In Alaska i ghiacciai perdono circa 60 miliardi di tonnellate di ghiaccio ogni anno. Più a sud, tra la California e il Nevada, cadono uno dopo l’altro i record di caldo e di aridità, lasciando il territorio sempre più esposto agli incendi. Sembrano fenomeni distinti, eppure entrambi sono legati a un grande cambiamento in atto sull’Oceano Pacifico settentrionale.
Le traiettorie delle tempeste invernali, cioè i percorsi abituali seguiti dai sistemi perturbati più intensi, si stanno spostando verso nord. Queste tempeste funzionano come nastri trasportatori atmosferici: raccolgono calore e umidità dalle fasce più calde del pianeta e li spingono verso il Polo. Quando il loro percorso si avvicina all’Artico, l’Alaska riceve una quota maggiore di quel calore e di quell’umidità, mentre gli Stati Uniti sud-occidentali perdono parte di quel ricambio d’aria naturale che aiutava a mitigare le temperature. È lo stesso meccanismo che, alle nostre latitudini, spiega perché l’anticiclone africano ha cambiato il volto delle estati italiane.
Uno spostamento più rapido delle previsioni
La ricerca pubblicata su Nature dal dottor Rei Chemke, del Dipartimento di Scienze della Terra e Planetarie del Weizmann Institute of Science, e dal dottor Janni Yuval di Google Research stabilisce che questa migrazione verso nord procede più velocemente di quanto i modelli climatici avessero proiettato.
Per capire se lo spostamento rientrasse nelle normali oscillazioni del clima oppure fosse il segnale di un riscaldamento di origine umana, i due ricercatori hanno messo a punto un nuovo indicatore basato sulla pressione al livello del mare, un parametro misurato con continuità da decenni. Quella lunga serie storica ha permesso di distinguere la variabilità di fondo da un segnale climatico duraturo. L’analisi indica che la migrazione delle traiettorie non è variabilità naturale, ma un effetto chiaro del cambiamento climatico. Un tema che ritorna anche quando si osserva il comportamento del Vortice Polare e i suoi effetti su Europa e Italia, altro ingranaggio della circolazione emisferica che negli ultimi anni ha mostrato comportamenti fuori copione, come nel caso dei riscaldamenti stratosferici improvvisi.
Modelli matematici che sottostimano il rischio
Il risultato si inserisce in una serie di lavori precedenti dello stesso Chemke, che segnalavano una trasformazione rapida delle traiettorie delle tempeste e una difficoltà dei modelli a rappresentarla per intero. Non è un dettaglio tecnico: queste traiettorie decidono dove si concentrano calore, umidità, siccità e perturbazioni, soprattutto sul versante occidentale del Nord America.
“La nostra capacità di prepararci ai cambiamenti climatici futuri dipende dall’affidabilità delle previsioni dei modelli”, spiega Chemke. Il fatto che i modelli non riescano a cogliere lo spostamento verso nord osservato negli ultimi decenni, e le sue ricadute sull’America nord-occidentale, suggerisce che i cambiamenti in quella regione possano risultare ancora più marcati di quanto oggi si immagini.
Lo stesso limite vale per gli scenari di lungo periodo che riguardano l’Oceano Pacifico, dove l’evoluzione di El Niño resta un fattore capace di riorganizzare la circolazione su scala planetaria, e per le proiezioni stagionali che ogni anno alimentano il dibattito, come mostrano le mappe probabilistiche dell’IRI. Sul fronte della criosfera, del resto, i segnali si moltiplicano ovunque, dall’Artico all’Antartide, dove la piattaforma del ghiacciaio Thwaites è prossima al distacco.
Riferimento: “Climate change shifts the North Pacific storm track polewards”, di Rei Chemke e Janni Yuval, 7 gennaio 2026, Nature.
Credit