Circa 232 milioni di anni fa, la Terra era un luogo molto diverso da quello che conosciamo oggi. I continenti erano uniti in un’unica massa terrestre chiamata Pangea, un supercontinente che dominava il pianeta. Questo assetto geografico favoriva la formazione di monsoni, poiché le temperature marine erano elevate, simili a una “zuppa calda”, come descritto dal ricercatore paleoambientale Paul Wignall. L’aria era già satura di umidità, creando le condizioni ideali per piogge torrenziali.
Ma cosa ha scatenato un aumento così drastico delle precipitazioni? Alcuni studiosi suggeriscono che la causa principale sia stata una serie di enormi eruzioni vulcaniche avvenute nel Terreno di Wrangellia, situato lungo le coste dell’Alaska e della Columbia Britannica. Queste eruzioni hanno avuto un impatto significativo sulla quantità di vapore acqueo presente nella stratosfera, un fenomeno osservato anche in tempi recenti con l’eruzione del vulcano Hunga Tonga-Hunga Ha’apai. Secondo il geoscienziato Jacopo Dal Corso, le eruzioni di Wrangellia hanno raggiunto il loro apice durante l’Evento Pluviale Carnico, rilasciando enormi quantità di gas serra come l’anidride carbonica e provocando picchi di riscaldamento globale.
Le piogge incessanti di questo periodo hanno avuto conseguenze devastanti per molte forme di vita sulla Terra. In particolare, le creature marine come gli ammonoidi, i conodonti e i crinoidi hanno subito un aumento delle estinzioni. Tuttavia, questo evento catastrofico potrebbe aver creato nuove opportunità per altre forme di vita, in particolare per i dinosauri. Uno studio pubblicato nel Journal of the Geological Society suggerisce che, a seguito delle estinzioni di massa di piante e di erbivori chiave sulla terraferma, i dinosauri siano stati i principali beneficiari di questo periodo di recupero, espandendosi rapidamente in termini di diversità, impatto ecologico e distribuzione regionale, inizialmente in Sud America e successivamente in tutti i continenti.
Le prime prove dell’Evento Pluviale Carnico sono emerse grazie al lavoro di geologi negli anni ’80, in particolare il duo britannico composto da Alastair Ruffell e Michael Simms. Ruffell aveva identificato una striscia di pietra grigia che attraversava la roccia rossa di Lipe Hill, nel Somerset, un’indicazione che la regione era passata da un periodo di estrema aridità a uno di intensa umidità. Tuttavia, quando Ruffell e Simms pubblicarono uno studio che sosteneva questa teoria, basato anche su prove provenienti dalla Germania, dagli Stati Uniti e dall’Himalaya, non furono presi molto sul serio. “Ricordo che uno o due accademici di alto livello pensavano che fosse un’idea assurda”, ha raccontato Simms a Nature.