(TEMPOITALIA.IT) È ancora luglio, ma nel mondo della climatologia si iniziano già a formulare le prime ipotesi stagionali in vista dell’inverno 2026. Non si tratta – è bene precisarlo subito – di previsioni puntuali o dettagliate, perché a distanza di sei mesi non è possibile stabilire se in un determinato giorno ci sarà neve, gelo o cielo sereno. Tuttavia, alcune tendenze generali stanno emergendo da modelli climatici su scala stagionale, come il Climate Forecast System, che indicano una prospettiva invernale piuttosto controversa, destinata a far discutere.
Prima di guardare a gennaio e febbraio, è utile soffermarsi sul periodo autunnale, che rappresenterà la vera chiave di lettura per capire che tipo di inverno potremmo aspettarci. Secondo quanto indicato dalle proiezioni a lungo termine, l’autunno inizierà in forte ritardo, come ormai accade sempre più spesso. Settembre viene ormai considerato a tutti gli effetti un mese estivo, con temperature nettamente superiori alla media dei trentenni passati e condizioni generalmente stabili e secche. L’ultimo settembre davvero fresco risale al 2020, mentre l’ultimo sotto media è ormai un ricordo del 2015.
Le previsioni stagionali delineano un inizio d’autunno caldo e piuttosto asciutto, con precipitazioni discontinue e temperature ancora elevate almeno fino alla seconda metà di ottobre. Solo con l’arrivo di novembre, si intravede una svolta: l’anticiclone subtropicale dovrebbe cedere gradualmente il passo a correnti perturbate atlantiche, riportando piogge più diffuse e un clima finalmente più dinamico.
Ed è proprio da questa premessa che nasce la supposizione invernale più discussa: il vero inverno potrebbe non arrivare affatto. Il meteo degli ultimi anni ci ha abituati a stagioni invernali sempre più miti, con assenza quasi totale di ondate di gelo, e una prevalenza di lunghi periodi piovosi intervallati da brevi fasi fredde, spesso modeste. Il rischio, quindi, è che anche l’inverno 2026 si trasformi in una prolungata estensione dell’autunno, con condizioni miti-umide, senza il freddo intenso che una volta era la normalità tra dicembre e febbraio.
Questo tipo di meteo, se da un lato potrebbe garantire un regime idrico soddisfacente, utile per le riserve d’acqua, dall’altro apre scenari problematici. Le nevicate, infatti, resterebbero abbondanti solo in media montagna, mentre la quota neve si manterrebbe elevata. La mitezza persistente impedirebbe la formazione di un manto nevoso duraturo, con la conseguenza che anche le nevi precoci autunnali potrebbero sciogliersi in tempi rapidi.
A lungo termine, tutto questo incide sull’equilibrio degli ecosistemi montani, sull’evoluzione dei ghiacciai e anche sulla diffusione di insetti, che sempre più spesso riescono a sopravvivere agli inverni dolci. La mancanza di vere fasi fredde altera non solo il paesaggio, ma anche la cadenza naturale delle stagioni, con impatti che si fanno sentire anche in primavera, quando si osservano spesso irruzioni fredde tardive, più incisive di quelle invernali.
Dunque, senza voler cedere a facili allarmismi, sembra prendere forma un’altra stagione invernale anomala, fatta di mitezza persistente, piogge abbondanti e nevicate poco consistenti. Uno scenario che non rappresenta più un’eccezione, ma una nuova normalità climatica con cui dovremo imparare a convivere. (TEMPOITALIA.IT)










