
(TEMPOITALIA.IT) L’ampia copertura nevosa osservata sulla Siberia nelle prime settimane autunnali rappresenta da tempo un parametro di grande interesse per la climatologia emisferica. Questo fenomeno, noto come snow cover extent (SCE), potrebbe esercitare un’influenza diretta sulla circolazione atmosferica dell’intero emisfero nord, incidendo sulla dinamica del vortice polare e modulando l’andamento futuro delle oscillazioni AO (Arctic Oscillation) e NAO (North Atlantic Oscillation).
Gli studi più recenti ipotizzano un meccanismo a più stadi. Quando il suolo russo si ricopre precocemente di neve, la maggiore riflettività della superficie (albedo) riduce l’assorbimento della radiazione solare, raffreddando il terreno e gli strati d’aria immediatamente sovrastanti.
Tale raffreddamento accentua il gradiente verticale di temperatura, favorendo la formazione di onde planetarie che possono risalire verso la stratosfera. Queste perturbazioni sono in grado di disturbare il vortice polare, indebolendolo e aumentando le probabilità di riscaldamenti improvvisi stratosferici (SSW). Quando il vortice perde compattezza, si creano le condizioni ideali per discese di aria gelida verso le latitudini medie, inclusa l’Europa.
Secondo le ricerche pubblicate dall’American Meteorological Society (“The Influence of Autumnal Eurasian Snow Cover on Climate and Its Link to the Sea Ice Cover”), le anomalie del manto nevoso autunnale, in particolare durante novembre, risultano correlate a modifiche significative nella circolazione atmosferica invernale. Tuttavia, lavori paralleli come “On the role of Eurasian autumn snow cover in dynamical seasonal forecasts” (SpringerLink) mostrano come tale connessione non sia costante né lineare, ma fortemente dipendente da fattori concomitanti.
Analisi effettuate sul dataset 20CRv3 hanno inoltre rivelato che la forza di questa relazione varia nel tempo, risultando marcata solo in determinati decenni. Studi condotti da Copernicus e dalla stessa AMS sottolineano come l’interazione tra neve autunnale eurasiatica e ghiaccio marino artico (SIC), specialmente nella regione Barents–Kara, possa amplificare il processo di accoppiamento troposfera–stratosfera. In sintesi, una precoce estensione del manto nevoso sull’Eurasia settentrionale può aumentare la probabilità di un vortice polare instabile e di un inverno dinamico, ma non rappresenta un segnale deterministico.
Le stime più aggiornate indicano che le anomalie di neve autunnale spiegano soltanto il 20–30% della variabilità interannuale degli indici invernali (AO, NAO, temperatura media). La restante quota, pari al 70–80%, deriva da cause interne al sistema climatico, forzanti tropicali come ENSO, oscillazioni QBO, residuo di ghiaccio artico e altre variabili oceanico–atmosferiche. Ciò significa che il segnale del snow cover ha un valore probabilistico, ma non costituisce da solo una previsione attendibile di un inverno freddo o nevoso.
L’amplificazione artica descrive l’accelerato riscaldamento dell’Artico, che negli ultimi decenni è cresciuto a un ritmo da due a quattro volte superiore alla media globale (MDPI, PolarRES). Le cause principali risiedono nel feedback dell’albedo, nella variazione del profilo termico verticale (lapse rate effect), nel maggiore trasporto di calore atmosferico e oceanico verso le alte latitudini e nelle modifiche della copertura nuvolosa e del vapore acqueo.
Un Artico più caldo comporta un indebolimento del gradiente termico tra le latitudini polari e quelle temperate, con conseguente flusso del jet stream più ondulato. Tale configurazione favorisce blocchi anticiclonici persistenti e intensifica gli scambi di massa d’aria nord–sud, aprendo la strada a ondate fredde in Europa e Nordamerica (NTRS).
Le onde planetarie, più ampie e vigorose, si propagano più facilmente verso la stratosfera, disturbando ulteriormente il vortice polare e favorendo eventi di SSW. Tuttavia, la comunità scientifica, come riportato da Science e SpringerLink, non ha ancora raggiunto un consenso unanime sugli effetti diretti dell’amplificazione artica sugli estremi invernali.
Per quanto riguarda l’Italia, un quadro sinottico caratterizzato da blocco anticiclonico sugli Urali, forte attività ondulatoria e propagazione d’onda efficace potrebbe condurre a un inverno con vortice polare dislocato, jet stream irregolare e afflussi continentali freddi. In tali condizioni, masse d’aria gelida potrebbero scivolare verso il Mar Mediterraneo, dove l’interazione con l’umidità locale darebbe origine a nevicate diffuse anche a quote medio-basse, soprattutto su Alpi, Appennino e Pianura Padana. Gli episodi del 2009/2010 e del gennaio 2017 ne rappresentano un esempio emblematico.
Affinché questo quadro si realizzi, però, serve una combinazione precisa di elementi: anticiclone sull’Europa occidentale, ciclone attivo sul Mediterraneo e correnti orientali fredde in discesa dalla Russia. In mancanza di tali condizioni sinergiche, la neve rimane confinata alle altitudini superiori.
Su scala emisferica, l’anticipo del manto nevoso eurasiatico può aumentare la variabilità termica e la frequenza di irruzioni artiche verso sud. In Nordamerica, i blocchi atmosferici a valle determinano discese gelide verso gli Stati del sud-est, mentre in Europa diventano più probabili ondate di gelo e nevicate estese. Se contemporaneamente si verificano episodi ENSO (come La Niña), il segnale atmosferico tende a rafforzarsi, portando a un inverno più dinamico e contraddistinto da forti contrasti termici.
Il collegamento tra neve precoce in Eurasia e nevicate a bassa quota in novembre è invece debole: il segnale del manto nevoso agisce principalmente su scala stagionale e i suoi effetti si manifestano più chiaramente tra dicembre e febbraio. Tuttavia, in presenza di un vortice polare già disturbato e di una rapida propagazione d’onda, episodi nevosi precoci non sono da escludere, pur restando rari e di breve durata.
La comunità scientifica invita comunque alla prudenza. Il legame tra copertura nevosa siberiana e vortice polare resta probabilistico, non deterministico; la relazione non è stazionaria e varia nel tempo in risposta al cambiamento climatico; i modelli stagionali non riescono ancora a riprodurla con precisione; e l’influenza di fattori come ENSO, QBO, ghiaccio artico residuo e teleconnessioni atlantico-pacifiche può facilmente prevalere. L’amplificazione artica, infine, non implica necessariamente un aumento degli estremi meteorologici sull’Europa meridionale.
La rapida espansione del manto nevoso in Russia resta dunque un segnale climatico di grande interesse, un tassello prezioso in un quadro complesso che deve essere analizzato insieme agli altri indicatori globali per comprendere la tendenza invernale dell’emisfero nord.
Credit: l’articolo è stato redatto su analisi scientifica principalmente dei dati di ECMWF e del Global Forecast System del NOAA. (TEMPOITALIA.IT)






