Premetto di non essere affatto contrario ai controlli di sicurezza, e che li ritengo indispensabili per viaggiare sicuri quando si prende un aereo, e che sempre sia necessario essere a disposizione del personale che fa il suo lavoro, un’attività delicatissima. Ho trovato un articolo che parla di una sensazione descritta da alcuni psicologi, e ho pensato di proporla in un periodo dove molte persone viaggiano.
Un rito che inizia appena si varca la soglia
Entrare in un aeroporto internazionale, che sia Fiumicino, Malpensa o Heathrow, significa automaticamente prepararsi a un rituale ormai universale: togliersi scarpe, cintura, giacca e persino l’orologio davanti a estranei. Per milioni di passeggeri questo gesto, ripetuto ogni giorno in centinaia di scali, è diventato così naturale da sembrare inevitabile. Ma com’è iniziata questa trasformazione?
Il giorno in cui le scarpe divennero una minaccia
La storia comincia il 22 dicembre 2001, quando Richard Reid, passato alla cronaca come lo “shoe bomber”, tentò di far esplodere un aereo della American Airlines nascondendo esplosivi nelle suole. L’attacco fu sventato, ma da quel momento la TSA americana rese obbligatorio togliersi le scarpe ai controlli. Una regola che, nel giro di pochi anni, arrivò anche in Europa e che oggi coinvolge milioni di viaggiatori. “Un solo uomo ha cambiato per sempre il nostro modo di volare”, racconta un ex addetto ai controlli di Charles de Gaulle.
Il teatro della sicurezza: rassicurare più che proteggere
L’esperto Bruce Schneier ha definito queste misure “Security Theater”, ovvero teatro della sicurezza. Procedure pensate non tanto per fermare reali minacce, quanto per trasmettere un senso di protezione. A Linate, ad esempio, i viaggiatori raccontano di sentirsi più tranquilli dopo i controlli, anche se sanno che la probabilità di un nuovo attentato identico a quello del 2001 è praticamente nulla. Il punto, dunque, non è solo la sicurezza, ma la percezione della stessa.
Gli aeroporti come laboratori del controllo sociale
Il sociologo David Lyon ha descritto gli aeroporti come veri e propri laboratori del controllo moderno. Luoghi in cui ci abituiamo a livelli di sorveglianza che in altri contesti non accetteremmo. Secondo Zygmunt Bauman, la cosiddetta “sorveglianza liquida” si è infiltrata nella quotidianità proprio da qui. Non a caso, con la pandemia di COVID-19, le pratiche sperimentate negli scali – come i controlli della temperatura, il tracciamento e l’obbligo di mascherina – si sono diffuse nella vita di tutti i giorni.
L’effetto psicologico: docilità e ansia
Gli psicologi sottolineano che i controlli generano spesso una duplice reazione: da un lato ansia e senso di perdita di controllo, dall’altro una crescente docilità. Il celebre esperimento di Philip Zimbardo sulla psicologia del potere dimostra come i contesti di sorveglianza possano cambiare i comportamenti. Agli scanner di Francoforte o Madrid Barajas, il viaggiatore medio accetta senza proteste regole severe, assumendo il ruolo di “sospetto” fino a prova contraria. “È come se ci dicessero: fidati di noi, ma ricordati che potresti essere un pericolo”, racconta una passeggera abituale di Malpensa.
Pensiero critico e responsabilità personale
La filosofa Hannah Arendt ammoniva contro la cieca obbedienza, ricordando che rinunciare al pensiero critico significa perdere una parte della propria libertà. Non si tratta di rifiutare ogni forma di sicurezza – molte sono necessarie – ma di imparare a distinguere tra ciò che è utile e ciò che è puro rituale.
Un piccolo atto di consapevolezza
La prossima volta che ci toglieremo le scarpe in un aeroporto, potremo domandarci: lo facciamo davvero per essere più sicuri, o perché il sistema ci ha insegnato che è normale? Questa semplice riflessione, dicono gli studiosi, può diventare un atto di resistenza intellettuale, un modo per restare cittadini consapevoli anche in un mondo sempre più dominato dalla sorveglianza diffusa.
Credit e Fonti:
• BBC News – “How a failed bomb plot led to the shoe removal rule at airports” (2008)
• Transportation Security Administration – “Why do I have to remove my shoes at the airport?”
• The Guardian – “Richard Reid: the convicted shoe bomber” (2003)
• Bruce Schneier – “Security Theater: Airport Security in Perspective”, The Atlantic (2008)
• David Lyon – “Surveillance Studies: An Overview” (2007)
• David Lyon – “Airports as Laboratories of Modern Social Control” (2003)
• Deborah Lupton – “Risk” (2013)
• Zygmunt Bauman – “Liquid Surveillance” (2013)
• The Conversation – “How COVID-19 is changing airport security” (2020)
• Elizabeth Stokoe – “The Conversation Analytic Role of Airport Security” (2016)
• Philip Zimbardo – “La psicologia del potere” (2007)
• American Psychological Association – “Airport security screening and stress” (2019)
• Hannah Arendt – “Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil” (1963)
• Hannah Arendt – “Responsabilità e giudizio” (2004)