
El Niño non è un problema solo dei tropici
(TEMPOITALIA.IT) C’è un equivoco che circola spesso quando si parla di El Niño: che sia roba del Pacifico, del Sud America, di posti lontani. Perù, Ecuador, Indonesia. Cose che non ci riguardano granché, insomma.
Non è così. O meglio, non è più così, ammesso che lo sia mai stato davvero.
Quello che succede nell’Oceano Pacifico equatoriale quando le sue acque si scaldano in modo anomalo produce una serie di reazioni a catena che, passo dopo passo, arriva fino all’Atlantico e poi da noi. I meteorologi le chiamano teleconnessioni: onde di pressione, spostamenti del getto polare, variazioni di circolazione che si propagano su migliaia di chilometri senza perdere del tutto il loro segnale. È un meccanismo indiretto, lento, a volte sfumato. Ma è reale.
E in un clima già alterato come quello attuale, questo segnale tende ad amplificarsi.
Come funziona il meccanismo, in breve
Vale la pena capire almeno a grandi linee cosa accade. Quando El Niño è attivo, l’energia termica accumulata nelle acque del Pacifico scalda l’atmosfera sovrastante e innesca grandi perturbazioni in quota, le cosiddette Onde di Rossby, che risalgono verso la stratosfera. Lì trovano il Vortice Polare e lo destabilizzano. In certi casi lo spezzano, producendo un brusco riscaldamento stratosferico, ovveroi il Sudden Stratospheric Warming, che si ripercuote poi sulla troposfera nel giro di qualche settimana.
Il risultato è quasi sempre lo stesso: la NAO (Oscillazione Nord Atlantica) scivola verso valori negativi, l’alta pressione sull’Atlantico settentrionale si sposta verso sud, le perturbazioni atlantiche vengono deviate verso il Mediterraneo, e le irruzioni fredde polari trovano la strada più libera verso il centro e l’est del continente europeo.
Non ogni anno funziona esattamente così. La variabilità naturale dell’atmosfera è enorme, e gli stessi climatologi ci tengono a precisarlo. Però la correlazione statistica tra El Niño forte e questi pattern è abbastanza solida da non poterla ignorare.
Autunno e Inverno: quando la sua presenza cresce
Autunno è la prima finestra in cui si comincia a sentire qualcosa. Con El Niño al picco, la Penisola Iberica e il Mediterraneo occidentale tendono a ricevere piogge superiori alla norma. L’umidità oceanica viene convogliata verso sud, e su un territorio già fragile come quello italiano o spagnolo, questo si traduce spesso in eventi alluvionali concentrati, brevi ma violenti.
Inverno però è la stagione chiave. È lì che le teleconnessioni mostrano il segnale statisticamente più significativo, come confermato da numerosi studi recenti sul ciclo ENSO e l’Europa. Il nord e il nord est del continente, dalla Scandinavia verso i Balcani, vanno incontro più facilmente a ondate di freddo e nevicate fuori stagione, effetto del Vortice Polare indebolito. Nel frattempo, Francia, Spagna e Italia si ritrovano più perturbate del solito, con precipitazioni più intense e neve abbondante sulle Alpi e sull’Appennino.
Dire che ogni inverno con El Niño porta necessariamente gelo e piogge sarebbe scorretto. Ma le probabilità si ridistribuiscono, e non in modo trascurabile.
Estate, insomma, è il capitolo più ambiguo. L’influenza diretta è considerata modesta dai modelli climatici classici. Eppure le ultime stagioni hanno raccontato qualcosa di diverso: con il Riscaldamento Globale che fa da amplificatore, la combinazione tra un Pacifico surriscaldato e un Mediterraneo già caldo di suo ha prodotto ondate di calore sempre più intense, siccità prolungate, temporali convettivi violenti.
Nord Europa e Mediterraneo: un impatto diverso
Le risposte all’interno dell’Europa non sono uniformi, e questo è forse l’aspetto meno conosciuto della questione.
Le aree settentrionali, quelle che guardano verso l’Artico, tendono a subire il freddo più direttamente. Il Vortice Polare indebolito lascia porte aperte che normalmente restano chiuse. Gelate tardive, nevicate anomale, ondate di freddo che piombano giù dai poli con più frequenza del solito. Dipende moltissimo dalla NAO e da altri indici, ma il trend è abbastanza riconoscibile.
Il Mediterraneo occidentale, Italia, Spagna, sud della Francia, ha invece un profilo di rischio più sfaccettato. Autunni più piovosi, inverni perturbati, ma poi estati potenzialmente torride, con siccità prolungate che mettono sotto pressione le riserve idriche. Il rischio idrogeologico sale in autunno e in inverno, mentre l’emergenza siccità ritorna puntuale da giugno in avanti.
Qualcosa che riguarda da vicino le previsioni per l’estate 2026, con scenari che i modelli stagionali di ECMWF e WMO descrivono come potenzialmente fuori dalla norma.
El Niño 2026: perché questa volta fa preoccupa la scienza
Non è un El Niño qualunque, quello che si sta affacciando. Le proiezioni indicano un evento che potrebbe raggiungere un’intensità classificata come forte, forse molto forte, con picco tra la fine dell’estate e l’autunno 2026. La NOAA e il suo Climate Prediction Center stimano oltre l’80% di probabilità di sviluppo del fenomeno entro la tarda estate. La WMO, in un aggiornamento recente, parla di condizioni già in evoluzione.
Tutto questo su uno sfondo climatico che non assomiglia a quello di vent’anni fa. Il Mediterraneo ha temperature superficiali ben al di sopra della norma storica. L’Europa si sta scaldando a una velocità doppia rispetto alla media globale. In questo contesto, anche un El Niño di intensità media avrebbe effetti più marcati di quanto storicamente osservato.
Per città come Milano, Roma, Palermo o Venezia, i prossimi mesi meritano attenzione. Non allarmismo, ma consapevolezza. Il clima sta cambiando le regole, El Niño le amplifica. E questa volta il segnale arriva da lontano, ma non è poi così distante da noi.
Credit
World Meteorological Organization NOAA Climate Prediction Center IRI – International Research Institute for Climate and Society ECMWF – European Centre for Medium-Range Weather Forecasts (TEMPOITALIA.IT)









