Seguici su Google

Il passaggio da un clima mite a una glaciazione non succede dall’oggi al domani. È un processo lento, governato dalla meccanica celeste prima ancora che dall’atmosfera, e si misura in decine di migliaia di anni. Le carote di ghiaccio estratte in Groenlandia e in Antartide, insieme ai sedimenti oceanici, raccontano una discesa graduale, punteggiata da strappi improvvisi, ma non istantanei della temperatura.

 

Quanto durò la discesa verso la Glaciazione Würm

L’ultimo periodo glaciale, quello che sulle Alpi chiamiamo Glaciazione Würm, prese avvio intorno a 115.000 anni fa, quando si chiuse il periodo interglaciale Eemiano. Il periodo più freddo, l’Ultimo Massimo Glaciale, venne toccato circa 21.000 anni fa. Fra i due estremi corrono poco più di novantamila anni, ed è questo il tempo che il Pianeta impiegò per scivolare dal tepore interglaciale al gelo pieno. Ma nel frattempo, però, sembra impercettibile nei numero globali della temperatura media, ma anche 0,1°C in meno si fanno notare, e sarà pur vero che sono necessari migliaia di anni, ma nel lungo termine, il cambiamento si nota eccome.

Il valore del raffreddamento è stato quantificato con precisione crescente negli ultimi anni. Le ricostruzioni basate sull’assimilazione dei dati proxy oceanici collocano la temperatura media globale dell’Ultimo Massimo Glaciale attorno a 6°C sotto i livelli preindustriali. Sei gradi distribuiti su novantamila anni valgono pochi centesimi di grado per secolo: impercettibili sulla scala di una vita umana, devastanti su quella geologica. Il livello dei mari calò di circa 120 metri, le calotte seppellirono il Nord dell’Europa e del Nord America, e la Pianura Padana – cuore di quel Nord Italia che oggi ospita Milano e Torino – divenne una steppa fredda e ventosa, con le lingue glaciali affacciate sugli anfiteatri morenici. Ghiaccio spesso centinaia di metri dove oggi ci sono le due città del Nord Italia.

 

Il motore orbitale e i modelli matematici

Dietro questa lentezza ed il cambiamento concorre l’orbita terrestre. I cicli di Milankovitch descrivono tre variazioni dell’assetto del nostro Pianeta: l’eccentricità, che si ripete su circa 100.000 anni; l’obliquità dell’asse, con periodo di 41.000 anni; la precessione degli equinozi, attorno ai 23.000 anni. Quando i tre movimenti si allineano riducendo l’insolazione estiva alle alte latitudini boreali, la neve caduta d’inverno smette di fondere completamente. Il resto lo fanno le retroazioni: il ghiaccio riflette la radiazione solare e raffredda ulteriormente la superficie, l’Oceano assorbe anidride carbonica, la concentrazione atmosferica scende dai 280 parti per milione tipici degli interglaciali fino a 180. Un innesco astronomico debole, amplificato dal sistema climatico fino a diventare irreversibile per migliaia di anni.

I modelli matematici che simulano queste transizioni mostrano un dettaglio importante: la crescita delle calotte non è uniforme. La prima fase, subito dopo l’Eemiano, fu relativamente rapida in termini geologici, con un abbassamento marino di alcune decine di metri in qualche migliaio di anni. Poi il processo rallentò, avanzò per gradini successivi, con parziali arretramenti, fino al culmine di 21.000 anni fa. Anche la gravità degli altri pianeti gioca la sua parte, come emerso da recenti simulazioni sull’orbita terrestre.

 

Gli strappi dentro il lungo raffreddamento

Dentro la discesa millenaria si nascondono oscillazioni molto più veloci. Gli eventi Dansgaard-Oeschger, registrati nelle carote groenlandesi, produssero riscaldamenti regionali di parecchi gradi nell’arco di pochi decenni, seguiti da ricadute altrettanto brusche della temperatura. Gli eventi Heinrich documentano invece massicce scariche di iceberg nell’Atlantico settentrionale, capaci di indebolire la circolazione oceanica. Il Dryas Recente, poco meno di 12.900 anni fa, riportò il freddo pieno sull’Europa per oltre un millennio quando la deglaciazione era già avviata. Sono i precedenti che hanno alimentato il dibattito su un possibile ritorno a fasi fredde come la Piccola Era Glaciale, fenomeno però di tutt’altra scala.

 

Può ripetersi, e con quali tempi

Sul piano puramente orbitale la risposta è affermativa, ma le date sono lontanissime. L’insolazione estiva a 65 gradi di latitudine Nord si trova già oggi vicina a un minimo, eppure nessuna calotta sta crescendo. La spiegazione sta nella bassa eccentricità attuale dell’orbita, che smorza l’effetto della precessione, e nella concentrazione di anidride carbonica. Gli studi pubblicati su Nature indicano che, anche senza alcuna interferenza umana, il prossimo avvio di  glaciale non sarebbe attesa prima di 50.000 anni. Con le emissioni di gas serra crescenti, il rinvio potrebbe estendersi fino a 100.000 anni. Ma queste sono solo previsioni.

Il quadro odierno va nella direzione opposta, con oceani che segnano nuovi primati termici e proiezioni che indicano il 2027 come possibile anno record. Chi immagina una nuova Era Glaciale alle porte confonde due orologi che battono tempi diversi: quello astronomico, che scandisce millenni, e quello del Riscaldamento Globale, che lavora sulla scala dei decenni. Il primo, per ora, resta fermo in sala d’attesa, questa è la fase di riscaldamento del Pianeta, del tutto opposta al suo raffreddamento dovuto da cause .

 

Credit

Seguici su Google