Immaginate di passeggiare lungo la spiaggia di Ipanema, in Brasile, un pomeriggio d’estate. Sabbia dorata sotto i piedi, una fresca brezza marina che sale dall’oceano, l’ombra di un ombrellone, una bevanda ghiacciata in mano. Poi alzate lo sguardo verso la collina.
Aggrappata al fianco della montagna, a poche centinaia di metri di distanza, c’è Vidigal, una delle favelas di Rio de Janeiro. Lì migliaia di persone vivono dentro una trappola di calore fatta di tetti di lamiera, senza parchi, senza una rete di trasporti degna di questo nome. Vi parlai tempo fa delle temperature domestiche di oltre 45°C vissuto da milioni di persone in India.
Nei sobborghi che si allargano tutt’intorno, le famiglie affrontano le stesse notti soffocanti. E il cemento dei marciapiedi continua a rilasciare calore a lungo, ben dopo il tramonto. Se manca uno spazio pubblico fresco in cui rifugiarsi, se non c’è una fontana o un punto d’acqua potabile, il caldo estremo diventa una condanna, non un disagio passeggero.
Rio de Janeiro non è certo un caso isolato. L’estate scorsa persino l’Europa ha faticato a respirare. La Spagna ha toccato punte di 46°C. Il Portogallo è arrivato a 46,6°C. La Francia ha vissuto il suo secondo Giugno più caldo dal 1900. Negli Stati Uniti, oltre 150 milioni di persone hanno ricevuto un’allerta per il caldo estremo. E in Asia meridionale, in Africa occidentale, in America Latina, la calura non è una parentesi stagionale. È lo sfondo quotidiano.
In questa estate 2026 stiamo toccando dei recoed di caldo.
Le conseguenze del caldo non si distribuiscono in parti uguali. Cambiano da un paese all’altro, da una regione all’altra, addirittura da un quartiere a quello accanto. Contano la composizione della popolazione, le infrastrutture, la capacità di adattarsi. Insomma, non è solo questione di quanti gradi segna il termometro.
La povertà di raffrescamento, un divario che pesa
Un recente studio pubblicato su una delle principali riviste scientifiche del settore mostra che questa “povertà di raffrescamento sistemica” è tanto diffusa quanto diseguale in ben 28 paesi, in gran parte in via di sviluppo. Un fenomeno silenzioso, che raramente finisce sui titoli dei giornali, eppure enorme.
I numeri fanno una certa impressione. Tra i tre miliardi di persone rappresentate dal campione, quasi 600 milioni convivono con livelli gravi di questa privazione. Il fardello più pesante grava su chi vive nell’Asia meridionale e nell’Africa subsahariana. Non solo per il caldo in sé, ma per l’intreccio tra clima ostile e servizi che non arrivano.
C’è un dettaglio che vale la pena rimarcare, in effetti. Paesi esposti a un caldo estremo molto simile possono ritrovarsi con esiti radicalmente diversi. Prendiamo Indonesia e Bangladesh: entrambi sono investiti da un caldo umido pericoloso che colpisce quasi l’intera popolazione. Eppure le infrastrutture più solide e un’assistenza sanitaria migliore fanno sì che l’Indonesia se la cavi decisamente meglio. Stesso nemico, difese diverse.
Città diseguali, dove il caldo trova le sue vittime
Nelle aree urbane la vulnerabilità si gioca su due tavoli. Da un lato l’infrastruttura fisica, ovvero edifici, strade, condutture, spazi verdi. Dall’altro quella sociale: servizi, istituzioni, reti di sostegno. E qui casca l’asino, perché entrambe risultano distribuite in modo profondamente ineguale. Chi ha meno reddito, di solito, ha anche meno accesso all’aria condizionata, cammina su strade senza un albero che faccia ombra, dorme in case che trattengono il calore invece di respingerlo.
Basterebbe allora installare un condizionatore ovunque e chiudere la faccenda? Magari fosse così semplice. La capacità di tenersi al fresco non è mai stata solo una questione di tecnologia, e considerare l’aria condizionata come la risposta al caldo estremo è, a conti fatti, un errore di prospettiva. L’accesso a quegli apparecchi è distribuito in maniera clamorosamente diseguale, sia tra i paesi sia dentro gli stessi confini nazionali. La verità nuda e cruda è che la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, semplicemente, non ce l’ha.
Quando il termometro racconta solo metà della storia
Anche alle nostre latitudini la faccenda si fa sentire, eccome. Dopo un Giugno da record e la breve tregua di inizio Luglio, il grande caldo di matrice africana è tornato a riprendersi la scena sul Mediterraneo, e stavolta con temperature che rischiano di avvicinarsi ai valori più alti mai misurati. L’Italia conosce bene questa storia: l’anticiclone subtropicale che comprime l’aria, le pianure che superano i 40°C, le fasi roventi che si susseguono senza pause. Basti pensare a Valencia spinta oltre i 45°C sul versante orientale della Spagna, o a un Mediterraneo che tocca temperature superficiali senza precedenti e riduce il sollievo notturno lungo le coste.
Il punto, però, resta sempre quello. Un numero sul display non dice chi, quella notte, potrà dormire e chi no. Non dice chi troverà una fontana e chi resterà a boccheggiare su una brandina, sotto un tetto di lamiera, con l’aria che non si muove. Il caldo lo misuriamo tutti allo stesso modo, ma non lo subiamo affatto allo stesso modo. E forse è proprio da qui che bisognerebbe ricominciare a ragionare, prima che l’estate diventi, per troppi, una stagione da sopravvivere e basta.
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