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Questa Estate rischia di essere apripista ad altre roventi

Tre fiammate roventi in poche settimane e una quarta pronta a scattare da Lunedì 13. Gli scienziati se lo chiedono ormai apertamente: è questa la faccia definitiva delle nostre estati?

Antonio Lombardi di Antonio Lombardi
12 Lug 2026 - 16:30
in A La notizia del Giorno, A Scelta della Redazione, Cambiamento Climatico
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Tre ondate di calore in poco più di cinquanta giorni. E la quarta, manco a dirlo, è già in rampa di lancio.

L’Italia sta attraversando in queste ore la sua terza ondata di calore stagionale, arrivata dopo la prima fiammata di fine Maggio e dopo quella che aveva incendiato la seconda metà di Giugno. Il picco, però, deve ancora farsi vedere: da Lunedì 13 Luglio una nuova spinta dell’anticiclone africano minaccia di rialzare l’asticella, con valori che nelle zone interne della Sardegna potrebbero sfiorare i 45°C.

Un chiarimento, prima di proseguire. L’analisi che segue ruota soprattutto attorno alla prima grande ondata dell’anno, quella su cui i ricercatori hanno potuto ragionare con calma. Eppure la fiammata in corso, e quella ormai alle porte, non fanno che ingigantire un sospetto che serpeggia un po’ dappertutto: che il clima sia cambiato sul serio, forse in modo irreparabile.

Mentre i primati cadono uno dopo l’altro in mezza Europa, la domanda rimbalza da un capo all’altro del continente. È questa la nuova normalità? Il clima europeo è cambiato in modo radicale?

 

Un caldo che non riconosciamo più

Gli scienziati interpellati da Nature non hanno esitazioni. Un’ondata di calore europea lunga quattro o cinque giorni, con Londra a un soffio dai 40°C, è roba fuori scala. «È a dir poco straordinaria», sintetizza Sarah Perkins-Kirkpatrick, climatologa all’Australian National University di Canberra.

Gli stessi esperti mettono le mani avanti: di episodi come questo ne vedremo sempre di più, mano a mano che il Riscaldamento Globale stringe la sua morsa. «Le ondate di calore sono destinate a restare, finché non fermeremo le emissioni globali», avverte Samantha Burgess, vicedirettrice del Copernicus Climate Change Service, il servizio ospitato dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF) di Reading, nel Regno Unito. Più frequenti, più intense, più durature: così le descrive, senza mezzi termini.

E non parliamo di un fastidio passeggero. In Francia, dove appena la scorsa settimana il termometro ha toccato i 44,3°C a Pissos, la giornata più rovente mai registrata nel Paese, numerose persone hanno perso la vita, uccise dal caldo, oppure annegate nei corsi d’acqua nel disperato tentativo di trovare un po’ di refrigerio. E in queste ore, con Parigi attorno ai 40°C, l’allerta resta altissima.

C’è un punto, semmai, su cui i ricercatori faticano a trovare la quadra: quanto in fretta l’Europa sia passata dalle estati miti di un tempo, quelle con le finestre spalancate la sera, a un presente dominato dal caldo estremo e dal dilemma se comprare o meno un condizionatore.

 

Nuovi record, uno dietro l’altro

Un’analisi accurata ha passato ai raggi X le temperature di 854 città europee, dove vive circa il 30 per cento della popolazione del continente, scoprendo che quasi la metà ha già polverizzato, o polverizzerà entro il mese, i propri primati storici di stress termico. Lo studio, firmato dal gruppo internazionale World Weather Attribution, racconta che in Repubblica Ceca, Lituania e Lussemburgo tutte le città esaminate hanno segnato massimi mai visti prima.

«Quello che un tempo era raro è diventato un appuntamento fisso», osserva Erich Fischer, climatologo al Politecnico Federale di Zurigo (ETH). I record, aggiunge, cadono di continuo e ovunque, superati per di più con margini clamorosi. Un paragone? Nello sport griderebbero allo scandalo. Come se un saltatore in alto, bello carico, migliorasse il primato di mezzo metro anziché di uno o due centimetri.

 

Perché fa tutto questo caldo

Ma da dove nasce l’ondata di calore che stiamo vivendo? Come le precedenti, la innesca un gioco di correnti che trasporta il calore dall’equatore verso il gelido Polo Nord, spiega Lara Wallberg, che studia i modelli climatici all’Istituto Max Planck per la meteorologia di Amburgo, in Germania.

