(TEMPOITALIA.IT) Le immagini che arrivano dalle Filippine raccontano fiumi trasformati in correnti di fango, quartieri allagati, linee elettriche a terra. Il tifone Kalmaegi, chiamato localmente Tino, ha attraversato le Visayas lasciando dietro di sé un conto pesantissimo. La sua traiettoria ora punta il Mar Cinese Meridionale e le coste del Vietnam, e il quadro sinottico aiuta a capire come un vortice nato su acque eccezionalmente calde abbia potuto scaricare tanta energia in così poco tempo.
Negli ultimi giorni l’occhio del ciclone ha mostrato una struttura molto organizzata, con una fascia di venti violenti attorno alla parete dell’occhio e bande spiraliformi ricche di temporali profondi. A cavallo tra 3 e 5 Novembre il sistema ha toccato punte di 150 km/h nei venti medi con raffiche oltre 200 km/h, mentre onde superiori a 3 metri hanno funestato litorali e porti, interrompendo collegamenti marittimi e aerei. La PAGASA ha segnalato allerta per mareggiate e possibili storm surge, confermando che, pur con lieve indebolimento per l’attrito con la terra, il sistema avrebbe mantenuto forza da tifone durante l’attraversamento dell’arcipelago.
Il bilancio umano è grave e in aggiornamento. Tra Cebu e altre province centrali si contano decine di vittime accertate, dispersi e centinaia di migliaia di sfollati, con il Governo che ha dichiarato lo stato di calamità per velocizzare soccorsi e aiuti. Le cronache dal territorio parlano di quartieri invasi da acqua e detriti, ponti danneggiati, frane in aree collinari e reti di comunicazione interrotte. Le autorità hanno disposto evacuazioni preventive, ma la rapidità dell’innalzamento dei corsi d’acqua ha colto molte comunità in difficoltà.
Cosa è successo nelle Filippine
Kalmaegi si è formato sul Pacifico occidentale in presenza di una vasta area di acque superficiali oltre 28–30 °C, condizione ideale per alimentare la convezione profonda. Lungo la rotta verso le Visayas il tifone ha incontrato scarso wind shear in quota, fattore che ha consentito il mantenimento di una convezione simmetrica e di un nucleo caldo compatto. Tra 3 e 4 Novembre piogge torrenziali hanno scaricato in poche ore quantitativi equivalenti a più settimane, con allagamenti diffusi e interruzioni della viabilità. La componente marina non è stata meno rilevante: mareggiate e onde alte hanno aggravato l’impatto sulle aree costiere basse e sui delta fluviali.
La provincia di Cebu è risultata tra le più colpite. Le acque hanno invaso strade e abitazioni, trascinando automezzi e arredi urbani, mentre le squadre di emergenza hanno dovuto operare tra frane e infrastrutture danneggiate. Il quadro degli impatti indiretti include la cancellazione di numerosi voli, sospensioni del traffico navale e diffusi blackout elettrici. La macchina dei soccorsi ha dovuto fronteggiare anche incidenti durante le operazioni in aree isolate.
Dove sta andando Kalmaegi e perché il Vietnam è esposto
Uscito dall’area filippina, Kalmaegi ha attraversato il Mar Cinese Meridionale mantenendo una circolazione organizzata. I principali centri di previsione regionali indicano una rotta verso le coste del Vietnam settentrionale e centrale in un intervallo temporale di poche decine di ore, con attenuazione graduale dell’intensità ma con piogge ancora molto abbondanti. L’effetto orografico lungo i rilievi vietnamiti e, a seguire, su Laos e Thailandia può esaltare gli accumuli pluviometrici residui, aumentando il rischio di piene improvvise e smottamenti. Le autorità vietnamite hanno già attivato piani di evacuazione preventiva nelle province più esposte.
In mare aperto, il caldo umido sopra la superficie dell’oceano sostiene ancora un efficiente trasferimento di calore latente verso la colonna d’aria, ma l’avvicinamento alla costa introduce fattori di indebolimento. L’aumento del wind shear, l’aria più secca in quota e l’attrito con il continente riducono progressivamente la capacità del sistema di mantenere un occhio definito. Nonostante ciò, la componente piovosa rimane spesso il pericolo principale in questa fase del ciclo di vita, e gli allagamenti possono manifestarsi anche lontano dal punto di landfall.
