Quest’anno l’Estate europea è stata soffocante. E non abbiamo dubbi, avendola vissuta tutta. È risultata senza precedenti sotto molti aspetti, segnata da caldo estremo, siccità e incendi da record. In tutto il continente le fiamme hanno divorato solo boschi, aree verdi, ma anche centinaia di abitazioni e costretto migliaia di persone a evacuare.
Le regioni vitivinicole europee sono state colpite con particolare durezza, comprese quelle attorno all’area francese di Bordeaux. Nota come quella più estesa d’Europa. Oltre al pericolo diretto rappresentato dal fuoco, l’esposizione al fumo può conferire all’uva un sapore bruciato o cinereo, e questo difetto – noto come smoke taint – può scoraggiare l’acquisto di vino proveniente dalle zone interessate dagli incendi.
Non sono però soltanto le cantine europee a fare i conti con roghi sempre più violenti. Rinomate regioni vinicole in ogni angolo del pianeta stanno affrontando le conseguenze del Riscaldamento Globale di origine antropica.
Più caldo e più secco
I produttori di Australia, California, Cile e Sudafrica lavorano in condizioni più calde e più aride rispetto ai decenni precedenti. Esponendo i terreni anche a incendi.
In California i devastanti roghi degli ultimi anni sono stati aggravati dalla carenza di umidità atmosferica. E l’ormai susseguirsi di questa novità del tempo atmosferico sta prendendo forma come conseguenza diretta del cambiamento climatico. Allo stesso modo, negli ultimi decenni gli incendi boschivi sono diventati più frequenti in Australia sempre per le stesse cause.
Il nuovo studio pubblicato sull’Australian Journal of Grape and Wine Research ha indagato che cosa significhi un mondo sempre più caldo per cinque tra le principali regioni vitivinicole australiane: la Barossa Valley nell’Australia Meridionale, la Hunter Valley nel Nuovo Galles del Sud, la zona di Margaret River nell’Australia Occidentale, la Yarra Valley nel Victoria e la Tamar Valley in Tasmania. Sono state analizzate le osservazioni di pioggia e temperatura di quelle aree a partire dal 1940. Quindi, c’è stato uno studio rilevante, vista anche la pubblicazione scientifica che è stata pubblicata.
I risultati mostrano che il cambiamento climatico di origine umana ha già modificato le condizioni delle regioni vinicole australiane. Rispetto ai decenni precedenti, oggi queste aree hanno maggiori probabilità di essere più calde e più asciutte, anche durante il picco della stagione di crescita dell’uva, nei mesi più miti dell’anno. Significa che i viticoltori dovrebbero spostarsi più a sud o verso quote più elevate per inseguire le condizioni ideali di coltivazione, ovvero aree più umide.
Come si stanno adattando i produttori
Viticoltori e cantinieri stanno già correndo ai ripari di fronte a un clima che cambia. Il tutto sembra succede in silenzio, ma se ne parla nei vari convegni dell’agricoltura. Una soluzione al problema che si vive ovunque, è di utilizzare l’acqua in modo più efficiente, seminando colture di copertura e sperimentando sistemi di irrigazione innovativi. Per rispondere alle variazioni termiche, alcuni produttori stanno invece impiantando tipologie di uva differenti.
I produttori possono anche trasferire altrove i propri vigneti, ma serve anche acquistare nuovi terreni, e lasciare quelli attualmente utilizzati per altre colture. Questa strategia di adattamento è stata al centro della seconda parte dello studio australiano. Ricorrendo ai modelli matematici climatici, i ricercatori hanno individuato le zone che in futuro potrebbero avere il clima ideale per coltivare le varietà d’uva oggi più diffuse e apprezzate.
I risultati relativi all’Australia Occidentale, per esempio, indicano che nessuna area dello Stato svilupperà con ogni probabilità un clima futuro simile a quello che Margaret River aveva in passato. La località più vicina per caratteristiche sarebbe una regione dall’altra parte dell’Australia. Stiamo rischiando la stagione dei cosidetti migranti agricoli. Ovvero, agricoltori, ma solo i più tenaci e con maggiori risorse finanziarie, disposti a spostarsi anche di 1000 km per iniziare da zero la coltura del vino.
E in Italia? Il problema potrebbe assumere entità, e conseguenze molto gravi, in quanto il nostro è un piccolo Paese, e semmai la coltura della vite potrebbe prosperare a maggiori altezze, ma le ondate prolungate di calore che abbiamo visto nel 2026, anticipo di quelle che avremo nei prossimi 30 anni, iniziano a scoraggiare molti coltivatori.
In Italia, molte aree dove si coltive la vite sono state colpite da siccità, grandinate e incendi ma soprattutto da ondate di calore che in questo decennio si susseguono con intensità crescente. Il vino, per sua natura legato al suolo e alla stagione, resta uno degli indicatori più sensibili di ciò che sta accadendo all’atmosfera.
Credit
- Climate change impacts and adaptations of wine production – Nature Reviews Earth & Environment
- Australia’s wine future: adapting to climate variability and climate change – Wine Australia