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Il misterioso segnale alieno che da 50 anni fa discutere: ora sappiamo qualcosa

Il celebre segnale Wow! del 1977 torna sotto i riflettori: nuove analisi dei dati originali rivelano dettagli sorprendenti e rilanciano l'ipotesi di una spiegazione naturale, ma affascinante.

Antonio Lombardi di Antonio Lombardi
05 Lug 2026 - 12:40
in A La notizia del Giorno, Magazine
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Era la sera del 15 agosto 1977. In Ohio, negli Stati Uniti, il radiotelescopio Big Ear dell’Università statale scandagliava il cielo come ogni notte, senza troppe pretese. Routine pura. Qualche giorno dopo, però, l’astronomo Jerry Ehman, sfogliando i tabulati stampati dal computer, si imbatté in una sequenza che non aveva mai visto: 6EQUJ5. Un picco di intensità clamoroso, durato 72 secondi, su una frequenza vicinissima a quella dell’idrogeno neutro. Ehman afferrò una penna rossa, cerchiò quei sei caratteri e scrisse a margine una sola parola: “Wow!”. Da allora, quel nome se l’è portato dietro per quasi mezzo secolo.

 

Perché quel segnale sembrava davvero alieno

Diciamolo subito: non era un’esagerazione da appassionati di fantascienza. Il segnale Wow! aveva tutte le caratteristiche che ci si aspetterebbe da una trasmissione artificiale proveniente dallo spazio profondo. Banda strettissima. Provenienza compatibile con la costellazione del Sagittario, quindi ben oltre il Sistema Solare. E soprattutto quella frequenza, 1420 MHz, la cosiddetta riga dell’idrogeno, che molti scienziati considerano il canale naturale che una civiltà intelligente sceglierebbe per farsi sentire, perché relativamente libera dal rumore di fondo cosmico.

Il programma SETI, dedicato proprio alla ricerca di segnali extraterrestri, non aveva mai captato nulla di simile. E, in effetti, non lo ha più captato. Il segnale non si è mai ripetuto, nonostante decine di campagne osservative condotte con strumenti ben più potenti del vecchio Big Ear, che nel frattempo è stato demolito per far posto, ironia della sorte, a un campo da golf.

 

Le ipotesi scartate una dopo l’altra

Negli anni si è provato di tutto per spiegarlo. Satelliti? Esclusi. Aerei, interferenze terrestri, malfunzionamenti della strumentazione? Niente da fare, i conti non tornavano mai. Nel 2017 l’astronomo Antonio Paris tirò in ballo due comete di passaggio, ma la comunità scientifica smontò rapidamente la teoria: la durata e la forma del segnale non erano compatibili con l’idrogeno rilasciato da un nucleo cometario. Insomma, ogni volta che qualcuno credeva di aver chiuso il caso, il caso si riapriva.

Non è l’unico episodio del genere, sia chiaro. Anche il segnale BLC-1 proveniente da Proxima Centauri, rilevato nel 2019, accese entusiasmi simili prima di rivelarsi una banale interferenza radio. Il Wow!, però, è diverso: le interferenze umane sono state escluse con solidi argomenti statistici. Qualcosa, là fuori, quel giorno ha davvero emesso quel lampo radio.

 

La svolta: una nube di idrogeno e una magnetar

Ecco la parte più interessante. Il team del Planetary Habitability Laboratory dell’Università di Porto Rico, guidato dall’astrobiologo Abel Méndez, ha recuperato e rianalizzato decenni di dati d’archivio del progetto SETI dell’Ohio, molti dei quali mai pubblicati prima. Il risultato, diffuso nell’agosto 2025 in occasione del quarantottesimo anniversario, ha sorpreso persino gli addetti ai lavori: il segnale era circa quattro volte più intenso di quanto stimato in passato, con un picco ricalcolato attorno ai 250 jansky. Non solo. Sono emerse altre due deboli emissioni simili, ribattezzate Wow2 e Wow3, registrate tra il 1977 e il 1978 e associate a nubi di idrogeno interstellare.

La spiegazione proposta? Un fenomeno tanto raro quanto spettacolare: il brillamento improvviso di una nube di idrogeno freddo, eccitata dalla radiazione di una magnetar, una stella di neutroni dal campo magnetico mostruoso. Una sorta di maser cosmico naturale, acceso per pochi istanti dall’allineamento fortuito tra la sorgente, la nube e la Terra. Un allineamento così improbabile da spiegare perché il segnale non si sia mai più ripresentato. Le tecniche di analisi moderne hanno inoltre permesso di restringere la possibile posizione della sorgente a due piccole regioni di cielo adiacenti.

 

Quindi niente alieni? Non proprio

Attenzione, però. Lo stesso Méndez lo ha detto chiaramente: lo studio non chiude il caso, lo riapre con una mappa più precisa in mano. L’origine artificiale non può essere esclusa al cento per cento, anche se l’ipotesi astrofisica appare oggi decisamente più solida. E c’è un risvolto quasi poetico in tutto questo: la caccia agli alieni ci ha fatto scoprire un fenomeno naturale mai osservato prima, che a sua volta ci insegna qualcosa sulle nubi di idrogeno della nostra galassia.

La ricerca di vita intelligente, intanto, prosegue su altri fronti, dagli esopianeti in zona abitabile alle superterre rocciose che orbitano attorno a stelle lontane. Il Wow! resta lì, sospeso tra scienza e immaginazione. Un cerchio rosso su un foglio ingiallito. E una domanda che, in fondo, continua a valere più di ogni risposta: siamo davvero soli?

 

Credit

  • arXiv
  • Planetary Habitability Laboratory
  • EarthSky Phys.org
  • Astrobiology
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Antonio Lombardi

Antonio Lombardi

Dopo aver conseguito la laurea in Geologia presso l’Università degli Studi di Milano nel 2000, ha proseguito il suo percorso accademico con una seconda laurea in Astronomia presso l’Università "La Sapienza" di Roma, ottenuta nel 2006. L'interesse per l'astronomia lo ha portato successivamente a intraprendere un Master di specializzazione in Astronomia presso l’University of Arizona (Tucson, USA), uno dei principali centri internazionali per la ricerca astrofisica. In ambito professionale, si occupa anche di insegnamento, sia in contesti scolastici che in corsi e laboratori rivolti al pubblico generale, con un forte focus sull’approccio interdisciplinare tra geologia, astronomia e scienze ambientali.

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