Settembre è cominciato da poche ore e già si parla ampiamente di caldo anomalo. Non è una sorpresa, era previsto che l’alta pressione si fosse rimessa in moto sul Mediterraneo e la Penisola si ritrova di nuovo sotto una cappa che di autunnale non ha nulla, con una nuova fase di caldo fino a 38°C che interessa buona parte del territorio. Eppure il dato che colpisce di più non riguarda le ore centrali del giorno, ma ancora la notte, e qui ci sono diverse concause. Questa estate sarà ricordata soprattutto per le notti infernali.
Chi vive in un appartamento al terzo piano di una via interna, in una qualsiasi città di pianura, lo sa benissimo: alle due del mattino il termometro sul balcone segna ancora valori da tardo pomeriggio, e se mi consentite, lo riscontro anche io nella mia città. Questa è la vera firma dell’estate urbana 2026 e dire quella contemporanea, e settembre non cancella affatto questa situazione.
Un caldo che di stagionale, ora che siamo a settembre ha poco
Le ondate di calore in questo mese non sono una novità storica. Il settembre più caldo mai documentato in Italia resta quello del 1946, quando a Foggia si toccarono 45,5°C, e nel corso dei decenni si sono ripetuti episodi simili nel 1949, nel 1987, nel 2011, fino agli anni più recenti. Insomma, il caldo settembrino ha precedenti robusti. Quello che è cambiato, e parecchio, è il contesto in cui questo caldo si manifesta.
Il Mediterraneo è arrivato a punte di 33°C in superficie, abbiamo un mare bollente e questo ci espone a tempeste più intense, ovvero, per ora a temporali. Un mare così caldo non si limita ad alimentare i temporali autunnali: rende più umida e ancor più stagnante l’aria che scorre sulle coste e sulle pianure, e riduce la capacità del sistema terra a smaltire calore durante la notte. Il risultato lo percepiamo sulla pelle, non solo sui grafici, nei termometri. Abbiamo costantemente temperature notturne molto elevate, a cui si somma anche un alto tasso di umidità.
La città come accumulatore, e l’asfalto che non perdona
Una superficie asfaltata – tipica nelle città, ma anche nei piccoli borghi – assorbe gran parte della radiazione solare che riceve, la trattiene negli strati superficiali e la restituisce all’aria per ore, molto dopo il tramonto. Il cemento fa lo stesso, i muri pure, i tetti scuri anche di più. Un prato o un bosco, al contrario, dissipano buona parte dell’energia attraverso l’evaporazione dell’acqua contenuta nel suolo e nelle piante, un processo che raffredda l’ambiente circostante senza che ce ne accorgiamo. Però, se non piove per mesi, anche i terreni si asciugano e l’evaporazione si attenua.
Questo meccanismo è chiamato isola di calore urbana: la differenza termica, spesso di diversi gradi, tra il centro edificato e la campagna che lo circonda. Le rilevazioni satellitari della NASA hanno mostrato che nelle aree costruite in modo più compatto la temperatura delle superfici può superare quella delle zone circostanti di oltre 12°C. Sulla temperatura dell’aria lo scarto è più contenuto, ma resta pesante, e soprattutto la differenza tra campagna e centro urbano si accentua proprio la notte.
Aggiungiamoci i condizionatori, che raffrescano gli interni riversando calore all’esterno. E il traffico, le pareti verticali che si scambiano radiazione infrarossa tra loro, in un canyon urbano dove il cielo si vede a malapena. Una via stretta del centro di Torino o di Milano irradia verso l’alto molto meno di un campo aperto: il calore, semplicemente, fatica a trovare la via d’uscita.
Le temperature minime che non scendono più
Il termometro notturno è diventato l’indicatore che meglio fotografa quello che sta succedendo. Si parla di notte tropicale quando la temperatura minima non scende sotto i 20°C, e di notte super tropicale quando resta sopra i 25°C. In agosto ci siamo spinti oltre, con minime fino a 28°C in diverse località italiane. Valori che, fino a un paio di generazioni fa, si consideravano da climi tropicali veri, ed anzi, vedevamo di pomeriggio in molte delle nostre città.
Il punto non è il fastidio che questo crea, ma che il corpo umano ha bisogno di alcune ore fresche per recuperare dallo stress termico accumulato durante il giorno. Se quelle ore non arrivano, lo sforzo cardiovascolare si somma notte dopo notte. L’Organizzazione Meteorologica Mondiale insiste da anni su questo aspetto, ricordando che le temperature minime elevate pesano sulla mortalità più dei singoli picchi diurni. Le analisi europee del servizio Copernicus sul calore urbano vanno nella stessa direzione, e non a caso citano Milano e Roma tra le città del continente più esposte. Abbiamo dedicato al tema un approfondimento su perché in città non si dorme più e come difendersi.
Quando l’aria smette di girare
C’è un terzo ingrediente, spesso sottovalutato: la ventilazione. Sotto un campo anticiclonico robusto la subsidenza comprime l’aria nei bassi strati, il gradiente barico si appiattisce e il vento cala fin quasi a spegnersi. Nella Pianura Padana il fenomeno è cronico, perché le Alpi e gli Appennini chiudono il catino su tre lati e le brezze faticano a penetrare verso l’interno. Guardate le previsioni per Milano e per Torino in questi giorni: sole pieno, umidità elevata, vento praticamente assente. Ma ciò si percepisce ancor meglio dal vivo, tra i palazzi. E’ inutile lasciare la finestra aperta di notte per far passare l’aria, perché all’esterno è immobile.
Sulle coste il quadro cambia solo in parte: la brezza di mare mitiga il pomeriggio dagli eccessi estremi di temperatura, poi si esaurisce dopo il tramonto proprio mentre le superfici urbane iniziano a restituire il calore immagazzinato. A Napoli le minime previste si mantengono attorno ai 23°C, quindi in pieno regime tropicale, mentre a Roma e a Firenze si arriva a punte diurne di 36°C con notti che restano tropicali in cittò. Le conche interne del Centro Italia, poi, hanno un comportamento tutto loro: di notte si raffreddano bene nelle aree agricole e restano calde nelle aree costruite.
Quanto durerà questo tormento?
Il pattern attuale – ovvero la disposizione delle masse d’aria su vasta scala – non promette svolte immediate. I modelli matematici confermano la tenuta dell’alta pressione per gran parte della prima decade del mese, con una possibile evoluzione dopo il 10 settembre, quando il flusso atlantico potrebbe palesarsi, ma dobbiamo avere delle conferme. Nel frattempo restano le ondate di caldo che minacciano questa parte del mese e i temporali che, quando arrivano, sono cattivi.
Va detto una cosa, però. L’aria fresca prima o poi torna, l’asfalto resta lì, pronto a ricaricarsi al primo sole. Ed è su questo, più che sulla singola ondata, che si giocherà l’estate urbana dei prossimi anni.
Credit
- Copernicus Climate Change Service – Urban heat
- ECMWF – Urban heat islands and heat mortality
- World Meteorological Organization – Extreme Heat
- NASA Earth Observatory – Urban Heat Islands