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Quando il Vortice Polare esplode: la manovra stratosferica che cambierà il volto dell’Inverno

Luca Martini di Luca Martini
01 Feb 2026 - 18:30
in A Prima Pagina, A Scelta della Redazione, Meteo News
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Le analisi della stratosfera più recenti indicano con una coerenza sempre maggiore l’avvicinarsi di un evento di riscaldamento stratosferico di portata maggiore, noto come SSW, previsto tra la prima e la seconda decade di febbraio 2026. Non si tratta di un semplice disturbo passeggero, bensì di una manovra atmosferica capace di riorganizzare completamente la struttura del Vortice Polare stratosferico, fino a portarlo verso una possibile frammentazione, definita in gergo split, e a un quasi totale collasso del sistema in quota. Quando la stratosfera entra in questo tipo di regime, le conseguenze si riflettono spesso sulla circolazione della troposfera, con un aumento sensibile della probabilità di scambi meridiani e di irruzioni di aria gelida verso le medie latitudini.

 

Il Vortice Polare e il suo ruolo cruciale per il clima invernale

Durante il semestre freddo, l’emisfero settentrionale è dominato da una grande circolazione ciclonica che avvolge l’Artico, il Vortice Polare. In termini operativi, è utile distinguere tra il vortice troposferico, collegato direttamente alla corrente a getto, alle tempeste extratropicali e alle onde planetarie, e il vortice stratosferico, situato tra circa 10 e 50 km di quota, che funge da vero regolatore superiore del regime invernale. Quando la circolazione stratosferica è compatta e profonda, i venti zonali restano forti e occidentali alle alte latitudini, e l’aria più gelida tende a rimanere confinata nell’area del Polo Nord. Al contrario, un vortice debole, disturbato o spezzato favorisce un getto più ondulato, un aumento del flusso meridiano e un rischio più elevato di discese di aria fredda verso il Nord America e l’Europa.

 

La fase preliminare dello split

Le proiezioni in quota descrivono una circolazione già deformata e disassata, sollecitata da robuste onde planetarie che trasportano calore verso il Polo. In queste fasi il sistema tende a stirarsi e a perdere simmetria, predisponendosi alla divisione in due lobi principali. In genere, uno di questi nuclei può essere proiettato verso gli Stati Uniti e il Canada, mentre l’altro rimane più legato al comparto dell’Eurasia, con esiti diversi sulla distribuzione del freddo intenso. Questa configurazione ha già una risposta ai livelli inferiori, con blocchi alle alte latitudini, anomalia positiva di geopotenziale in area artica e un getto più ondulato, elementi che aumentano l’energia disponibile per eventi invernali severi, soprattutto sul continente americano.

 

Definizione di Major Sudden Stratospheric Warming

Un evento di Major Sudden Stratospheric Warming viene identificato ufficialmente quando i venti zonali medi a 60°N e alla pressione di 10 hPa si annullano o invertono la loro direzione, passando da occidentali a orientali. È un passaggio cruciale, perché rappresenta la rottura del regime invernale standard nella stratosfera. Le mappe previsionali suggeriscono un’anomalia termica molto intensa, con valori localmente superiori a +50 °C rispetto alla climatologia media, insieme a un forte aumento del geopotenziale in area polare e a una struttura vorticosa propensa alla frammentazione.

Dal disturbo in quota agli effetti al suolo

La parte più delicata, in chiave previsionale, riguarda la propagazione verso il basso. In media, i grandi disturbi stratosferici richiedono da 10 a 30 giorni per trasmettere segnali coerenti alla troposfera. Se l’accoppiamento tra i diversi strati dell’atmosfera risulta efficace, si osserva spesso una tendenza verso l’indice AO negativo e un indebolimento del regime zonale alle alte latitudini. Questo porta a una NAO debole o negativa, con blocchi più probabili tra la Groenlandia e il Nord Atlantico, e un incremento degli scambi meridiani che spinge le irruzioni fredde verso le medie latitudini. Ciò non significa gelo continuo e uniforme, ma un regime atmosferico più dinamico, con alternanza tra fasi rigide e possibili richiami miti, specie nelle aree di confine tra masse d’aria diverse.

 

Stati Uniti e Canada in prima linea con l’Europa in attesa

La climatologia dei casi passati mostra che il Nord America è spesso il primo settore a rispondere con ondate di freddo significative, ma anche l’Europa può essere coinvolta, con tempistiche talvolta più lente. Le configurazioni tipiche post SSW includono un blocco anticiclonico alle alte latitudini e una fascia depressionaria attiva tra gli USA orientali, l’Oceano Atlantico e l’Europa. Per l’Italia, il segnale non va interpretato come un gelo garantito, ma come un aumento del potenziale per irruzioni fredde episodiche e fasi di maltempo più incisive nella seconda parte dell’inverno, con esiti che dipenderanno dal posizionamento dei blocchi tra l’Islanda e la Scandinavia.

 

Il segnale stratosferico appare robusto e coerente, ma alcuni punti restano inevitabilmente incerti. Non tutti gli eventi di riscaldamento producono la stessa intensità di effetti troposferici, e la distribuzione del gelo dipende dalla posizione esatta dei lobi residui del vortice. In sostanza, la previsione è più affidabile nell’indicare un cambio di regime, caratterizzato da maggiore ondulazione del getto e scambi meridiani, che non nel fissare con largo anticipo tempi e luoghi esatti delle singole irruzioni fredde sulla Penisola. Sarà decisivo seguire l’evoluzione del legame tra stratosfera e troposfera, la collocazione dei nuclei residui e la geometria dei blocchi in area groenlandese.

 

Fonti e Credit:

  • NOAA – National Oceanic and Atmospheric Administration
  • ECMWF – European Centre for Medium-Range Weather Forecasts
  • DWD – Deutscher Wetterdienst
  • UK Met Office – United Kingdom Meteorological Office

 

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Tags: freddo usagelo italiameteo febbraiomodelli meteoneve europaprevisioni invernosplit polaressw majorstratwarming 2026vortice polare
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Sono Luca Martini, meteorologo e geoscientist con formazione in Scienze Naturali e specializzazione in meteorologia e geologia applicata. Il mio lavoro si sviluppa su due assi complementari. Da un lato la modellistica atmosferica: assimilazione dati, downscaling, validazione degli output e analisi delle serie meteo-climatiche, con particolare attenzione al nowcasting degli eventi estremi, dove il margine temporale per la decisione è ridotto e la qualità dell'informazione diventa determinante. Dall'altro le valutazioni geotecniche e geomorfologiche a supporto delle infrastrutture e delle attività di protezione civile, un ambito in cui il dato atmosferico si lega direttamente alla risposta del territorio: dissesti, deflussi, condizioni di innesco. Ho maturato esperienza in contesti internazionali, tra Regno Unito e Germania, lavorando su progetti che richiedevano standard rigorosi di validazione e documentazione. Sul piano tecnico opero con Python per l'analisi dei dati atmosferici, in particolare con le librerie xarray e pandas, e con i principali ambienti GIS, QGIS e ArcGIS Pro. Alla parte analitica affianco la gestione dei progetti e la divulgazione tecnica, con un obiettivo costante: che un prodotto previsionale sia chiaro, verificabile e realmente utilizzabile da chi deve prendere una decisione operativa.

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