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Stop assedio dell’Alta Pressione. La ritirata con Gelo e Neve

Federico De Michelis di Federico De Michelis
10 Dic 2025 - 17:20
in A La notizia del Giorno, A Prima Pagina, A Scelta della Redazione, Meteo News, Zoom
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(TEMPOITALIA.IT) C’è qualcosa che non torna. Chi ha qualche capello bianco se lo ricorda bene com’era l’inverno, quello vero. Parlo di quella stagione che iniziava puntuale a Novembre e ti costringeva a tirare fuori sciarpe e cappotti pesanti, tenendoti compagnia con cieli grigi e piogge infinite fino a Marzo. Oggi, invece?

 

Chi vive tra l’Italia, la Spagna o le coste del Mediterraneo occidentale ha una sensazione diversa, quasi di smarrimento. Sembra che la stagione fredda si sia contratta, ridotta a una parentesi sbiadita tra un autunno infinito e una primavera precoce. Ci ritroviamo spesso a Gennaio con il sole in faccia, temperature che toccano i 15°C o i 18°C e quella stasi atmosferica che nei bollettini meteo viene liquidata con una formula ormai standard: alta pressione nordafricana. Ok, in Val Padana va diversamente per le inversioni termiche, ma non nevica più come succedeva in passato, ed anche le gelate si sono ridotte.

 

Ma diciamocelo chiaramente: è solo una nostra impressione? Siamo noi che ci lamentiamo perché “non ci sono più le mezze stagioni”, o l’ingranaggio climatico si è davvero inceppato? La risposta non è banale. E no, non è rassicurante.

Il video che vediamo qui mostra Madeira, ebbene, in questi giorni, molte località italiane stanno registrando temperature simili all’isola sub-tropicale, dove invece giunge aria fresca. Uno sguardo a quella che è una perla dell’Oceano merita comunque. Ma attenzione, in Italia il clima cambierà, l’inverno è dietro l’angolo.

 

Il respiro affannoso dell’Atlantico

Per capire cosa diavolo stia succedendo sulle nostre teste, bisogna spostare lo sguardo. Non guardate il cielo sopra casa vostra, guardate a ovest, verso l’immenso Oceano Atlantico. È lì che si gioca la partita. Il protagonista indiscusso è un vecchio amico della meteorologia europea: l’Anticiclone delle Azzorre.

Per decenni ce lo hanno raccontato come il garante delle nostre estati, quello che portava il bel tempo ma senza eccessi. In inverno, invece, se ne stava buono alle sue latitudini subtropicali, lasciando passare le perturbazioni verso l’Europa. Era parte di quella danza chiamata NAO (North Atlantic Oscillation), un’altalena di pressione che decideva se avremmo avuto l’ombrello aperto o gli occhiali da sole.

Ecco, il punto è che questo sistema ha cambiato abitudini. E non lo diciamo per dire. Studi scientifici serissimi – roba pubblicata su Nature Geoscience, mica sul giornalino del quartiere, hanno ricostruito la vita di questo anticiclone andando indietro di 1.200 anni. Come hanno fatto? Analizzando le stalagmiti in Portogallo. Le rocce non mentono: conservano la memoria chimica della pioggia caduta nei secoli.

Il verdetto delle pietre è inquietante. L’Anticiclone delle Azzorre c’è sempre stato, certo, ma mai così vasto. Mai così invadente. A partire dalla Rivoluzione Industriale, e con un’accelerazione brutale nel corso del XX secolo, gli inverni con un’alta pressione “ipertrofica” sono aumentati a dismisura.

 

Prima del 1980, una configurazione del genere capitava una volta ogni sette anni. Oggi? La frequenza è raddoppiata: succede ogni quattro anni. Orbene, quest’anno, però, siamo nel 2025, c’è una maggiore variabilità, e questa non facilita la forza delle alte pressioni al suolo che non è assolutamente simile a quella che avevamo nel 2024 e nel 2023. Ci troviamo con un’alta pressione di debole forza, presente per le alterazioni della circolazione atmosferica generale, ma come un castello di carte pronta a cadere a terra, ed in questo caso ad essere invasa da maltempo oceanico, se non addirittura dauna discesa di aria polare dalla Scandinavia tra una decina di giorni.

 

Comunque, quella che vediamo, non è sfortuna è un cambio di paradigma. Quando questo gigante si gonfia, si spancia verso est e occupa la Penisola Iberica, la Francia meridionale e gran parte del Mediterraneo. Agisce come un muro di gomma: le perturbazioni atlantiche arrivano, ci sbattono contro e sono costrette a scivolare molto più a nord, verso la Scandinavia. A noi restano le briciole. O peggio, il nulla.

 

Un motore che gira troppo veloce

Ma perché succede? L’atmosfera non decide di punto in bianco di cambiarci il clima. C’è una meccanica precisa dietro tutto questo, anche se – va detto – è maledettamente complessa. Possiamo immaginarla come l’espansione della cosiddetta Cella di Hadley.

Semplificando al massimo (i puristi mi perdonino): l’aria calda sale all’Equatore e scende verso il basso alle latitudini subtropicali, creando quelle fasce di alta pressione dove troviamo i deserti. Con il Riscaldamento Globale, questo motore termico lavora a giri più alti. L’atmosfera si scalda, si dilata. E così, le fasce dove l’aria scende e stabilizza il tempo si allargano verso i poli.

Insomma, i tropici si stanno allargando. E noi, che stiamo proprio al confine, finiamo sempre più spesso inglobati in questa bolla di stabilità. I modelli matematici dei grandi centri di calcolo – come l’ECMWF o il NOAA – lo avevano previsto da tempo. L’aumento dei gas serra spinge le alte pressioni subtropicali verso nord. L’Italia e il Mediterraneo si ritrovano così, loro malgrado, sotto una cupola che inibisce la formazione delle nuvole e blocca le piogge.

 

Tra meteorologia e clima: il trucco dei dadi

Qui scatta sempre la domanda da un milione di dollari. O il commento scettico sui social: “sì vabbè, ma anche nel 1960 c’è stato un inverno caldo, che c’entra il clima?”. È vero. Il tempo fa quello che vuole. Un singolo inverno secco, o un mese di Gennaio vissuto in maniche di camicia, è meteorologia. È il caos dell’atmosfera che pesca una carta dal mazzo.

Il problema sorge quando guardi il mazzo intero. Se per trenta o cinquant’anni di fila vedi uscire sempre più spesso la carta dell’alta pressione, allora hai un problema. Non è più caos, è statistica. Possiamo vederla così: immaginate di lanciare dei dadi. Il fattore naturale (le oscillazioni come la NAO o l’AO) è il lancio del dado. Il fattore umano (il Riscaldamento Globale) è il peso che abbiamo messo su una faccia del dado.

Il dado rotola ancora in modo casuale, ma la faccia “Alta Pressione” esce molto, molto più spesso di prima. Quindi, quell’anticiclone che staziona sull’Europa per settimane è “naturale”? Nella sua genesi, sì. Ma la frequenza con cui si presenta, la sua persistenza e l’intensità con cui ci tiene sotto scacco sono dopate dal cambiamento climatico. È una distinzione sottile, ma fondamentale.

 

Dov’è finito il Generale Inverno?

E il freddo? Quello vero, quello che ti taglia la faccia? Una volta aspettavamo con ansia (o timore) le notizie dalla Siberia. Il famoso Burian, l’orso russo che portava il gelo in Pianura Padana e non solo, ne veniva colpito l’Adriatico, il Mar Tirreno, si spingeva verso Sardegna e Sicilia. Adesso sembra una creatura mitologica, avvistata sempre più di rado.

Non è che la “porta del freddo” si sia murata per sempre. È che i cardini sono arrugginiti. Succedono un paio di cose lassù, al Polo. Primo: l’Artico si scalda a una velocità folle, doppia o tripla rispetto al resto del mondo. L’aria che si accumula sulla Russia siberiana è ancora fredda, per carità, ma parte da una base termica più alta rispetto a trent’anni fa. È un freddo “meno freddo”, passatemi il termine.

Secondo: il Vortice Polare. Quando è forte e compatto, tiene il gelo lassù. Quando si indebolisce – magari dopo uno Stratwarming – l’aria fredda cola verso sud. Ma le dinamiche sono cambiate. Spesso, anche quando il vortice vacilla, il freddo cola verso il Nord America o l’Asia orientale, lasciando l’Europa in una sorta di limbo mite, protetta dalle correnti occidentali. Risultato? Le ondate di gelo ci sono ancora, ma in Europa sono episodi brevi, “mordi e fuggi”. Non sono più quelle fasi rigide che duravano settimane e che entravano nella storia del clima locale.

La porta del gelo dalla Siberia

La vecchia “porta siberiana” si è inceppata, cerchiamo di capire, in breve, perché il freddo fatica ad arrivare.  Diciamocelo chiaramente: quel meccanismo che per decenni ci ha spedito il gelo dalla Russia sembra essersi guastato. Non c’è nulla di magico, la colpa è dell’Artico che si sta scaldando troppo in fretta. Il punto critico è il Mare di Barents-Kara: qui il ghiaccio si ritira a vista d’occhio, lasciando l’oceano scoperto. L’acqua assorbe calore e lo ributta in atmosfera, riducendo quella differenza di temperatura tra Polo ed Equatore che serve a tenere in piedi il sistema. Risultato? Il Vortice Polare perde forza, diventa fiacco e disordinato.

La faccenda è complicata. Se perdi un po’ di ghiaccio, magari il freddo scappa ancora verso sud; ma se ne perdi troppo, come sta succedendo ora, l’intera massa d’aria polare si scalda. Aggiungiamoci pure che la circolazione dell’Atlantico (AMOC) sta frenando: mancano quei blocchi atmosferici che un tempo facevano da “sponda” per deviare l’aria siberiana verso l’Europa.

Insomma, il gelo non è sparito del tutto: il Vortice ogni tanto si storce ancora verso di noi, ma le cartucce a disposizione sono poche. Con un Artico che bolle, è proprio la “materia prima” del freddo che sta venendo a mancare, rendendo le ondate di gelo un evento sempre più raro. Ma allora perché nel Nord America ci sono le ondate di gelo come non succedeva anche da oltre 50 anni, per altro, per due inverni consecutivi?

 

Gli scienziati hanno individuato un fattore chiamato “Amplificazione Artica”, se ne è iniziato a parlare diffuamente negli USA a seguto di una terribile ondata di gelo che ha colpito soprattutto il Texas, causando ingentissimi danni. Si congelarono le tubature dell’acqua delle case, i danni in agricoltura furono ingenti, come nell’ambiente naturale. Tale definizione, però era nota, ne parlò anche un bel servizio della BBC oltre dieci, forse quindici anni fa. Ma in questi anni è divenuto in uso parlarne per giustificare che in un Pianeta che si sta riscaldando, ci sono condizoni derivanti dal meteo estremo, che sono causa di ondate di freddo anche da record. Ma allora dobbiamo aspettarci un meteo invernale solo per affetto dell’Amplificazione Artica? No, ci sono altri fattori che alterano il tempo atmosferico, sono numerosi, ma questo è alquanto insidioso, direi terribile viste le conseguenze che sta causando nel Nord America per il secondo anno consecutivo. In Europa potrebbe presentarsi improvvisamente quando l’Alta Pressione sparirà. E siccome ad oggi non è una presenza invernale definitiva, possiamo rischiare di trovarci con scarso preavviso dentro un clima gelido e nevoso, con disagi diffusi.

 

Terre assetate: l’allarme rosso per Spagna e Italia

Se per noi cittadini l’alta pressione significa risparmiare sul gas (piccola consolazione), per l’ambiente è una tragedia silenziosa. Il Mediterraneo è considerato un “hotspot”. Si scalda e si asciuga. Guardate cosa succede in Spagna. Lì la situazione è drammatica. L’anticiclone che si allunga dall’Atlantico crea un blocco totale. Le perturbazioni non passano. La terra si spacca. Intere regioni iberiche stanno vivendo processi di desertificazione avanzata. Non è uno scenario futuro, è quello che vedono oggi gli agricoltori andalusi.

In Italia la geografia ci aiuta un po’ (siamo lunghi e montuosi, da qualche parte piove sempre), ma il trend è lo stesso, specialmente al Sud e nelle Isole. Piove male. Piove tutto insieme in poche ore – le famose “bombe d’acqua”, termine orribile ma efficace – e poi nulla per mesi. L’inverno dovrebbe essere la stagione in cui le falde si ricaricano, in cui la neve sulle Alpi e sugli Appennini costruisce la riserva d’acqua per l’estate. Se invece dell’inverno abbiamo tre mesi di sole e nebbie, in estate i rubinetti restano a secco.

 

Un problema planetario

Non crediate che sia una maledizione solo nostra. Se usciamo dal nostro orticello, scopriamo che mezzo mondo è nella stessa barca. Le zone a clima mediterraneo – che sono poche e preziose – soffrono tutte. In California, qualche anno fa, si sono inventati un nome per un’alta pressione che non voleva saperne di andarsene: la chiamavano “Ridiculously Resilient Ridge” (la dorsale ridicolmente resistente). Ha tenuto la costa ovest degli Stati Uniti a secco per anni, deviando tutte le tempeste verso l’Alaska.

Stessa storia in Cile, o nel sud dell’Australia. Ovunque, l’espansione verso i poli delle alte pressioni sta rubando l’acqua all’inverno. È come se il pianeta avesse cambiato taglia, e i vecchi modelli di circolazione non vestissero più bene.

 

Rassegnarsi o adattarsi?

