Ottobre occupa un posto scomodo nella memoria idrogeologica dell’Italia. Non è ovunque il mese più piovoso dell’anno, eppure concentra alcune delle alluvioni più gravi della nostra storia. Nessun fattore, da solo, basta a spiegarlo, conta la coincidenza stagionale di più ingredienti, e vedremo quali sono che combinati assieme generano questi eventi estremi.
Mare caldo, aria fresca e montagne vicine alla costa
Dopo l’estate il Mar Mediterraneo conserva a lungo il calore accumulato. Quando arrivano le prime saccature atlantiche – avvallamenti della corrente in quota che portano aria più fredda verso sud – o perturbazioni, trovano sotto di sé un mare ancora tiepido, se non caldo come questi anni, che cede vapore acqueo in abbondanza. Lo scirocco e il libeccio spingono poi quest’aria umida verso terra.
Qui entra in gioco l’orografia, cioè la forma del rilievo. Alpi e Appennini si alzano a pochi chilometri dal mare: l’aria è costretta a salire, si raffredda e condensa, scaricando pioggia sugli stessi versanti. Se la configurazione resta ferma per molte ore, la precipitazione diventa persistente e colpisce bacini piccoli, con tempi di risposta rapidissimi.
Genova, quando il temporale persiste per ore
Il caso simbolo resta Genova il 7-8 ottobre 1970: a Bolzaneto caddero 948 millimetri in 24 ore, valore ricordato come primato italiano. Il 9 ottobre 2014 il Bisagno esondò di nuovo, per colpa di un temporale autorigenerante, una cella che si riforma sempre sullo stesso punto lungo una linea di convergenza tra correnti umide meridionali e aria più fresca in uscita dalla Pianura Padana.
Dal Sud alle Alpi Marittime
Nel Sud Italia la dinamica cambia. Il 25-26 ottobre 1954 acqua e fango travolsero Salerno e la Costiera Amalfitana. Il 1° ottobre 2009, nel territorio di Messina, piogge intense su pendii ripidi innescarono colate detritiche a Giampilieri e Scaletta Zanclea. Più della quantità totale, pesarono la brevità dei corsi d’acqua e la fragilità dei suoli.
Nel Nord Italia, a metà ottobre 2000, toccò a Piemonte e Valle d’Aosta. Il 2-3 ottobre 2020 la tempesta Alex alimentò un fiume atmosferico, un nastro di vapore steso sul Mediterraneo da Gibilterra fino alle Alpi Marittime: a Limone Piemonte si misurarono 553 millimetri in un solo giorno. Il 19-20 ottobre 2024 fu la volta di Bologna.
Più cause, nessuna esclusiva
Ridurre tutto al mare caldo sarebbe un errore; il terreno può arrivare all’autunno saturo oppure indurito dalla siccità, e in entrambi i casi assorbe poco. Torrenti tombinati, edifici nelle aree di esondazione e versanti spogliati dagli incendi amplificano gli effetti a parità di pioggia. E sufficiente solo citare il caso di Genova, città costruita in vallate dove ad ogni super nubifragio scorrono grosse quantità d’acqua di torrenti spesso asciutti, che durante le piogge intense si gonfiano a dismisura invadendo strade e abitazioni a piano terra.
Il Riscaldamento Globale aggiunge un tassello: un’atmosfera più calda trattiene più vapore. Simulazioni recenti con modelli matematici ad alta risoluzione indicano che un Mediterraneo più caldo avrebbe intensificato le piogge di un evento come quello del 2020. Una sensibilità reale, da valutare però caso per caso.
Per questo le piogge attese sul Nord-Ovest vanno seguite con attenzione, senza allarmismi: in ottobre contano la configurazione, la durata dei fenomeni e il territorio che riceve l’acqua.