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Il mostro dei ghiacci: il serpente marino che dorme sotto l’Artico

Giovanni De Laurentis di Giovanni De Laurentis
19 Apr 2025 - 06:57
in A La notizia del Giorno, A Scelta della Redazione, Fantascienza, Magazine
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Tra i ghiacci eterni dell’Artico, dove il sole può sparire per mesi e il silenzio è interrotto solo dal crepitare del ghiaccio che si spezza, si nasconde una leggenda che ha attraversato i secoli: quella di un serpente marino colossale, un essere che si dice si risvegli ogni cento anni per emergere dagli abissi e inghiottire intere navi con le sue fauci squamose e fameliche. Questa creatura, dormiente sotto il pack, rappresenta uno degli incubi più antichi e persistenti delle culture nordiche e delle spedizioni polari.

Ma da dove nasce questa figura? E potrebbe avere qualche fondamento reale?

 

La figura del serpente marino artico è radicata nel folclore norreno. Le saghe islandesi e le cronache scandinave parlano spesso di creature chiamate hafgufa e lyngbakr, mostri giganteschi che abitavano i mari del nord. L’Hafgufa, in particolare, era descritto come un animale marino talmente grande da essere scambiato per un’isola. I marinai, attratti dalla sua apparente solidità, attraccavano sulle sue spalle… solo per venire divorati all’improvviso.

Nel 1734, una spedizione danese-norvegese comandata dal capitano Hans Egede riferì l’avvistamento di un’enorme creatura che si sollevava dal mare “più alta del sartiame della nave”. Queste testimonianze si aggiunsero a quelle di secoli precedenti, contribuendo a rafforzare la convinzione che qualcosa di mostruoso abitasse le acque ghiacciate del Circolo Polare Artico.

 

Nel tempo, molti scienziati hanno cercato di razionalizzare questi racconti. Alcuni sostengono che la leggenda del serpente artico derivi da incontri ravvicinati con calamari giganti, come quelli appartenenti al genere Architeuthis, lunghi anche più di 13 metri, che in rare occasioni possono affiorare in superficie.

Altri ipotizzano l’esistenza di specie sconosciute di anguilliformi o di rettili marini relitti sopravvissuti in nicchie ecologiche isolate. L’oceanografo e biologo marino Richard Ellis, nel suo libro Monsters of the Sea, sostiene che il mito del serpente marino possa essere stato alimentato da carcasse di balene decomposte, deformate dai processi di decomposizione e irriconoscibili per i naviganti del passato.

Tuttavia, il freddo e le profondità dell’Oceano Artico, in gran parte ancora inesplorato, lasciano spazio all’immaginazione. Il NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) ha stimato che oltre l’80% degli oceani del nostro pianeta resta sconosciuto, rendendo teoricamente possibile l’esistenza di creature di grandi dimensioni non ancora catalogate.

 

La parte più affascinante della leggenda riguarda il presunto risveglio ciclico della creatura. Ogni cento anni, secondo i racconti tramandati dai popoli inuit e dai marinai nordici, il serpente si risveglierebbe attirato dal movimento e dalle vibrazioni umane nel ghiaccio marino. Si parla di enormi fratture improvvise nei ghiacci, di onde anomale e persino di tempeste magnetiche che precederebbero la sua comparsa.

Alcuni storici ipotizzano che queste storie siano nate da fenomeni naturali estremi, come il distacco di giganteschi iceberg, i maremoti sottomarini o le eruzioni vulcaniche artiche, capaci di generare spaventose onde e vibrazioni avvertite anche a chilometri di distanza. La mente umana, di fronte all’incomprensibile, ha sempre cercato un volto, spesso terrificante, con cui spiegare l’ignoto.

 

L’idea di un essere in grado di inghiottire intere imbarcazioni può sembrare pura fantasia. Tuttavia, ci sono resoconti storici inquietanti. Nel 1848, l’HMS Daedalus, una fregata della Marina britannica, riportò un incontro con una “creatura lunga almeno 20 metri, con la testa simile a quella di un serpente e un corpo che si muoveva come un gigantesco cavo d’acciaio”.

Anche Charles Darwin ricevette lettere contenenti resoconti di presunti serpenti marini. In effetti, la Royal Society of London condusse una breve indagine a metà Ottocento per cercare di capire se vi fosse qualcosa di autentico in questi racconti.

Alcuni incidenti misteriosi nell’Artico canadese, in prossimità dell’Isola di Baffin, sono stati interpretati da ricercatori contemporanei come potenziali interazioni con megafauna marina sconosciuta, sebbene non vi siano prove definitive.

 

Oggi, grazie ai progressi della tecnologia, stiamo finalmente iniziando a esplorare i fondali artici. Strumentazioni sonar di ultima generazione, droni subacquei e sottomarini robotici stanno mappando le profondità glaciali in aree che fino a pochi decenni fa erano del tutto inaccessibili.

Nel 2022, un team del Woods Hole Oceanographic Institution ha identificato forme di vita batteriche e invertebrati sconosciuti nei pressi di una fumarola idrotermale sotto i ghiacci groenlandesi. Se creature microscopiche possono sopravvivere in ambienti così estremi, cosa ci impedisce di pensare che forme di vita più grandi – e potenzialmente terrificanti – possano nascondersi lì?

 

Mentre la scienza avanza, le leggende antiche non vengono più ignorate come semplici superstizioni. Al contrario, vengono studiate come mappe culturali dell’ignoto, indizi del modo in cui l’uomo ha affrontato, nel tempo, ciò che non riusciva a comprendere. Il mito del serpente marino artico, oggi, è oggetto di studio in discipline come la criptozoologia, l’antropologia marina e la mitologia comparata.

Non sappiamo se il serpente dormiente sotto l’Artico sia mai esistito davvero. Ma la possibilità che le acque più fredde del pianeta custodiscano ancora misteri profondi e creature inimmaginabili continua a stimolare la nostra fantasia… e la nostra voglia di esplorare.

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Giovanni De Laurentis

Giovanni De Laurentis

Dopo aver frequentato il liceo scientifico, ha proseguito il proprio percorso accademico nel Regno Unito, dove si è laureato in Fisica presso l’University of Manchester all’età di 23 anni. Affascinato dalle dinamiche dell’atmosfera e dalle interazioni tra scienza e ambiente, ha poi conseguito un Dottorato (PhD) in Meteorologia presso l’University of Reading, uno dei principali poli di ricerca europei in questo ambito. Attualmente vive e lavora in Italia, dove si occupa di consulenza scientifica e supporto tecnico per applicazioni meteorologiche e fisiche nell’ambito industriale, collaborando con aziende e centri di ricerca per progetti che spaziano dalla modellistica ambientale alla progettazione di soluzioni innovative per l’industria.

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