Il nome inganna. Temporale viene da tempus e promette qualcosa di passeggero: mezz’ora d’acqua, il cielo che si riapre, l’asfalto che fuma sotto il sole cocente. Poi però arrivano quei pomeriggi in cui guardi fuori dalla finestra e, dopo tre ore, la pioggia cade ancora con la stessa violenza. Stessa nube scura, maltempo prolungato, eppure non c’è una perturbazione in zona. Il cielo continua da ore a brontotale con il tuono. Eppure, se chiami un amico, parente a 15-20 km di distanz splende il sole. Ma allora che succede? Sei sotto un temporale autorigenerante, una delle situazioni più insidiose e imprevedibili con cui abbia a che fare chi scrive previsioni meteo.
La cella muore, il sistema temporalesco no
Parto da un equivoco diffuso: si crede che un temporale fermo sia un’unica nube rimasta immobile. Non è così. Una singola cella temporalesca ha vita breve, di solito fra i venti e i quaranta minuti – nasce, matura, si spegne soffocata dalla sua stessa pioggia – e quando si esaurisce e il tempo migliora. Quando osservi il radar meteo, vedi un minaccioso temporale che sembra dirigersi dove sei tu, ma invece improvvisamente si attenua, e da te non arrivano nemmeno le nubi. Si sono dissolte.
Ma a volta succede qualcosa di molto diverso: il temporale che sta morendo, prepara il terreno a chi viene dopo. E il successivo è un temporale, ma non ti accorgi che c’è ne è un altro se non con molta attenzione, vedendo che l’intensità della pioggia, il rumore del tuono crescono di nuovo.
Come mai succede questo? L’aria raffreddata dalle precipitazioni scende verso il basso e si distende al suolo come una pozza densa, il cold pool. Il suo bordo in avanzamento – il gust front, la raffica fresca che tutti abbiamo sentito arrivare pochi istanti prima dell’acquazzone – si comporta come un fronte in miniatura: solleva di forza l’aria calda e umida che incontra, costringendola a salire. E quando aria umida viene sollevata in un ambiente instabile, cosa succede? Nasce un’altra cella. Nello stesso posto, o pochissimo distante. È quello che accade dentro il cumulonembo, moltiplicato per cinque, sei, otto volte di fila.
Il sistema, insomma, si rifornisce da solo, si autorigenera. E se tu stai sotto questa area di instabilità atmosferica, sotto il temporale, non ti accorgi della complessa dinamica del temporale che si autorigenera.
Un focus
Ogni cella, una volta nata, si muove: la spinge il flusso in quota e quindi migra sottovento. Ma se le nuove celle continuano a formarsi sopravvento, cioè dalla parte opposta, i due movimenti si annullano a vicenda. Il singolo elemento temporalesco corre, il sistema della cella del temporale resta inchiodato nello stesso punto. Matematica elementare applicata all’atmosfera: velocità di trasporto meno velocità di rigenerazione uguale zero, o quasi. Visto da terra, l’effetto è quello di un rubinetto lasciato aperto sempre sulla stessa piazza. Un diluvio continuo che vede allagarsi le strade, sempre più. In questi sistemi temporaleschi abbiamo visto cadere in Italia anche 200 mm, che dire, nei casi peggiori anche oltre 500 mm.
I colleghi anglosassoni usano un’immagine ferroviaria per descriverlo, training. Le celle sfilano una dietro l’altra sui medesimi binari, come i vagoni di un convoglio che passano tutti davanti allo stesso casello. Sul radar meteorologico la firma è inconfondibile: una fila di nuclei intensi allineati che si rincorrono senza spostare mai l’asse di un chilometro.
Serve però un ingrediente in più: il wind shear, cioè la variazione del vento con la quota. Se il flusso in quota è troppo debole, il cold pool si espande in tutte le direzioni e strozza la convezione nel giro di un’ora scarsa. Se invece è troppo vigoroso, le celle scappano via e il sistema si sfilaccia. La finestra utile è stretta, strettissima. Ed è esattamente lì che nasce il grattacapo di chi compila i bollettini.
Quando il mare fa da serbatoio
Il Mar Mediterraneo fornisce il combustibile. Un mare caldo evapora, e ogni grammo di vapore che sale porta con sé calore latente, energia messa da parte che verrà restituita nel momento in cui il vapore tornerà a condensare in quota. Più caldo il mare, più carica la miccia. Non a caso i mesi peggiori sono quelli fra settembre e novembre, quando l’acqua conserva ancora il calore accumulato nella bella stagione e alle quote superiori cominciano a scivolare le prime irruzioni fresche. Però attenzione, ormai il vapore che il bacino continua a rilasciare rende possibili episodi simili anche in piena estate, e le cronache degli ultimi anni parlano chiaro.
Poi c’è l’orografia, che fa da calamita. Le linee di convergenza fra brezze contrapposte, i rilievi che costringono l’aria a salire lungo i versanti: sono ancoraggi, punti in cui il sollevamento non si sposta perché non può spostarsi. Ecco spiegato perché certe zone risultano recidive. La riviera di Genova, incastrata fra il mare e un Appennino che parte quasi dalla battigia, è forse il caso manualistico più studiato d’Europa, una lezione che quella città ha pagato più volte, e cara. Vale un ragionamento analogo per l’entroterra delle Marche, alle spalle di Ancona, dove nel settembre 2022 un sistema convettivo a forma di V si accanì per ore sui bacini collinari con esiti drammatici.
V sta per V-shaped storm, comunemente noto come temporale autorigenerante.
La firma che si legge dal satellite
Nelle immagini all’infrarosso questi complessi mostrano spesso una sagoma caratteristica, la V-shaped. Funziona così: l’incudine del cumulonembo, spinta dalle correnti in quota, si allarga a ventaglio verso valle, mentre il vertice della V – la parte più fredda, quindi la più alta – segna il punto in cui la corrente ascensionale continua ostinatamente a lavorare. Quel vertice, nelle sequenze animate, non si muove. Ed è proprio l’immobilità del vertice a fare la differenza fra un nubifragio e un disastro.
In gergo tecnico si parla di Sistemi Convettivi a Mesoscala, strutture che possono estendersi per decine di migliaia di chilometri quadrati e reggersi in piedi per mezza giornata. Le fulminazioni, tra l’altro, tendono a infittirsi proprio lungo quel vertice: un dettaglio che aiuta parecchio nel monitoraggio in tempo reale.
Perché avvisare la popolazione, emettere un bollettino meteo di allerta è così complicato
Qui bisogna essere onesti. I modelli matematici inquadrano bene l’ambiente favorevole – l’instabilità disponibile, l’umidità nei bassi strati, il profilo del vento – ma non sanno dire in anticipo quale valle finirà sotto e quale resterà all’asciutto. La rigenerazione del temporale è un processo a scala piccolissima, avviene tutto nell’arco di poche decine di minuti. Si lavora perciò in nowcasting, con radar e satellite aggiornati di continuo, e capita spesso che l’allerta arrivi quando l’acqua sta già cadendo da un pezzo. Infatti, è solo che si è formata la cella V-shaped che si conosce il problema. Ma questo non vuol dire che si possano diramare allerte o avvisi meteo in ambito locale. Questi temporali sono molto pericolosi.
Un caso recente e inquietante nelle Marche
L’alluvione marchigiana associata a un temporale autorigenerante V-shaped avvenne il 15 settembre 2022. Il sistema temporalesco rimase quasi stazionario per ore sull’entroterra, producendo piogge eccezionali e piene improvvise. La pioggia cadde nell’entroterra su aree poco popolate, ma i danni si ebbero a valle. Furono coinvolti i bacini di Candigliano, Cesano, Misa, Sentino e Musone; le esondazioni più note riguardarono Misa, Cesano ed Esino. L’alluvione del 15–16 settembre 2022 coinvolse soprattutto le aree lungo i corsi d’acqua del Misa e del Cesano; Senigallia, il centro maggiore, fu alluvionato in vari quartieri, tra cui il centro storico. Entrambi i fiumi che attraversano solitamente innoqui la città, esondarono rovinosamente per la grossa quantità d’acqua che giunse dalla montagna. Una curiosità, Senigallia fu interassata molto marginalmente dal temporale, e niente faceva presagire dell’imminente alluvione. L’alluvione del 15 settembre 2022 nel Senigalliese causò 13 vittime secondo il bilancio ufficialmente riportato negli anni successivi
La prevenzione meteo
La prevenzione meteo di fenomeni così localizzati non può avvenire a carattere nazionale con la Protezione Civile. O meglio, il suo supporto con la sala operativa è indispensabile, ma è in ambito locale che si deve attivare la macchina di soccorsi e prevenzione. La popolazione deve essere avvertita che quello in atto non è un temporale di breve durata, e che è opportuno salire nei piani alti delle case, che si rischia l’alluvione, o meglio l’allagamento di varie aree.
Motivo per cui vale la pena conoscere i segnali che precedono il temporale e, soprattutto, sapere che una pioggia torrenziale che non accenna a diminuire dopo quaranta minuti è un campanello d’allarme serio. Le alluvioni lampo si sviluppano in tempi che non lasciano margini: rii minuscoli, tombinature, sottopassi. Il terreno si satura, smette di assorbire, e da quel momento tutto ciò che cade corre in superficie. I segnali premunitori del rischio di allagamenti sono impercettibili al comune osservatore, ma con gli strumenti oggi disponibil, si possono prevedere.
Credit
- NOAA National Severe Storms Laboratory – Flood Forecasting: training echoes e temporali rigeneranti
- NOAA National Weather Service – Flash Floods: temporali lenti e ripetuti sulla stessa area
- EUMETSAT – Convective systems: cumulonembi, cluster e Sistemi Convettivi a Mesoscala visti dal satellite
- EUMETSAT – Mesoscale Convective System over central Italy
- American Meteorological Society, Weather and Forecasting – Quasi-Stationary, Extreme-Rain-Producing Convective Systems