Il meccanismo non è ancora chiaro fino in fondo. Alcuni scienziati, però, ipotizzano che quando le acque superficiali dell’Oceano Atlantico settentrionale si raffreddano, come sta capitando adesso, l’aria bollente in arrivo dal Nord Africa e dal deserto del Sahara possa restare intrappolata per un po’ sopra il continente, come sottolinea Stefan Rahmstorf, dell’Università di Potsdam.

C’è dell’altro. A gonfiare i muscoli di questa ondata di calore ci pensa pure il cambiamento climatico. Le temperature elevate hanno prosciugato i suoli e ridotto il raffreddamento per evaporazione, spiega Clair Barnes, ricercatrice all’Imperial College di Londra, specializzata in eventi meteo estremi. Persino le nuvole, che di norma rispedirebbero verso lo spazio una fetta del calore solare, sono diminuite sull’Europa: colpa di un mix di siccità e di regole più severe sulla qualità dell’aria, in vigore dagli anni ottanta, che hanno abbattuto l’inquinamento da aerosol. E gli aerosol, va detto, fanno da impalcatura alla formazione delle nubi.

 

Tutto è cominciato negli anni ottanta

In effetti, c’è chi colloca proprio lì, tra la fine degli anni settanta e il decennio successivo, l’inizio della transizione dell’Europa verso un clima diverso. «Soprattutto dal 1980, le temperature in Europa hanno avuto un balzo enorme», nota Zeke Hausfather, climatologo di Berkeley Earth, l’organizzazione californiana senza scopo di lucro che monitora le temperature del Pianeta. Nei dati, dice, si legge a chiare lettere.

I numeri, del resto, parlano da soli. Il rapporto sullo stato del clima europeo, curato dal Copernicus Climate Change Service, certifica che dalla metà degli anni novanta l’Europa si scalda di 0,56°C ogni dieci anni: il doppio del ritmo medio del Pianeta. Solo l’Artico corre di più, con 0,75°C per decennio.

E le ondate di calore? Dai primi anni novanta sono diventate più frequenti, durano più a lungo e arrivano in anticipo. Fischer lo mette nero su bianco: le condizioni un tempo tipiche di agosto ormai scivolano verso luglio e giugno, in qualche caso perfino a maggio. L’estate, semplicemente, si è allungata, e con lei l’esposizione al caldo.

È l’estate di una volta ad essersi dissolta. Quella cullata dall’anticiclone delle Azzorre, mite e vivibile, è ormai un ricordo sbiadito, soppiantata da una lunga sequenza di fiammate di matrice sahariana. Qualcuno, poi, chiama in causa il ritiro del ghiaccio marino nell’Artico e lo scioglimento del manto nevoso in Eurasia: fattori che, secondo alcune ricerche, starebbero rimescolando la circolazione dell’aria sopra il continente.

 

Gli scienziati non sono tutti d’accordo

Non tutti, però, se la sentono di piantare un paletto su una data precisa. Il clima non è cambiato «a scatti», puntualizza Helge Goessling, fisico dell’Istituto Alfred Wegener di Bremerhaven, in Germania. È diventato, più semplicemente, «sempre più caldo».

E c’è chi si spinge oltre, ammettendo un margine di dubbio. Ségolène Berthou, che lavora ai modelli climatici del Met Office di Exeter, nel Regno Unito, non esclude che il cambiamento nei regimi meteo dipenda più dalla variabilità naturale che dal Riscaldamento Globale: in quel caso, sostiene, questo caldo estremo potrebbe prima o poi rallentare. Con un però, netto: se le emissioni globali di gas serra non si fermano, l’Europa continuerà comunque a scaldarsi.

Intanto, in casa nostra, il calendario non concede respiro. Con Firenze già segnata dal bollino rosso e la Sardegna proiettata verso valori africani, lo sguardo è tutto puntato su Lunedì 13 Luglio, quando la quarta fiammata dell’estate verrà a bussare.

 

Credit

  • Nature
  • World Weather Attribution
  • Copernicus Climate Change Service
  • Berkeley Earth
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Antonio Lombardi

Antonio Lombardi

Dopo aver conseguito la laurea in Geologia presso l’Università degli Studi di Milano nel 2000, ha proseguito il suo percorso accademico con una seconda laurea in Astronomia presso l’Università "La Sapienza" di Roma, ottenuta nel 2006. L'interesse per l'astronomia lo ha portato successivamente a intraprendere un Master di specializzazione in Astronomia presso l’University of Arizona (Tucson, USA), uno dei principali centri internazionali per la ricerca astrofisica. In ambito professionale, si occupa anche di insegnamento, sia in contesti scolastici che in corsi e laboratori rivolti al pubblico generale, con un forte focus sull’approccio interdisciplinare tra geologia, astronomia e scienze ambientali.

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