Seguici su Google
Criticità nel Vortice Polare invernale potrebbero determinare improvvise nevicate anche in Italia.

Nel Pacifico equatoriale si sta sviluppando un El Niño che con buona probabilità finirà nei libri di climatologia, e da qualche settimana ci si chiede cosa possa voler dire per il nostro inverno. Il bollettino del Climate Prediction Center della NOAA dell’8 ottobre indica l’indice Niño 3.4, cioè la temperatura del mare in un’area chiave del Pacifico centrale, a +2,1°C sopra la norma a settembre, con anomalie oltre i +4°C in alcuni tratti del Pacifico orientale e una probabilità dell’83% che il trimestre ottobre-dicembre superi ogni evento registrato dal 1950.

Anche la WMO, l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, si muove nella stessa direzione: per ottobre-dicembre stima un’anomalia media vicina a +3,7°C nella regione Niño 3.4, con il picco atteso a dicembre, oltre il record del 2015-2016. I due enti usano indici e periodi di riferimento diversi, quindi i numeri non vanno confrontati alla lettera, però il messaggio è lo stesso, siamo davanti a un evento eccezionale.

 

Come un Oceano lontano arriva fino al Polo

Per capire il legame bisogna salire in quota. Il Vortice Polare stratosferico è un grande anello di venti occidentali che d’inverno gira sopra l’Artico, più o meno tra 10 e 50 chilometri di altezza, e finché resta compatto tiene il freddo chiuso alle alte latitudini.

El Niño agisce in modo indiretto. Rinforza la depressione delle Aleutine, l’area di bassa pressione del Pacifico settentrionale, e questo favorisce le onde planetarie, enormi ondulazioni della corrente in quota chiamate onde di Rossby, che risalgono fino alla stratosfera e lì frenano e scaldano il vortice. Il risultato, in media, è un Vortice Polare più debole nella seconda parte dell’inverno e una maggiore frequenza di Stratwarming, i riscaldamenti improvvisi della stratosfera che possono spezzare il vortice in più lobi. Lo hanno mostrato studi come quello di Ineson e Scaife su Nature Geoscience, e lavori più recenti confermano che il segnale si concentra soprattutto tra gennaio e febbraio.

 

Un legame che non funziona a comando

Detto questo, non esiste un interruttore automatico. L’inverno 1997-1998, con un El Niño fortissimo, non ha avuto uno Stratwarming maggiore, mentre nel 2015-2016 il vortice è rimasto robusto fino a metà gennaio e ha ceduto solo a inizio marzo, quando ormai  la stagione era al termine.

Quest’anno c’è poi un fattore che rema contro, la QBO, l’oscillazione quasi-biennale dei venti stratosferici sopra l’equatore, che si trova in fase occidentale e di solito rinforza il vortice. I modelli matematici vedono comunque un vortice allungato e più debole della norma già a ottobre, con un possibile calo dei venti in quota tra fine dicembre e gennaio.

 

Cosa aspettarsi in Italia

Il quadro più credibile è un inverno a due tempi: tra novembre e dicembre, con El Niño al massimo, il flusso occidentale dovrebbe restare teso e la NAO, l’oscillazione nord-atlantica che misura la differenza di pressione tra Azzorre e Islanda, spesso positiva, il che da noi significa clima mediamente mite. Le proiezioni stagionali dei modelli matematici di Copernicus ed ECMWF vedono infatti temperature sopra la media su gran parte dell’Europa.

Da gennaio a marzo sale invece la probabilità di una NAO negativa, con più perturbazioni sul versante tirrenico e sul Centro-Sud, nevicate abbondanti sulle Alpi e, se il vortice cede davvero, affondi freddi capaci di raggiungere il Nord Italia, il Centro, il Sud e le Isole Maggiori.

 

Neve, piogge e mare caldo

Per la neve a bassa quota serve una combinazione precisa, aria fredda, spesso da est o nord-est, sotto un minimo di bassa pressione che pesca umidità dal Mediterraneo, un mare che negli ultimi anni è caldo anche in profondità. È quello che successe con il Burian di fine febbraio 2018. Un’atmosfera più calda trattiene circa il 7% di vapore in più per ogni grado, quindi dove fa abbastanza freddo le nevicate possono diventare più intense, mentre dove il freddo manca lo stesso mare caldo alimenta piogge forti e rischio alluvionale. Il clima più caldo non cancella le ondate di gelo, ma riduce la neve media in pianura e accorcia la stagione.

 

Cosa conviene osservare

Nessun modello matematico è in grado di indicare con più di due settimane di anticipo la data di un eventuale collasso del vortice. Da novembre in poi conviene seguire i venti a 10 hPa sopra il Circolo Polare e capire se il disturbo scende davvero verso la troposfera, invece di inseguire allarmi o rassicurazioni premature. Su un inverno 2026-2027 che si annuncia mite nella media ma non meno variabile, preparare piani neve, reti e protezione civile resta comunque una scelta di buon senso per eventuali improvvise forti nevicate anche in Italiaa.

 

Credit

Seguici su Google