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Quando segue è un tema che è diventato ormai centrale nella gestione dell’emergenza climatica urbana: le ondate di calore non sono più solo un problema di temperatura, ma stanno minando le fondamenta stesse della nostra infrastruttura vitale, a partire dalla rete elettrica.

 

Il fenomeno che stai descrivendo — e che stiamo già osservando in città come ROMA, MILANO, NAPOLI, FIRENZE, BOLOGNA e TORINO — è strutturale, non episodico. Non si tratta di un semplice picco di consumo, come accadeva dieci o vent’anni fa quando l’uso del climatizzatore era sporadico. Oggi, durante un’ondata di calore, la rete elettrica non crolla perché manca energia, ma perché non riesce più a trasportarla efficacemente.

Il punto critico è nascosto sotto terra, dentro giunti elettrici, cavi interrati, cabine secondarie, spesso costruiti decenni fa. Questi elementi, come tu giustamente scrivi, si surriscaldano perché già immersi in un ambiente caldo, dove la temperatura del suolo può superare i 40°C. In queste condizioni, i materiali isolanti cedono, i metalli si dilatano, le saldature si indeboliscono, e anche un normale flusso elettrico diventa insostenibile.

 

Non è raro che si inneschi una sorta di effetto domino: un giunto che si fonde provoca un’interruzione, questa genera un sovraccarico in una zona vicina, e così via, fino al blackout esteso. E il blackout arriva non quando il sistema è al massimo, ma quando si rompe uno dei suoi anelli deboli.

Il risultato è evidente: quella sensazione di sollievo conquistata a fatica grazie all’uso di condizionatori, ventilatori, deumidificatori, diventa improvvisamente inaccessibile. Restiamo prigionieri del caldo, senza luce, senza connessione, spesso senza la possibilità di uscire di casa per chi è fragile o anziano. E questo diventa un problema di salute pubblica.

 

La prospettiva a medio-lungo termine è inquietante: se nei prossimi dieci anni non si rinnova la rete, se non si investe seriamente in infrastrutture elettriche resilienti, vivremo ogni estate con blackout sempre più frequenti, in un Paese che già fatica a garantire un servizio stabile anche in condizioni normali.

Il paradosso è proprio questo: il caldo aumenta, e aumenta anche la nostra dipendenza dall’elettricità per difenderci dal caldo, ma la rete che dovrebbe proteggerci si sta disgregando sotto l’effetto del calore stesso.

 

Serve una riflessione pubblica. Serve parlarne nelle scuole, nei consigli comunali, in televisione, nei programmi politici, perché la crisi climatica non si combatte solo con pannelli solari e auto elettriche, ma anche con cavi, giunti, trasformatori, cabine interrate che funzionano anche a 45°C nel sottosuolo. Senza questo, la transizione energetica sarà solo sulla carta.

L’Italia non è sola in questa situazione: grandi città americane, cinesi, europee stanno affrontando problemi simili. Secondo i ricercatori della European Environment Agency, molte reti europee sono state progettate per un clima diverso, e oggi risultano inadatte a gestire gli stress termici sempre più frequenti.

 

Perciò sì, la vera emergenza delle ondate di calore non è solo il caldo che fa soffrire, ma il crollo delle difese che ci siamo costruiti per affrontarlo. E senza elettricità, anche le nostre soluzioni più sofisticate diventano soprammobili inerti.

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