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      Home » Case bollenti fino a notte: perché il calore resta intrappolato
      Cambiamento Climatico

      Case bollenti fino a notte: perché il calore resta intrappolato

      Muri e solai accumulano calore per tutto il giorno e lo restituiscono dopo il tramonto: ecco perché in città le stanze restano roventi anche a mezzanotte.

      Piero Luciani
      Piero Luciani
      Pubblicato: 12 Agosto 2026 09:20
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      8 Min Read
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      Contents
      • Il calore che i muri restituiscono di notte
        • Quanto conta l’esposizione al sole
        • Ventilazione, la variabile quasi sempre sprecata
        • La città che non si raffredda mai del tutto
        • Cosa si può fare davvero

      Sono le undici di sera. Fuori qualche grado è sceso, dentro casa no. Chi ha passato un agosto in un appartamento conosce bene la scena: finestra spalancata, ventilatore che rimescola aria tiepida, e il muro accanto al letto che scotta ancora se ci appoggi il palmo. Non è suggestione. È fisica spicciola, e ha nomi precisi.

      La questione non riguarda soltanto quanto fa caldo là fuori. Riguarda come l’edificio in cui viviamo gestisce quel calore: quanto ne assorbe, quanto ne trattiene, con quale lentezza lo restituisce. Tre variabili che nessun bollettino può raccontare, perché cambiano da un piano all’altro dello stesso palazzo.

       

      Il calore che i muri restituiscono di notte

      Il concetto chiave si chiama inerzia termica. Ogni materiale ha una sua capacità di immagazzinare energia e un suo tempo di risposta: il cemento, il laterizio, l’intonaco pesante si scaldano piano e si raffreddano ancora più piano. Durante le ore di sole, una parete esposta a sud o a ovest accumula energia per strati successivi, come una spugna che si riempie dall’esterno verso l’interno. Poi il sole cala. E quel calore, che nel frattempo ha attraversato lo spessore del muro, comincia il viaggio di ritorno verso l’ambiente interno.

      Il ritardo è la parte insidiosa. In una parete tradizionale spessa lo sfasamento può superare le otto o dieci ore: significa che l’energia catturata a mezzogiorno arriva in camera da letto quando è ormai notte fonda. Ecco perché il picco di disagio interno spesso non coincide affatto con il picco esterno. Molti se ne accorgono senza saperne il motivo: la stanza più calda della casa, alle due del mattino, è quella che al pomeriggio prendeva il sole di taglio.

      C’è poi la faccenda dell’irraggiamento notturno. Un solaio caldo emette radiazione infrarossa verso tutto ciò che gli sta attorno, pareti comprese, e il corpo umano la percepisce come calore radiante anche se il termometro segna un valore accettabile. Ti sembra di stare male a 32°C? Non è il numero, è la superficie che ti sta cuocendo di rimando.

       

      Quanto conta l’esposizione al sole

      L’orientamento pesa più di quanto si creda. Una facciata a sud riceve il massimo carico nelle ore centrali, ma è quella a ovest a fare i danni peggiori nelle sere estive, perché intercetta il sole basso quando l’edificio è già saturo di energia accumulata. Il tetto, poi, è un discorso a parte: superfici scure con bassa riflettanza – l’albedo, per usare il termine giusto – assorbono la quota maggiore della radiazione incidente e possono superare abbondantemente la temperatura dell’aria.

      Il colore conta, il materiale conta, l’ombra conta ancora di più. Una tenda esterna, una persiana chiusa a metà giornata, un albero piantato dalla parte giusta fanno più di qualunque accorgimento adottato all’interno, perché fermano la radiazione prima che entri. Fermarla dopo, quando ha già scaldato il vetro e il pavimento, è tempo perso.

       

      Ventilazione, la variabile quasi sempre sprecata

      Aprire le finestre nel primo pomeriggio, mentre il termometro tocca i valori più alti, non raffredda nulla: fa entrare aria che scalda ulteriormente le masse interne. La finestra andrebbe usata quando l’aria esterna è più fresca di quella interna, quindi nelle ore che precedono l’alba, e servirebbe una ventilazione incrociata vera, due aperture su lati opposti, così l’aria attraversa e non ristagna.

      Il guaio è che nelle notti afose questa condizione semplicemente non si verifica. Quando il Mediterraneo rilascia vapore e la brezza non entra in città, l’aria fuori resta tanto pesante quanto quella dentro. Lo si è visto bene durante l’ondata di calore di questi giorni, con l’afa che ha reso insopportabili anche le ore notturne, un aspetto già raccontato analizzando cosa può cambiare nella seconda metà del mese e nel commento sul ritorno della calura fino a 42°C.

      Un dettaglio che sfugge quasi a tutti: l’umidità. Se il punto di rugiada resta alto, ventilare porta dentro vapore acqueo, e il vapore rende più difficile al corpo smaltire calore attraverso il sudore. Insomma, si guadagna un po’ di ricambio d’aria e si perde in comfort.

       

      La città che non si raffredda mai del tutto

      Tutto questo si innesta su un contesto più ampio, quello dell’isola di calore urbana. Asfalto, cemento, superfici impermeabili: la città accumula energia esattamente come i nostri muri, solo su scala enormemente maggiore, e la restituisce per tutta la notte. Le strade strette fra edifici alti – i cosiddetti canyon urbani – riducono la velocità del vento e limitano la vista del cielo, quindi frenano proprio quel raffreddamento radiativo che in campagna funziona benissimo.

      Il risultato lo conosciamo: notti tropicali, con minime che non scendono sotto i 20°C. A Milano, come a Bologna o a Torino, la Val Padana aggiunge del suo, perché l’umidità stagnante taglia le gambe al raffreddamento notturno. Lungo il Tirreno succede qualcosa di simile a Roma e a Napoli, con il mare caldo che fa da serbatoio. Il tema è stato affrontato di recente parlando di come si dorme sempre peggio nei grandi centri urbani, e le città dove nell’area urbana hanno temperature minime anche decisamente superiori ai 25°C.

      Chi ha memoria delle estati del 2003, del 2021 o del 2022 ricorda benissimo quelle sequenze di giorni e notti senza tregua. La differenza, semmai, sta nella frequenza con cui si ripresentano, e nel fatto che la vera rinfrescata si fa attendere sempre di più, come emerso nell’analisi sui tempi possibili di una svolta e in quella sul caldo africano che accompagna il periodo di Ferragosto.

       

      Cosa si può fare davvero

      Nessuna soluzione miracolosa. Ma le contromisure esistono e sono note da tempo: schermare le aperture dall’esterno, aumentare la riflettanza delle coperture, isolare i solai sottotetto, sfruttare la ventilazione notturna quando le condizioni la rendono utile. Sono interventi poco spettacolari, spesso economici, che agiscono sul punto giusto della catena.

      Sul fronte urbano il ragionamento è identico, solo con altre dimensioni: più verde, più ombra, superfici meno assorbenti, meno impermeabilizzazione. Chi progetta oggi un edificio destinato a durare mezzo secolo farebbe bene a tenerne conto, perché le estati che verranno somiglieranno più a questa che a quelle di trent’anni fa.

      E allora la prossima notte, prima di accusare il ventilatore, prova a toccare il muro. Ti dirà lui da dove arriva il problema.

       

      Credit

      • Copernicus C3S ed ECMWF, European State of the Climate 2025, capitolo sullo stress termico
      • Copernicus, che cos’è una notte tropicale
      • Met Office, la modellistica dei canyon urbani e lo stress da calore in città
      • US EPA, coperture riflettenti per ridurre l’isola di calore urbana
      • NASA Earth Observatory, isole di calore urbane
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