C’è un momento preciso, nei pomeriggi estivi in cui le cicale smettono di cantare. Tutte insieme. Chi vive in campagna lo conosce bene, e chi ha passato qualche estate in montagna pure: il silenzio arriva prima della pioggia, quasi sempre. Poi cambia l’odore dell’aria, la luce vira su un giallo strano, e cinque minuti dopo stai correndo a chiudere le finestre per il vento.
Il cielo avvisa, lo fa con anticipo, e lo fa in modo abbastanza sistematico da poter essere letto anche da chi non ha mai aperto un manuale di meteorologia. Servono occhi, orecchie e – diciamolo – un minimo di attenzione a quello che succede intorno.
Il tuono dice a che distanza sei
Il suono viaggia a circa 343 metri al secondo. La luce, praticamente in tempo zero. Da qui nasce il conto più semplice e più affidabile che esista: contare i secondi fra il lampo e il tuono e dividerli per tre. Il risultato sono i chilometri che ti separano dalla cella.
Trenta secondi di intervallo? Sei a una decina di chilometri, hai tempo. Dieci secondi? Poco più di tre chilometri, e la faccenda si fa seria. Ma il numero assoluto conta meno della tendenza: se il primo lampo lo hai contato a venti secondi, il secondo a quindici e il terzo a otto, il sistema ti sta venendo addosso. Se invece l’intervallo si allunga, il temporale sta scivolando altrove.
Un’avvertenza che gli enti americani ripetono da anni: se senti il tuono, sei già nel raggio d’azione dei fulmini. Non serve che piova. I cosiddetti fulmini a ciel sereno colpiscono anche a quindici chilometri dal nucleo precipitativo, e sono quelli che fanno più vittime perché nessuno se li aspetta.
Quando il vento cambia
Le raffiche di vento che precedono un temporale non hanno niente a che vedere con la brezza del pomeriggio. Arrivano di colpo, spesso da una direzione diversa rispetto a quella che il vento teneva fino a un attimo prima, e sollevano polvere, foglie secche, tovaglioli di carta dai tavolini dei bar.
Il motivo sta nel gust front, il fronte di raffica: l’aria fredda che scende dal cumulonembo tocca il suolo e si espande in orizzontale, come acqua versata su un piano. In pianura, con celle ben organizzate, questa aria può correre a 60 o 80 chilometri orari, e nei casi peggiori – i downburst – superare abbondantemente i 100-120. Alberi sradicati, ombrelloni che volano, tetti scoperchiati: gran parte dei danni estivi in Italia nasce lì, non dalla grandine.
C’è anche l’odore, che non è un dettaglio poetico ma chimica. La geosmina prodotta dai batteri del suolo viene sollevata dall’aria umida e arriva al naso prima delle gocce. Quel profumo di terra bagnata quando ancora non è caduto niente è un segnale, e pure piuttosto attendibile.
Nuvole che si alzano come torri
Guardare in alto aiuta, a patto di sapere cosa cercare. Un cumulo di bel tempo ha contorni tondi e una base grigia chiara. Il cumulonembo del temporale è un’altra storia: cresce in verticale per otto, dieci, anche dodici chilometri, e quando incontra la tropopausa si appiattisce in quella forma a incudine che qualsiasi bambino disegnerebbe come “nuvola cattiva”.
Se l’incudine si allunga sopra di te mentre il corpo della nube è ancora lontano, il temporale sta puntando nella tua direzione. Occhio poi alla shelf cloud, la mensola scura e rotolante che precede il fronte di raffica: quando la vedi arrivare, il vento forte è questione di minuti. E se la base della nube assume una tonalità verdastra o bronzea, la letteratura scientifica associa spesso quel colore a nuclei ricchi di grandine.
Restano i mammatus, quelle protuberanze a sacca sotto l’incudine. Belle da fotografare, spesso segno di un sistema maturo e turbolento. Non sono un allarme in sé, ma raramente accompagnano situazioni tranquille.
Il radar utilissimo
Le app meteo non sono tutte uguali, e la differenza la fa il radar. Le mappe di riflettività colorano gli echi in base all’intensità delle precipitazioni: dal verde al giallo, poi arancione, rosso e viola. I nuclei rossi e viola indicano pioggia violenta o grandine, e vanno guardati in sequenza – non basta l’istantanea -.
Due o tre fotogrammi consecutivi dicono dove sta andando la cella e con che velocità. Un sistema che si muove a 40 chilometri orari e dista trenta chilometri ti concede una quarantina di minuti scarsi. Utile anche la mappa delle fulminazioni, aggiornata quasi in tempo reale, che mostra l’attività elettrica là dove il radar segna ancora poco.
Il termometro che crolla
Ultimo segnale, e forse il più sottovalutato. Prima di un temporale organizzato la temperatura può scendere di otto o dieci gradi in un quarto d’ora: da 32°C a 22°C, con l’umidità che schizza e la pressione che cede di qualche ettopascal.
È il cold pool, la piscina d’aria fredda generata dall’evaporazione della pioggia in caduta. Chi ha un termometro sul balcone o una stazioncina domestica lo vede benissimo. Insomma, il refrigerio si sente, però a dire il vero, ad averceli di qusti tempi i 32°C.
I segnali, presi singolarmente, valgono poco. Un tuono lontano può restare lontano. Una raffica può essere solo una raffica. Quando però si sommano – il calo termico, l’odore di terra, l’incudine sopra la testa, gli echi rossi sul radar, il margine si è già ridotto parecchio. La regola dei trenta secondi nasce proprio da lì: intervallo lampo-tuono sotto quella soglia, ci si mette al riparo, e si aspettano trenta minuti dall’ultimo tuono prima di tornare fuori. Sembra eccessivo. Non lo è.
Credit
- NOAA National Severe Storms Laboratory
- National Weather Service, Lightning Safety
- Met Office, Types of weather: thunderstorms
- World Meteorological Organization
- American Meteorological Society