Come si alimenta un tifone: il motore termico dell’oceano
Un ciclone tropicale è un motore termico che converte l’energia del mare in vento e pioggia. Quando la temperatura superficiale dell’acqua supera in genere 26–27 °C, l’evaporazione accelera, l’aria calda e umida sale, condensa in nubi temporalesche e rilascia calore latente. Questo calore riscalda ulteriormente la colonna d’aria, abbassa la pressione al suolo e intensifica la convergenza, attivando un ciclo autoalimentato. La rotazione terrestre imprime al sistema una struttura vorticosa organizzata con un occhio centrale, circondato da una parete di nubi dove si concentrano i venti più distruttivi. Nel caso di Kalmaegi, l’insieme di mare molto caldo, shear contenuto e flussi di umidità abbondanti ha permesso un’intensificazione rapida, coerente con la climatologia del Pacifico occidentale.
Il tassello climatico: cosa sappiamo su tifoni più intensi e piogge più estreme
La scienza non riduce un singolo evento a una causa unica, ma il quadro consolidato mostra tendenze chiare. Secondo l’IPCC AR6, con l’aumento della temperatura globale è probabile un incremento della proporzione di cicloni tropicali intensi e un aumento dei tassi di precipitazione associati. La fisica è lineare: un’atmosfera più calda trattiene più vapore, quindi, a parità di condizioni dinamiche, i nubifragi diventano più intensi. Valutazioni indipendenti, tra cui quelle coordinate dalla WMO, confermano che precipitazioni estreme collegate ai cicloni tropicali sono aumentate e che gli oceani più caldi favoriscono episodi di intensificazione rapida.
Gli studi di sintesi indicano che per un riscaldamento di 2 °C la pioggia associata ai cicloni può aumentare mediamente di una percentuale a doppia cifra, mentre la quota di cicloni di categoria molto alta tende a crescere nel lungo periodo. Questo non significa più tempeste nel complesso, ma tempeste potenzialmente più umide e con picchi di vento più elevati. In regioni densamente popolate e con infrastrutture fragili, come molte aree delle Filippine, il combinato di mareggiata, vento e precipitazioni estreme amplifica il rischio e i danni economici.
Kalmaegi nel contesto storico recente
Il nome Kalmaegi non è nuovo nella meteorologia del Pacifico occidentale. Altre tempeste con lo stesso nome si sono presentate in passato, tra cui l’episodio del 2014, passato su Luzon e poi su Hainan, e quello del 2019 noto localmente come Ramon. La ricorrenza del nome aiuta a confrontare i tracciati e le dinamiche tipiche della regione, ma ogni evento fa storia a sé, perché le condizioni oceaniche e atmosferiche cambiano di stagione in stagione. L’episodio del 2025 si distingue per gli impatti concentrici sulle Visayas e per l’ulteriore minaccia alle coste del Vietnam prima dell’indebolimento sul continente.
Cosa aspettarsi nelle prossime ore
Nelle ore successive all’uscita dal territorio filippino, Kalmaegi ha mostrato segni di indebolimento graduale ma ha conservato una struttura in grado di produrre piogge molto abbondanti e venti pericolosi lungo il tratto di mare verso il Vietnam. Le autorità locali hanno avviato misure di prevenzione, con possibili evacuazioni nelle province di Thanh Hoa e Nghe An, e con indicazioni alla popolazione per allontanarsi da aree costiere basse, foce dei fiumi e pendii instabili. L’evoluzione rimane soggetta all’interazione con il flusso in quota e con le terre emerse, ma gli impatti idrologici possono protrarsi anche dopo la perdita ufficiale dello status di tifone.
In sintesi, Kalmaegi ha sfruttato mari molto caldi e condizioni favorevoli in quota per attraversare le Filippine con venti fino a circa 150 km/h, raffiche oltre 200 km/h e piogge torrenziali, causando un numero elevato di vittime e vasti danni in particolare tra Cebu e le Visayas. Il sistema si dirige ora verso il Vietnam, dove l’allerta è focalizzata soprattutto su alluvioni e frane. La letteratura scientifica concorda che in un clima più caldo cresce la probabilità di cicloni più intensi e piogge più estreme, fattori che amplificano la vulnerabilità delle aree costiere del Sud Est Asiatico. (Reuters)
Credit: journals.ametsoc.org, PAGASA, Japan Meteorological Agency, IPCC AR6, Chapter 11, WMO State of the Global Climate (TEMPOITALIA.IT)