Arrivati a questo punto, il quadro è abbastanza chiaro. E no, non serve indorare la pillola. Le alte pressioni invernali, quelle con matrice subtropicale o africana, sono i nuovi padroni di casa. Certo, avremo ancora inverni nevosi.

La variabilità, grazie al cielo, esiste ancora. Ma saranno l’eccezione, non la regola. Il “fondo” su cui si muove il clima è cambiato. L’aria è più calda, i mari sono più caldi, e le figure bariche stabili sono diventate ingombranti, difficili da smuovere.

La sensazione che l’inverno sia “rotto” non è nostalgia dei tempi andati. È la presa di coscienza di una realtà fisica misurabile. Le stagioni, così come le abbiamo studiate alle elementari, stanno cambiando pelle sotto la spinta delle nostre emissioni. E l’alta pressione che si parcheggia sopra l’Italia a Febbraio non è altro che il sintomo più evidente di una febbre che sale.

 

Per saperne di più e credit sull’espansione dell’Anticiclone delle Azzorre, la variazione della Cella di Hadley, siccità nel Mediterraneo, NAO e Vortice Polare: (TEMPOITALIA.IT)

  • Nature Geoscience Lo studio chiave citato nell’articolo riguardo l’espansione senza precedenti dell’Anticiclone delle Azzorre negli ultimi 1.200 anni. Twentieth-century expansion of the Azores High
  • IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) I report ufficiali che confermano l’espansione della Cella di Hadley e le proiezioni di inaridimento per l’area del Mediterraneo (Assessment Report 6). IPCC Sixth Assessment Report – Regional Fact Sheet: Europe
  • NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) Fonte primaria per il monitoraggio della NAO (North Atlantic Oscillation) e delle anomalie climatiche globali. North Atlantic Oscillation (NAO) – Climate Prediction Center
  • ECMWF (European Centre for Medium-Range Weather Forecasts) Il centro europeo di riferimento per i modelli meteorologici e le rianalisi climatiche (ERA5) citate nel testo. ECMWF – Climate Reanalysis
  • AMS (American Meteorological Society) Pubblicazioni scientifiche riguardanti i blocchi atmosferici (blocking patterns) e la “Ridiculously Resilient Ridge” californiana. Journals of the AMS – Climate and Blocking Studies
  • Copernicus / European Drought Observatory (EDO) L’ente europeo che monitora la siccità e l’umidità del suolo, fondamentale per i dati su Spagna e Mediterraneo. European Drought Observatory – Current Situation
  • NASA Global Climate Change Ricerche sull’amplificazione artica e sull’impatto dello scioglimento dei ghiacci sul Jet Stream. NASA – Global Climate Change: Vital Signs of the Planet
  • NSIDC (National Snow and Ice Data Center) L’autorità mondiale sui dati relativi alla criosfera, ghiaccio artico e le loro interazioni con il Vortice Polare. Arctic Sea Ice News & Analysis
  • PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences) Rivista che pubblica frequentemente studi sulle teleconnessioni atmosferiche e sullo spostamento verso i poli delle fasce desertiche. PNAS – Climate Sciences
  • WMO (World Meteorological Organization) L’agenzia ONU che fornisce lo “State of the Global Climate”, confermando i trend di riscaldamento a lungo termine. WMO – State of the Global Climate
  • UNCCD (United Nations Convention to Combat Desertification) Riferimento per i dati sulla desertificazione nella Penisola Iberica e nel Mediterraneo meridionale. UNCCD – Land and Drought Data
  • NCAR (National Center for Atmospheric Research) Studi approfonditi sulla circolazione atmosferica generale e sulle variazioni del Jet Stream. NCAR / UCAR – Climate Research
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Tags: alta pressioneanticiclone africanocambiamento climaticometeo Italiapioggia mediterraneosiccità invernovortice polare
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Federico De Michelis

Libero professionista nel campo dei dati meteo e dell’Osservazione della Terra. Laurea in Ingegneria Spaziale (Brunel University London). Formazione avanzata in meteorologia in Europa e in Canada, con approfondimenti su modellistica numerica, telerilevamento e analisi dei dati ambientali. Cosa faccio Previsione operativa e analisi per settori meteo-sensibili (energia, outdoor, eventi, turismo) Interpretazione di prodotti satellitari e di modelli (EO/remote sensing) Assessment dei rischi meteo-climatici e reportistica Divulgazione e supporto a media e progetti educativi/R&D Lavoro all’intersezione tra scienza, tecnologia e decisioni concrete, con attenzione a qualità dei dati e comunicazione chiara. La meteorologia è la mia passione fin da bambino; dopo un anno di liceo all’estero mi sono trasferito a Londra dove ho conseguito la laurea alla Brunel University London.

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