Il seme, chiamato Sheba, è stato piantato e coltivato, crescendo fino a quasi 3 metri in 14 anni. Questo ha permesso agli scienziati di analizzarne le caratteristiche e di scoprire che Sheba è morfologicamente simile ad altri alberi del genere Commiphora, ma distinto da tutte le specie campionate, come C. angolensis, C. neglecta e C. tenuipetiolata. Si ritiene che Sheba sia un sopravvissuto di una popolazione di alberi estinta nella regione del Levante meridionale, che include l’attuale Israele, Palestina e Giordania.
Gli studiosi ipotizzano che Sheba possa essere collegato alla resina biblica chiamata “tsori”, menzionata nei libri della Genesi, Geremia ed Ezechiele e associata a proprietà guaritrici. L’analisi fitochimica delle foglie e della resina di Sheba ha rivelato un’alta concentrazione di triterpenoidi pentaciclici, noti per le loro proprietà curative, anti-infiammatorie, anti-batteriche e anti-cancro. Inoltre, nelle foglie è stato rilevato un contenuto di circa il 30% di squalene, un composto utilizzato nella cura della pelle.
