(TEMPOITALIA.IT) La Corrente del Golfo, elemento essenziale della Circolazione Meridionale di Rovesciamento Atlantica, nota come AMOC, sta attraversando una fase di progressivo indebolimento. Diverse ricerche scientifiche, tra cui spiccano quelle pubblicate su Nature Communications, evidenziano come questo sistema di correnti abbia ridotto la propria intensità del 15% circa a partire dalla metà del Novecento. La causa principale è da ricercarsi nel Riscaldamento Globale, il quale accelera il disgelo dei ghiacci in Groenlandia. Questo fenomeno immette enormi quantità di acqua dolce nell’oceano, riducendone la salinità e la densità, ostacolando così il naturale inabissamento delle acque fredde nel Nord Atlantico e rallentando il grande nastro trasportatore che distribuisce calore dai tropici verso l’Europa.
L’analisi del declino e i possibili punti di non ritorno
Il NOAA e l’Università del Maryland hanno confermato un calo costante della forza delle correnti già dal 1994. Sebbene l’IPCC ritenga poco probabile un collasso totale entro il 2100, gli scienziati avvertono che un ulteriore indebolimento è inevitabile se le emissioni di CO2 non verranno drasticamente ridotte. Alcuni studi recenti, condotti da ricercatori come Ditlevsen, ipotizzano che il punto di non ritorno, o tipping point, possa verificarsi in un intervallo compreso tra il 2025 e il 2095, con una probabilità maggiore intorno al 2050. Nonostante il dibattito scientifico sulle tempistiche sia ancora acceso a causa della complessità dei modelli climatici, il rallentamento della Corrente del Golfo è un dato di fatto con implicazioni globali.
I precedenti storici e il raffreddamento improvviso
La storia del clima terrestre insegna che eventi simili hanno già trasformato radicalmente l’aspetto del nostro continente. Durante il Younger Dryas, avvenuto tra 12.900 e 11.700 anni fa, un imponente afflusso di acqua dolce causò un arresto dell’AMOC, portando a un calo termico improvviso tra i 4 e i 10 gradi Celsius in Groenlandia e nell’Europa Settentrionale. Questo evento interruppe bruscamente il riscaldamento post glaciale, favorendo una nuova avanzata dei ghiacciai e causando siccità prolungate in Africa e nell’Europa Meridionale. Un altro episodio significativo risale a circa 8.200 anni fa, quando un rallentamento analogo portò a un raffreddamento di alcuni gradi in Europa per diversi secoli, condizionando pesantemente le prime forme di agricoltura delle popolazioni neolitiche.
Il fenomeno del cold blob e le tempeste atlantiche
Attualmente, l’indebolimento del sistema oceanico sta già producendo effetti visibili, come la formazione di una zona di anomalie fredde nel Nord Atlantico, definita cold blob, dove le temperature superficiali sono inferiori di 1 o 2 gradi rispetto alla media. Mentre il resto del pianeta sperimenta un aumento delle temperature, questa specifica area mostra un raffreddamento paradossale. Studi pubblicati su Science Advances prevedono che un eventuale collasso dell’AMOC potrebbe abbassare le temperature europee di oltre 10 gradi Celsius nel giro di pochi decenni. Oltre al gelo, ci si aspetta un incremento della violenza delle tempeste atlantiche, con un aumento stimato tra il 20% e il 30%.
Le ripercussioni sul territorio italiano e sul Mediterraneo
In Italia, l’indebolimento della Corrente del Golfo non porterebbe necessariamente a un clima glaciale costante, ma amplificherebbe gli estremi meteorologici. Secondo gli esperti dell’ENEA e del CMCC, il Mediterraneo potrebbe riscaldarsi ulteriormente, favorendo estati siccitose con ondate di calore più frequenti del 30%. Tuttavia, gli inverni potrebbero diventare estremamente variabili, con incursioni di gelo intenso nel Nord Italia dovute ai blocchi atmosferici in Atlantico. Un altro rischio concreto riguarda l’innalzamento del livello del mare, che ricercatori del CNR stimano possa raggiungere il metro entro la fine del secolo, mettendo in serio pericolo città come Venezia e l’intera area del Delta del Po. Colture fondamentali come l’olivo e la vite in Sicilia e in Puglia potrebbero subire forti stress idrici, con perdite produttive rilevanti.
Nord Europa: la zona più a rischio
Le nazioni settentrionali stanno già correndo ai ripari. Nel 2025, l’Islanda ha dichiarato il possibile collasso dell’AMOC come una minaccia esistenziale per la propria sicurezza nazionale. Le previsioni per quest’area includono inverni più freddi di 10 gradi Celsius e una maggiore estensione dei ghiacci marini, fattori che metterebbero a rischio il settore della pesca e l’approvvigionamento energetico. Anche il Regno Unito si prepara a scenari di raffreddamento significativo, mentre Germania e Polonia monitorano il rischio di gelate tardive distruttive per i raccolti di cereali. Una lettera aperta firmata da 40 climatologi ha recentemente ribadito l’urgenza di una cooperazione internazionale per affrontare queste transizioni climatiche rapide, che potrebbero trasformare l’Europa in un continente dagli inverni rigidissimi e dalle estati aride.
Credit:
NOAA – National Oceanic and Atmospheric Administration
IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change
CMCC – Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici
ENEA – Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile










