Seguici su Google

wapt image post 28

 

Longyearbyen morire è vietato. Direte, ma allora qui vivono solo gli immortali. In effetti, nei Paesi del Nord Europa non mancano le leggende, ma le cose stanno ben diversamente.

 

Nell’immaginario collettivo, la morte rappresenta l’inevitabile conclusione del viaggio terreno di ogni individuo, un evento naturale che segna il passaggio dall’esistenza alla non esistenza. Tuttavia, esistono luoghi nel mondo dove questo evento, così intimamente legato all’essenza umana, assume connotazioni insolite e quasi surreali. Uno di questi luoghi è Longyearbyen, la città più settentrionale del globo, situata nell’arcipelago delle Svalbard, sotto la sovranità norvegese. In questa remota località, un’ordinanza locale ha introdotto un divieto che suona quasi come un paradosso: è vietato morire.

 

La genesi di tale divieto affonda le radici in una combinazione di fattori unici, legati alla geografia e al clima estremo di Longyearbyen. Situata ben al di sopra del circolo polare artico, questa città sperimenta condizioni climatiche particolarmente severe, con temperature che possono scendere fino a -32°C. Questo clima estremo contribuisce a mantenere il suolo in uno stato di permafrost, ovvero un terreno permanentemente ghiacciato, che impedisce la decomposizione naturale dei corpi sepolti.

 

La scoperta delle conseguenze di questa peculiare condizione di conservazione si verificò in modo macabro tra il 1917 e il 1920, quando una devastante epidemia colpì l’arcipelago. Anni dopo, l’esumazione di alcune delle vittime rivelò che i loro corpi erano rimasti straordinariamente preservati, inclusi i ceppi virali responsabili della loro morte. Questa scoperta sollevò preoccupazioni sanitarie legate alla possibilità di future epidemie, dovute alla liberazione di agenti patogeni conservati nel permafrost in caso di scioglimento dello stesso.

 

La risposta delle autorità locali a questa minaccia fu radicale. Nel 1950, fu adottata una legge che proibiva ulteriori sepolture nell’arcipelago e, di fatto, rendeva Longyearbyen una città dove la morte era vietata. Questa misura si estese a includere il divieto di morire nella città, con l’obbligo per i moribondi di trasferirsi nella terraferma norvegese per affrontare l’ultimo viaggio della loro vita.

 

Questa situazione ha creato un contesto di vita unico per i residenti di Longyearbyen. Nonostante le condizioni di vita ostili e la popolazione relativamente piccola, coloro che scelgono di vivere in questo luogo remoto sono attratti dalla sua bellezza naturale mozzafiato, dalle aurore boreali che danzano nel cielo notturno, e da un senso di comunità rafforzato dalle sfide condivise. Tuttavia, la presenza di un divieto così insolito pone anche questioni logistiche e emotive, trasformando la morte in un tabù e modificando il modo in cui la comunità affronta il lutto e la perdita.

 

Longyearbyen non è l’unico luogo nella storia dell’umanità dove sono state adottate misure drastiche relative al trattamento dei morti. Casi analoghi si sono verificati nell’antica Grecia, sull’isola di Delo nel 426 a.C., e in Giappone, sull’isola di Itsukushima, dove decisioni simili furono prese per motivi sanitari o politici. Questi precedenti storici riflettono come le comunità umane abbiano spesso dovuto adattare le loro pratiche funerarie e il loro rapporto con la morte alle condizioni ambientali e alle minacce alla salute pubblica.

 

La decisione di vietare le sepolture e di imporre restrizioni così severe sulla morte a Longyearbyen evidenzia una tensione tra le esigenze della comunità e le leggi naturali dell’esistenza. Questo divieto, benché sembri bizzarro e controintuitivo, è una misura pragmatica per affrontare i rischi sanitari unici associati alla conservazione dei corpi nel permafrost. Riflette anche un rispetto profondo per la vita, cercando di proteggere i vivi dai pericoli rappresentati dai morti.

 

Longyearbyen e il suo divieto di morire offrono un esempio affascinante di come le comunità umane si adattano alle sfide poste dall’ambiente naturale. Questa città, con il suo paesaggio spettacolare e le sue leggi insolite, rappresenta un punto di incontro tra la bellezza incontaminata della natura e l’ingegnosità umana, dove la lotta per la sopravvivenza si intreccia con la contemplazione della mortalità in modi che sfidano la nostra comprensione della vita e della morte stesse.

Seguici su Google