Attraverso l’analisi di dati raccolti dall’Office for National Statistics, che comprendevano test su ritmi circa mensili di oltre 90.000 individui, gli studiosi hanno isolato un sottogruppo di partecipanti (3.603) che hanno presentato risultati positivi in due o più occasioni tra novembre 2020 e agosto 2022. Di questi, 381 sono risultati infettati dallo stesso agente virale per oltre un mese, e 54 di loro hanno sperimentato un’infezione che ha superato i due mesi di persistenza. Secondo la ricerca, tra lo 0,1% e lo 0,5% di tutte le infezioni potrebbero protrarsi per almeno 60 giorni.
Ciò che ha particolarmente colpito gli esperti è stata la continuità di infezioni con varianti virali che erano state considerate superate nella popolazione generale, indicando una rarità di reinfezioni con la stessa variante a causa della resistenza immunitaria acquisita.
Gli individui con infezioni persistenti hanno mostrato oscillazioni nei carichi virali, alternando periodi di alta replicazione virale a momenti di quiete. Ciò indica che il virus possiede la capacità di mantenersi vivo e attivo per tempi considerevoli, aumentando del 55% il rischio di sviluppare sintomi di Long COVID oltre le 12 settimane dall’infezione iniziale. In alcuni casi, sono state rilevate numerose mutazioni, incluse alcune che potrebbero definire nuove varianti del virus, sebbene la maggioranza dei campioni non abbia evidenziato una predisposizione massiva alla mutazione.
L’attenzione si sposta ora sulle implicazioni di queste infezioni persistenti, non solo per la comprensione e il trattamento del Long COVID, ma anche per la strategia globale di sorveglianza. La continua osservazione delle variazioni genetiche del virus riveste un ruolo fondamentale per anticipare e gestire l’emergenza di nuove varianti preoccupanti.
Il Dr. Mahan Ghafari, uno dei principali co-autori, ha sottolineato l’importanza di non abbassare la guardia sulla sorveglianza comunitaria del virus, elemento cruciale sia per monitorare l’evoluzione del virus che per valutare le implicazioni cliniche delle varie forme di infezione. La Dr.ssa Katrina Lythgoe ha aggiunto che, sebbene il nesso fra persistenza virale e Long COVID non sia definitivamente dimostrato, le infezioni di lunga durata possono giocare un ruolo significativo nel panorama complessivo della malattia.
Questo studio enfatizza l’importanza di un monitoraggio costante e dettagliato del COVID-19 nella popolazione generale, non solo per tracciare lo sviluppo e la diffusione di nuove varianti, ma anche per acquisire una comprensione più approfondita sulla natura e l’evoluzione del virus nel tempo. Le scoperte ottenute finora aprono nuove prospettive per la gestione clinica dei pazienti e per l’elaborazione di strategie mirate a contenere l’avanzata del virus, delineando contestualmente un percorso che potrebbe concretamente influenzare le politiche sanitarie a livello globale.