Bandiera rossa in spiaggia: perché entrare in acqua può costare la vita
Il mare della Sardegna, in certi pomeriggi di agosto, sembra un dipinto. Acqua turchese, granito rosato, spuma che si spacca sugli scogli. Poi ti volti e vedi quel drappo rosso che schiaffeggia l’aria sopra la torretta del bagnino, e capisci che il quadro nasconde una trappola.
Eppure c’è sempre qualcuno che entra.
Un vento diverso da quello di vent’anni fa
In questi giorni soffia maestrale. Ma non è più quello che ricordavo da ragazzo, secco, tagliente, capace di asciugarti la pelle in tre minuti e di costringerti a cercare una felpa verso sera. Adesso arriva caldo, appiccicoso, carico di umidità, e quando raggiunge le spiagge del nord dell’isola porta con sé un’afa che non appartiene alla memoria di chi frequenta queste coste da decenni.
Il clima è cambiato. Non è un’opinione da bar sotto l’ombrellone, è quello che misurano le stazioni meteorologiche e i satelliti da almeno quarant’anni. Il Riscaldamento Globale ha alzato le temperature medie del Mar Mediterraneo di oltre 1 grado rispetto al secolo scorso, con picchi superficiali che in alcune aree sfiorano i 30°C, beh i 33°C nelle Baleari. Un mare più caldo restituisce più energia all’atmosfera, e questo si traduce in raffiche più intense, in mareggiate che montano in fretta, in correnti che cambiano faccia nel giro di poche ore.
Su questo non accetto obiezioni. La scienza parla chiaro.
Le correnti di risacca non perdonano
C’è un equivoco che continua a mietere vittime, e riguarda l’idea che il Mediterraneo sia un mare “gentile” rispetto all’Oceano Atlantico o al Pacifico. Falso. Le correnti di ritorno – quelle che gli anglosassoni chiamano rip currents, si formano esattamente allo stesso modo lungo le coste italiane. L’acqua spinta a riva dalle onde deve tornare indietro, e lo fa incanalandosi in corridoi stretti, a volte larghi appena dieci metri, dove la velocità può superare i due metri al secondo.
Nessun nuotatore, per quanto allenato, vince un flusso simile puntando dritto verso riva. Nemmeno un campione olimpico. Ci provi, ti stanchi, respiri male, e in quattro o cinque minuti sei finito.
I punti più insidiosi sono proprio quelli che i surfisti amano: le spiagge esposte, i tratti con fondale irregolare, le insenature dove il moto ondoso si concentra. Località conosciute, frequentate, fotografate. E paradossalmente sono anche quelle dove la bandiera rossa viene issata più spesso, perché chi lavora su quel litorale sa perfettamente cosa succede quando il fondale scava un canale.
Chi rischia la vita al posto tuo
Meno male che ci sono i bagnini. Detto senza retorica: ogni estate strappano al mare centinaia di persone, spesso lanciandosi in condizioni che nessuno affronterebbe volontariamente.
Ma qui sta il punto che mi fa arrabbiare davvero. Entrare in acqua con la bandiera rossa non è un atto di coraggio personale, è uno scarico di responsabilità sugli altri. Perché se il bagnino non c’è – e non sempre c’è, non tutte le spiagge sono presidiate, non tutte le ore della giornata sono coperte – allora ci prova il bagnante della fila accanto. Un padre di famiglia, un turista, un ragazzo di vent’anni che si butta d’istinto.
Le cronache di ogni stagione raccontano fin troppo spesso come va a finire: il soccorritore improvvisato viene risucchiato anche lui, lotta contro le onde finché ha fiato, e resta in mare. Due vittime al posto di una. Chiamarli incoscienti, quelli che ignorano il divieto, mi sembra il minimo. Sono irrispettosi dell’incolumità altrui, e questa è una cosa ben diversa dall’assumersi un rischio in proprio.
Fiumi, laghi e la stessa identica illusione
Il copione si ripete lontano dalla costa. Cartelli di divieto lungo gli argini, ordinanze comunali, transenne. E gente che si tuffa lo stesso in un fiume dopo un temporale, quando la portata è tripla e l’acqua è a 12°C.
Lo shock termico ti blocca il diaframma in pochi secondi. Poi arriva il resto: la corrente sul fondo, i rami sommersi, le buche che non vedi perché l’acqua è torbida. Insomma, i divieti non sono lì per rovinare la giornata a nessuno. Servono a impedire che qualcuno finisca in un sacco nero.
Morire annegati
Un dettaglio che raramente entra nelle conversazioni sotto l’ombrellone: l’annegamento viene descritto da chi studia queste dinamiche come una delle morti più atroci, seconda soltanto a quella causata dalle ustioni da incendio.
Non è un passaggio dolce. C’è la fase del panico, con la respirazione che accelera e il corpo che consuma ossigeno a velocità doppia. Poi il laringospasmo, la contrazione involontaria che chiude le vie aeree. Poi l’ipossia, la perdita di coscienza, il cuore che rallenta. Chi sopravvive per miracolo racconta un terrore che non somiglia a nulla di quotidiano.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima oltre trecentomila decessi annui per annegamento nel mondo. Quel telo rosso, in fondo, chiede una cosa sola: aspetta domani. Il mare non scappa.