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Il corpo mostra segni del virus Covid anni dopo l’infezione

Luisa Bruno di Luisa Bruno
17 Ago 2024 - 12:45
in Magazine
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Negli ultimi anni la pandemia di COVID-19 ha‌ trasformato radicalmente la nostra comprensione delle malattie‌ virali. Inizialmente, il COVID-19 ⁢ era percepito come ⁢una malattia acuta, caratterizzata da sintomi come tosse persistente e perdita dell’olfatto, che durava⁢ circa due settimane. Tuttavia, con il passare del tempo, è emersa una nuova realtà: il Long COVID, una condizione‌ che può manifestarsi con oltre 200 sintomi debilitanti, persistenti per ⁢mesi⁣ o addirittura anni dopo l’infezione iniziale.

 

 

(TEMPOITALIA.IT) Un recente studio ha seguito 24 ⁣pazienti affetti da ⁢ COVID-19 per un periodo fino ‍a​ 900 giorni, rivelando⁢ un potenziale fattore che potrebbe spiegare la persistenza dei sintomi: le cellule T. Questo studio, ​uno dei più ⁢lunghi nel suo genere, ‍è stato avviato nel 2020, molto⁣ prima che l’idea che il COVID-19 ⁤potesse persistere nel corpo fosse ampiamente accettata. La ricerca ha utilizzato scansioni PET per monitorare il comportamento delle cellule T nel ⁣corpo dopo l’infezione.

 

 

Le cellule T sono un tipo di cellule del sistema immunitario che giocano un ruolo cruciale nella risposta del corpo alle infezioni. Lo studio ha mostrato che, nei pazienti con Long COVID, le cellule T ‌rimangono attivate a lungo⁣ termine, concentrandosi in diverse parti del corpo come i polmoni e l’intestino. Questo comportamento potrebbe spiegare la varietà e la‌ persistenza dei sintomi del Long COVID.

 

 

Il team di ricerca è stato ispirato dalla loro esperienza nello studio dell’HIV, una malattia nota ‌per la sua capacità di distruggere le ‌ cellule T.⁢ Incapaci di monitorare gli anticorpi nelle prime fasi della pandemia,​ i ricercatori ​hanno utilizzato le scansioni PET per mappare le cellule T ​ attivate nel corpo. Questo approccio ha permesso di identificare modelli di attivazione a lungo ​termine delle cellule ⁤T che potrebbero spiegare ​i sintomi‍ del Long COVID.

 

 

Le scansioni hanno mostrato‍ che le cellule T attivate si concentrano anche nella parete intestinale. Questo ha‍ spinto il ‍team ⁢a esaminare le biopsie intestinali, dove hanno trovato la presenza di RNA del COVID-19, suggerendo l’esistenza di un “serbatoio virale a lungo termine”. Questo risultato è stato particolarmente evidente quando confrontato con sei campioni di controllo pre-pandemia, dove le cellule T erano concentrate in aree come il fegato e i reni, noti per aiutare a eliminare l’infiammazione.

 

 

Sebbene lo ⁣studio non fornisca una prova definitiva, esso rappresenta un passo significativo verso la comprensione⁣ del Long COVID. Non è ‌ancora chiaro a cosa stiano reagendo le cellule T e se le scansioni mostrino residui di vecchie infezioni o‌ particelle virali attive. Tuttavia, ‌i dati inferenziali suggeriscono che una delle cause principali del Long COVID potrebbe essere l’incapacità di alcune persone di eliminare completamente il virus, ​mantenendo‍ serbatoi di SARS-CoV-2 ​ nei loro tessuti.

  (TEMPOITALIA.IT)

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