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Mezza Europa travolta dai ghiacci sei mesi all’anno. Questo è un futuro non lontano da oggi

Antonio Lombardi di Antonio Lombardi
25 Ott 2024 - 17:02
in A Scelta della Redazione, Ad Premiere, Cambiamento Climatico, Multimedia
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(TEMPOITALIA.IT) La crisi climatica e l’Atlantico del Nord: il rallentamento della circolazione termoalina e le sue implicazioni globali

Negli ultimi anni, la comunità scientifica ha messo in evidenza un fenomeno preoccupante nel Nord Atlantico: il rallentamento della circolazione termoalina, nota anche come AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation). Questo sistema di correnti marine, che comprende la Corrente del Golfo, gioca un ruolo essenziale nel mantenimento dell’equilibrio climatico, trasportando grandi quantità di calore dai tropici verso le alte latitudini del Nord. Un recente convegno ha visto la partecipazione di importanti figure accademiche, tra cui il professor Stefan Rahmstorf, il quale ha esposto dati allarmanti che suggeriscono che l’AMOC stia perdendo forza, con conseguenze potenzialmente devastanti.

 

La circolazione termoalina funziona come una sorta di “riscaldamento centrale” per il clima europeo e nordamericano. L’AMOC trasporta acque calde dalla fascia tropicale fino al Nord Atlantico, dove rilasciano calore nell’atmosfera, influenzando direttamente il clima dell’Europa e delle aree costiere americane. Una volta che queste acque perdono calore, diventano più dense e affondano, viaggiando a sud come acque fredde e completando il ciclo. Tuttavia, questo sistema complesso e vitale si trova ora sotto stress a causa dell’aumento delle temperature globali e del riscaldamento climatico.

 

Secondo Rahmstorf, le osservazioni satellitari dal 1993 e i dati storici dimostrano una peculiarità nel Nord Atlantico: la presenza di una “macchia fredda” (“cold blob”) che appare contrastante rispetto al riscaldamento globale osservato nel resto del mondo. Questa zona di raffreddamento, che si trova a sud della Groenlandia, è un segnale preoccupante del rallentamento dell’AMOC. La causa di questa diminuzione di forza, afferma il professore, è la crescente immissione di acqua dolce proveniente dal disgelo dei ghiacciai e delle calotte polari, che riduce la salinità e la densità dell’acqua marina, compromettendo il suo affondamento e quindi l’efficienza della circolazione.

 

La situazione è aggravata dal fatto che il rallentamento dell’AMOC ha implicazioni che vanno ben oltre il raffreddamento localizzato del Nord Atlantico. Il cambiamento nella circolazione oceanica potrebbe portare a estati più calde e secche nel Mediterraneo, a inverni più freddi in Europa settentrionale, e a un’intensificazione degli eventi meteo estremi come tempeste e siccità. Le regioni tropicali potrebbero vedere un cambiamento nella distribuzione delle precipitazioni, con conseguenze per l’agricoltura e la disponibilità di acqua. Ma le implicazioni non si fermano qui: l’AMOC contribuisce anche all’assorbimento del biossido di carbonio atmosferico, e il suo rallentamento potrebbe ridurre questa capacità, accelerando ulteriormente il riscaldamento globale.

 

Una delle maggiori preoccupazioni è che l’AMOC abbia un “punto di non ritorno” o “tipping point”. Se questo punto critico venisse superato, la circolazione potrebbe arrestarsi del tutto, portando a cambiamenti climatici improvvisi e irreversibili. Rahmstorf ha spiegato come gli studi di paleoclimatologia mostrino che cambiamenti drastici della temperatura avvenuti in passato sono stati spesso innescati da instabilità nella circolazione termoalina. Un collasso dell’AMOC in un contesto di riscaldamento globale non sarebbe semplicemente una situazione di equilibrio tra caldo e freddo, ma porterebbe a una serie di effetti imprevedibili e disastrosi per gli ecosistemi e le società umane.

 

Nel suo intervento, il professor Rahmstorf ha sottolineato l’urgenza di ulteriori studi per comprendere meglio la vulnerabilità dell’AMOC. Egli ha ribadito l’importanza di ridurre drasticamente le emissioni di gas serra, un messaggio chiave indirizzato al Consiglio dei Ministri Nordici, esortandoli a utilizzare il loro peso diplomatico per promuovere politiche climatiche più rigorose a livello globale.

 

La ministra islandese per il clima, Thoron, ha ringraziato Rahmstorf per la sua chiarezza e per aver evidenziato quanto sia cruciale il ruolo dei paesi nordici nella diplomazia climatica. Ha inoltre dichiarato che la crisi dell’AMOC rappresenta una sfida comune, che richiede collaborazione non solo tra i paesi nordici, ma anche con il resto del mondo. Per affrontare una crisi climatica che non conosce confini, è essenziale che le nazioni lavorino insieme, combinando risorse scientifiche e capacità diplomatiche.

 

In conclusione, la crisi climatica e il rischio di un collasso dell’AMOC sottolineano l’urgenza di un cambiamento profondo e immediato nelle politiche ambientali globali. Senza un’azione decisa, rischiamo di compromettere irreversibilmente il nostro pianeta e la qualità della vita delle generazioni future. (TEMPOITALIA.IT)

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Antonio Lombardi

Dopo aver conseguito la laurea in Geologia presso l’Università degli Studi di Milano nel 2000, ha proseguito il suo percorso accademico con una seconda laurea in Astronomia presso l’Università "La Sapienza" di Roma, ottenuta nel 2006. L'interesse per l'astronomia lo ha portato successivamente a intraprendere un Master di specializzazione in Astronomia presso l’University of Arizona (Tucson, USA), uno dei principali centri internazionali per la ricerca astrofisica. In ambito professionale, si occupa anche di insegnamento, sia in contesti scolastici che in corsi e laboratori rivolti al pubblico generale, con un forte focus sull’approccio interdisciplinare tra geologia, astronomia e scienze ambientali.

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