(TEMPOITALIA.IT) Negli ultimi anni, i fiocchi di neve si fanno sempre più rari sulle pianure e lungo le coste italiane. Un fenomeno che, purtroppo, non è casuale, non si spiega semplicemente in un ciclo climatico sfortunato, ma trova spiegazione nei cambiamenti meteo e climatici in atto, legati in gran parte al riscaldamento globale. L’innalzamento dell’isoterma di zero gradi rappresenta uno degli elementi chiave di questa trasformazione, con impatti significativi sia sulle montagne che sulle aree pianeggianti.
L’innalzamento dell’isoterma di zero gradi
Circa cinquant’anni fa, durante l’inverno, l’isoterma di zero gradi si collocava intorno ai 600 metri di quota nella libera atmosfera. Oggi, a causa del continuo aumento delle temperature globali, questo valore è salito a circa 850 metri sul livello del mare, con un incremento medio di 250 metri rispetto al passato.
Questa variazione ha modificato radicalmente l’equilibrio degli inverni italiani. L’estensione e la durata del manto nevoso in montagna si sono notevolmente ridotte, con conseguenze dirette anche sulle pianure. L’intensità, la frequenza e l’estensione delle nevicate a bassa quota sono diminuite drasticamente, mentre sulle Alpi il periodo di fusione della neve è stato anticipato di quasi un mese rispetto al trentennio compreso tra il 1961 e il 1990.
Gli effetti sulle montagne e in pianura
Sulle Alpi, l’altezza massima del manto nevoso si registra ora a fine febbraio, anziché a fine marzo come avveniva in passato. Inoltre, la fusione della neve inizia un mese prima, portando alla completa scomparsa del manto nevoso entro fine aprile, mentre prima era solitamente visibile fino a fine maggio.
Nelle pianure italiane, la situazione appare ancor più drammatica. Il numero di giorni con episodi nevosi si è più che dimezzato, rendendo i paesaggi innevati sempre più rari. Gli effetti sono tangibili in città e campagne, dove la neve è ormai diventata un evento eccezionale.
Prospettive future per la neve in Italia
Le previsioni climatiche per i prossimi decenni non lasciano spazio all’ottimismo. Secondo i principali modelli, l’isoterma di zero gradi potrebbe salire di altri 400-650 metri entro il 2060, trasformando la neve in pianura in un ricordo del passato. Se non verranno adottate misure concrete di adattamento e mitigazione, la situazione potrebbe peggiorare ulteriormente, con conseguenze non solo per il turismo invernale e gli sport sulla neve, ma anche per la gestione delle risorse idriche e gli ecosistemi montani.
La diminuzione della copertura nevosa ha implicazioni profonde per il ciclo idrologico, influenzando la disponibilità d’acqua per le regioni a valle e modificando gli equilibri degli ecosistemi alpini. Le risorse idriche, fondamentali per agricoltura e industria, risentiranno della scarsità d’acqua derivante dalla riduzione delle nevi perenni.
Un po’ di ottimismo
Nonostante la linea di tendenza sia chiara, secondo alcuni studi, il cambiamento climatico porta anche a una estremizzazione climatica che potrebbe concretizzarsi in scambi meridiani più frequenti. Se si verificasse questa eventualità, potremmo in futuro essere testimoni di inverni contraddistinti da lunghi periodi molto miti, ma anche da brevi ma intensi episodi di freddo con neve fin in pianura e sulle coste. (TEMPOITALIA.IT)






