La climatologia è una scienza che si occupa di statistica dell’insieme di fenomeni atmosferici. E anche la neve viene censita in quantità media caduta, durata al suolo, e frequenza.
La neve è un fenomeno atmosferico non frequente nelle pianure d’Italia, eccetto una frequenza superiore al resto d’Italia nel Nord.
In queste settimane ci si lamenta che in Val Padana non è Inverno perché non c’è la neve. Ma ciò è avvenuto anche nel passato, anche se la tradizione ed il passa parola affermano che in passato nevicava molto più che negli ultimi 30 anni.
Sono stati fatti studi sulla nevosità degli ultimi decenni, e hanno stabilito che nevica meno. Ora non conosciamo la bontà dello studio e la fonte dei dati, ma forse in passato per l’accortezza delle misurazioni vi era una maggior meticolosità di quanto avviene oggi.
Innanzitutto, la nevosità è un fenomeno ciclico. Rammenterete sicuramente i tanti inverni nevosi, specie al Nord Italia sino al 2012, mentre negli ultimi 2 inverni la neve è divenuta più rara (ma è comunque nevicato).
La climatologia storica afferma che anche la Val Padana, citata spesso per area molto nevosa, in realtà non lo è. Secondo le statistiche stilate per il periodo 1921/1960, anni in cui non vi era (forse) il Global Warming quale causa per non vedere la neve d’Inverno, in una vasta area della Valle Padana che va dalle coste venete sin quasi a Milano, i giorni medi di neve superiore a 1 cm erano solo da 1 a 5 all’anno.
Da Milano sino a Torino, la media di giorni con neve era di 5-10 giorni all’anno.
Eccovi la mappa che avrete probabilmente già visto, ma che abbiamo semplificato aggiungendoci i numeretti con i giorni medi di neve per il periodo 1921/1960.
Nel periodo storico indicato i giorni con neve erano di 5 medi a Milano, a Parma e Bologna 7, a Imola 6, a Torino 8.
Uscendo dai confini padani, all’Abetone (in montagna) la media annua era di 31 giorni. Nell’Appennino centrale c’era una media di 30 giorni di neve al Terminillo, 60 alla stazione di Campo Imperatore (2125 m) sul Gran Sasso.
La stazione nivometrica del Lago Cereser a 2500 metri nelle Alpi occidentali aveva una media di 47 giorni con neve, al Falzarego, nelle Alpi orientali, a metri 1985, i giorni medi erano 29.
Valori simili alle pianure piemontesi si avevano nelle conche appenniniche come l’Aquila e nel Fucino: L’Aquila 8 giorni e Avezzano 6 giorni di neve medi all’anno.
Ma vediamo i litorali: in quello adriatico la media era da 1 a 5 giorni di neve all’anno sino al sud della Puglia, mentre nel settore ionico e tirrenico, quello delle Isole Maggiori, la neve media è di meno di un giorno all’anno. Quindi è un evento eccezionale.
A Roma città la media era di circa 1 giorni all’anno, a Firenze 2 giorni all’anno.
Grosse sorprese giungono per i centimetri accumulati. Nella Pianura Padana si andava da meno di 10 cm della fascia costiera adriatica a poco più di 20 cm nella zona di Mantova, a 40 – 45 cm dell’area tra Pavia e Milano, a circa 45 cm nelle adiacenze di Torino.
Valori importanti si avevano nelle zone collinari del basso Piemonte, in genere oltre i 50 cm, ma ancor più nella zona di Cuneo e nelle valli dell’entroterra ligure del versante padano. Qui i centimetri medi erano di oltre 100.
Gran neve veniva accumulata anche ai piedi dell’Appennino emiliano, a Bologna la media era di 42 cm annui.
Il luogo più nevoso, secondo la stima di allora del Bénévent (sicuramente oggi superata da altri rilevamenti) era di un accumulo di 45-50 metri di neve all’anno alla quota di 4500 metri del Monte Bianco.
Orbene, dopo aver visto questa serie di numeri, una mappa storica, passiamo al dunque, ci sono ancora ad oggi le possibilità di vedere nevicate in media, oppure sono realmente svanite?
Negli ultimi due decenni è nevicato molto, probabilmente anche oltre la media indicata, come numero di giorni e come quantitativi. Ciò a dispetto del Global Warming.
Quest’anno ci sono 2 indicatori molto forti: uno è a favore, mentre l’altro è contrario ad avere la neve.
Il primo è che c’è il freddo per la neve.
Il secondo indicatore, quello negativo, dice che viviamo una lungo ciclo siccitoso. In tale contesto, anche se fa freddo non ci sono precipitazioni e quindi neppure la neve.
L’aspettativa è in Febbraio già per ragioni prettamente climatiche. In questo mese la circolazione atmosferica, che durante la prima parte dell’Inverno tende a stagnare a causa del Vortice Polare che si rinforza sempre più trattenendo a sé il freddo, diventa dinamica, ed il Vortice Polare a cicli di una volta ogni 10 giorni circa tende a splittare (si spacca in bolle di aria gelida) e invia verso sud nuovi impulsi freddi che sovente raggiungono i precedenti.
Insomma, in Febbraio c’è la naturale espansione verso sud del freddo. Ma c’è anche il rovescio della medaglia di cui tener sempre conto: la circolazione atmosferica terrestre è ondulata, e può succedere in Italia e parte d’Europa che rimanga bloccata in regime di Alta Pressione, e che a ovest e ad est, vivano saccature fredde per settimane.
Attualmente abbiamo avuto 2 forti irruzioni di aria fredda che sono state deviate dalla rotta italiana dal promontorio di Alta Pressione semi permanente.
Prima o poi queste situazioni tendono a sbloccarsi quando il Vortice Polare va in split e invia verso sud altra aria fredda. E tra fine Gennaio e primi di Febbraio è atteso un rilascio, ma non è detto che ci interessi, anche se vi sono alte possibilità che a breve i modelli matematici inizieranno a mostrarne i risultati.
Insomma, non ci resta che attendere, per altro, e ci teniamo a sottolinearlo, la prima quindicina di Marzo può essere terribilmente fredda. Possiamo citare vari precedenti recenti e meno.
Ci sono state annate che furono sterili di freddo e precipitazioni come quelle 87-88-89-90 che mostrano la neve ed il gelo a Marzo, con un cambio radicale di circolazione atmosferica che da siccitosa passò a particolarmente ricca di precipitazioni.
Caro lettore, l’Inverno non finisce a Gennaio.