(TEMPOITALIA.IT) Il cambiamento climatico non solo minaccia la vita marina, ma esercita pressioni estreme su tutti i sistemi naturali e umani. Per comprendere meglio gli impatti globali di tale fenomeno, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha elaborato un rapporto su due possibili scenari di riscaldamento. Il primo prevede un aumento massimo di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, obiettivo dell’Accordo di Parigi firmato nel 2015 da 195 nazioni; il secondo scenario, più critico, ipotizza un incremento di 2°C. La differenza tra questi due livelli è molto significativa per molte specie e per l’intero equilibrio della Terra. La crescente esposizione a eventi climatici estremi è uno dei rischi maggiori e colpirà in maniera più accentuata specifiche regioni del pianeta, soprattutto i piccoli stati insulari che affronteranno molteplici pericoli dovuti all’innalzamento delle temperature, alla maggiore frequenza di tempeste e all’erosione delle coste.
La delicata situazione delle tartarughe marine esemplifica bene come anche minime variazioni di temperatura possano influire profondamente sugli ecosistemi. Durante la nidificazione sulle spiagge, la temperatura della sabbia gioca un ruolo cruciale nel determinare il sesso dei piccoli: se supera i 31,1°C, si schiudono solo femmine; se scende sotto i 27,8°C, nascono solo maschi. L’innalzamento continuo della temperatura potrebbe portare all’estinzione della specie, a causa dell’assenza di maschi. Questo scenario evidenzia come anche piccoli aumenti di temperatura possano provocare effetti disastrosi.
Differenze regionali nel riscaldamento globale
Il riscaldamento globale non avanza uniformemente in tutto il mondo, e temperature più alte si registrano spesso nelle aree terrestri rispetto agli oceani. In particolare, l’Artico è una delle aree maggiormente colpite durante la stagione fredda, così come le regioni a media latitudine nei mesi estivi. Molte aree, in particolare nelle latitudini più basse, hanno già raggiunto incrementi superiori a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. In queste zone vivono milioni di persone che stanno subendo l’impatto diretto del riscaldamento, con rischi climatici acuiti per le popolazioni e le comunità svantaggiate.
Temperature estreme: aumento del caldo
Secondo il rapporto IPCC, con l’aumento delle temperature, le giornate calde e le ondate di calore diventeranno sempre più frequenti, soprattutto nelle aree tropicali. Con un riscaldamento globale di 1,5°C, circa il 14% della popolazione mondiale subirà ondate di caldo intenso almeno una volta ogni cinque anni; un aumento di 2°C porterebbe questa percentuale al 37%. Questo cambiamento esporrà milioni di persone a condizioni insopportabili, specialmente nelle regioni densamente popolate del Nord America centrale, Europa meridionale, area del Mediterraneo, Asia occidentale e Africa meridionale.
Con l’incremento della temperatura a 1,5°C, fino a 420 milioni di persone potranno evitare esposizioni continue a ondate di caldo estremo, mentre circa 65 milioni non subiranno ondate di caldo eccezionali. Tuttavia, superando tale soglia, molte grandi città rischiano di affrontare gravi stress termici, come accaduto in India e Pakistan nel 2015. Le ondate di caldo letale in queste aree potrebbero diventare un evento annuale con un riscaldamento di 2°C.
Temperature estreme: freddo e riscaldamento alle alte latitudini
Nelle regioni polari e ad alte latitudini, le notti più fredde potrebbero diventare più miti di ben 4,5-5,5°C nello scenario di 1,5°C, mentre con 2°C di riscaldamento si registrerebbe un incremento di 6-8°C nelle temperature minime. Questi cambiamenti impatteranno sul ciclo di gelo e disgelo, riducendo la frequenza delle ondate di freddo e influenzando negativamente l’equilibrio degli ecosistemi locali.
Siccità e disponibilità di acqua
Uno degli effetti più devastanti del riscaldamento globale è l’aumento della siccità e la riduzione della disponibilità di acqua, fenomeni che colpiscono duramente aree come il Mediterraneo, l’Africa meridionale, il Sud America e l’Australia. Limitando il riscaldamento a 1,5°C, si ridurrebbe notevolmente la probabilità di eventi siccitosi prolungati e di scarsità idrica. Con un riscaldamento di 2°C, si prevede che circa 61 milioni di persone in più saranno esposte a condizioni di grave siccità nelle aree urbane.
In termini di disponibilità d’acqua, mantenere l’aumento a 1,5°C porterebbe benefici significativi, riducendo fino al 50% la popolazione a rischio di stress idrico. Tuttavia, con 2°C di incremento, tra 184 e 270 milioni di persone potrebbero trovarsi ad affrontare una severa carenza d’acqua entro il 2050, con un rischio crescente di esaurimento delle falda acquifere.
Precipitazioni estreme e rischio inondazioni
Le precipitazioni intense aumenteranno soprattutto nelle alte latitudini settentrionali, come in Alaska, Canada e Groenlandia, ma anche in zone montane quali l’altopiano tibetano e il Sud-est asiatico. Se l’incremento della temperatura fosse limitato a 1,5°C, l’incidenza delle forti piogge sarebbe relativamente inferiore rispetto a un aumento di 2°C. Un riscaldamento di 2°C porterebbe anche a eventi più intensi di cicloni tropicali, che potrebbero causare pesanti inondazioni nelle zone vulnerabili, aggravando ulteriormente il rischio per le popolazioni locali e aumentando l’instabilità dei suoli. (TEMPOITALIA.IT)






