Nel 2000, Vilayanur Ramachandran ed Edward Hubbard approfondirono questo studio, usando i termini “kiki” e “bouba”. I loro esperimenti, condotti su studenti americani e parlanti Tamil in India, mostrarono che tra il 95% e il 98% dei partecipanti associavano in modo consistente “kiki” a forme appuntite e “bouba” a forme arrotondate. Questo risultato, indipendente dal contesto culturale o linguistico, suggerisce l’esistenza di un legame universale tra suono e percezione visiva.
L’effetto si estende oltre le forme astratte, influenzando anche la percezione di oggetti e concetti. Ad esempio, tra un’arancia e un limone, molte persone assocerebbero un frutto più rotondo come “bouba”. Similmente, gruppi musicali come i Sex Pistols potrebbero rappresentare l’energia angolare di “kiki”, mentre i Beach Boys richiamerebbero la morbidezza di “bouba”. Anche personaggi come Buzz Lightyear e Woody possono essere analizzati attraverso questa lente percettiva.
Studi indicano che questo legame coinvolge anche i tratti della personalità. Suoni più duri come “kiki” potrebbero evocare intelligenza, serietà o energia nervosa, mentre suoni più morbidi come “bouba” potrebbero suggerire tratti più amichevoli o rilassati. Una figura simile a una stella appuntita è spesso associata a caratteristiche come magrezza, sgradevolezza o appartenenza a una classe sociale alta.
La validità dell’effetto Bouba-Kiki è stata confermata in numerosi contesti, coinvolgendo culture, età e lingue diverse. È stato osservato anche in persone nate cieche, in bambini che non sanno ancora leggere e in culture prive di una tradizione scritta. Tuttavia, alcune lingue, come il mandarino, il turco, il rumeno e l’albanese, non mostrano lo stesso livello di associazione, suggerendo che fattori culturali o fonetici possano influenzare il fenomeno.
Le spiegazioni del fenomeno rimangono speculative. Una teoria propone che la forma della bocca durante la pronuncia influenzi l’associazione: “bouba” coinvolge labbra arrotondate, mentre “kiki” richiede movimenti angolari. Un’altra ipotesi riguarda l’ideasthesia, ovvero l’attivazione di esperienze sensoriali legate a concetti astratti, suggerendo che il cervello potrebbe mappare i suoni alle forme visive.