacino mediterraneo, riportandolo allo stato attuale.
La conferma di questi eventi giunge dall’analisi dei sedimenti. I sedimenti marini sono una sorta di archivio storico che conserva tracce degli eventi geologici passati. Ryan e Pitman, attraverso l’esplorazione del Mar Nero moderno, scoprirono nei sedimenti raccolti indizi sorprendenti, soprattutto nelle aree settentrionali del mare. Nel profondo di questi sedimenti, decine di metri sotto il fondale attuale, era presente un fango stratificato caratteristico dei delta fluviali.
La datazione al carbonio di conchiglie presenti in questo fango ha rivelato che tali sedimenti si sono formati in un periodo compreso tra 18.000 e 8.600 anni fa. Questi dati indicano che, in quel periodo, una vasta area del Mar Nero, paragonabile per dimensioni allo stato della Florida, era probabilmente simile al basso delta del Mississippi odierno, con terreni fertili e ricchi di acqua dolce.
Al di sopra degli strati di fango, gli scienziati hanno trovato uno strato di “shell hash”, ovvero un accumulo di conchiglie rotte, seguito da diversi piedi di sedimento fine, simile a quello portato oggi nel Mar Nero dai fiumi. Le conchiglie nell’hash erano tipiche dell’ambiente di acqua dolce che caratterizzava il Mar Nero prima dell’invasione di acqua salata. I sedimenti fini sopra lo strato di hash, invece, contenevano prove di specie di acqua salata precedentemente sconosciute nel Mar Nero. L’interpretazione di questi strati fornisce un quadro dettagliato di ciò che avvenne in quel fatidico giorno in cui il Mediterraneo, superando la soglia del Bosforo, iniziò a riversarsi nel Mar Nero.
L’irruzione dell’acqua del Mediterraneo ebbe effetti devastanti. Quando l’acqua iniziò a scorrere verso il Mar Nero, spazzò via i sedimenti presenti nel Bosforo, creando una sorta di “lingua” di sedimenti mobili sul fondo di quello che sarebbe diventato il Mar Nero moderno. Questo fenomeno erose il substrato roccioso, in una regione già caratterizzata da rocce fratturate e instabili. L’acqua in entrata scavò un canale profondo più di 300 piedi, trasformando il Mar Nero da un lago di acqua dolce a un mare di acqua salata. In questo contesto, il fango sotto lo shell hash rappresenta i sedimenti dei fiumi che alimentavano il lago d’acqua dolce, lo shell hash i resti degli organismi che vi vivevano, e gli strati superiori il risultato dell’incursione di acqua salata.
Pitman e Ryan propongono che questo evento potrebbe corrispondere al diluvio descritto nel Libro della Genesi. L’acqua salata, riversandosi attraverso il canale, creò una cascata immensa, con un volume circa 200 volte superiore a quello delle Cascate del Niagara. La quantità di acqua che si riversò in un solo giorno avrebbe potuto ricoprire un’area vasta come Manhattan con uno strato d’acqua profondo il doppio dell’altezza del World Trade Center. Il rumore prodotto dall’acqua che precipitava sarebbe stato udibile a centinaia di chilometri di distanza. Gli abitanti dei fertili terreni agricoli sulla sponda settentrionale avrebbero assistito impotenti allo spostamento verso l’interno del confine oceanico a una velocità di circa un miglio al giorno.
Inoltre, i due geologi sottolineano come gli studi archeologici supportino l’ipotesi di un collegamento tra questo evento e cambiamenti significativi nelle civiltà antiche. Intorno al periodo del presunto diluvio, si osserva l’apparizione improvvisa di nuove popolazioni e usanze in luoghi distanti come l’Egitto, le colline pedemontane dell’Himalaya, Praga e Parigi. Tra queste popolazioni vi erano i parlanti indoeuropeo, l’antenato di molte lingue moderne europee e indiane. Pitman e Ryan suggeriscono che queste popolazioni potrebbero rappresentare una diaspora di agricoltori del Mar Nero, scacciati dalle loro terre dall’alluvione, e che l’evento stesso potrebbe aver contribuito alla frammentazione delle lingue indoeuropee.
Tuttavia, le evidenze a sostegno di questa diaspora sono meno solide rispetto a quelle dell’alluvione. I linguisti, attraverso lo studio delle parole sopravvissute nelle lingue moderne, hanno ricostruito le lingue antiche. Comparando queste parole con i manufatti archeologici, è possibile stimare la data di eventi come la divisione delle lingue indoeuropee. Secondo Bill Darden, linguista dell’Università di Chicago, è improbabile che le lingue indoeuropee si siano separate prima del 3500 a.C., ovvero circa 2000 anni dopo l’inondazione del Mar Nero. Se questa ipotesi è corretta, la teoria della diaspora in seguito all’alluvione rimarrebbe una congettura affascinante, ma non supportata da prove concrete.
Walter Pitman riconosce la controversia su questa parte della sua tesi, ma non rinuncia a un’ultima osservazione: i siti abitativi di queste popolazioni migranti sono tutti situati ad altezze superiori ai 150 piedi sul livello del mare, un dettaglio che, seppur indiretto, potrebbe suggerire una memoria collettiva dell’evento catastrofico vissuto dai loro antenati.

