
Cosa si nasconde dietro il termine ciclone bomba
(TEMPOITALIA.IT) Ogni volta che l’espressione meteo viene accostata al vocabolo bomba, l’immaginario collettivo viene subito catapultato verso scenari apocalittici tipici di certi film di Hollywood. Spesso si pensa a una semplice trovata sensazionalistica per catturare l’attenzione degli spettatori, ma la realtà dei fatti è profondamente diversa. Quando i principali centri di calcolo segnalano questo tipo di minaccia, l’atmosfera si prepara a mostrare tutta la sua potenza. Non si tratta di una invenzione dei giornali o di una strategia per accumulare visualizzazioni sui social network, ma di pura scienza, affascinante quanto spietata. Nel linguaggio accademico dei meteorologi, questo fenomeno viene definito bombogenesi, o più correttamente ciclogenesi esplosiva, e indica un crollo della pressione atmosferica talmente rapido da risultare inarrestabile. Secondo i parametri stabiliti nel 1980 dagli scienziati Frederick Sanders e John Gyakum, per parlare di bomba meteorologica la pressione barometrica deve scendere di almeno 24 millibar nell’arco di appena ventiquattro ore, un dato calcolato convenzionalmente alla latitudine di 60 gradi.
La dinamica fisica di un evento atmosferico estremo
A differenza di un classico uragano tropicale, che trae nutrimento dal calore sprigionato dalle acque oceaniche e possiede un nucleo termico caldo, il ciclone bomba è caratterizzato da un cuore freddo. Questo mostro dei cieli nasce dal violento contrasto tra masse d’aria con caratteristiche fisiche opposte, da un lato troviamo l’aria gelida di origine polare, magari spinta verso le medie latitudini dalle oscillazioni del vortice polare, mentre dall’altro lato preme l’aria mite dei tropici, densa di vapore acqueo. Quando queste due entità entrano in collisione, l’equilibrio della troposfera si spezza velocemente. L’aria calda, essendo più leggera, viene risucchiata con forza verso l’alto, creando un vuoto di pressione al livello del suolo. Per colmare questa carenza, l’atmosfera circostante scatena venti che iniziano a ruotare in modo forsennato, raggiungendo velocità spaventose. In poche ore le raffiche possono superare i 120 chilometri orari, capaci di sradicare alberi, danneggiare i tetti delle case e sollevare onde oceaniche alte diversi metri. Non è raro che l’aria polare faccia crollare il termometro fino a -10°C o -15°C in tempi brevissimi, mentre nubi spesse formano spirali compatte che oscurano il sole.
L’incubo delle tempeste di neve nel Nord America
Il settore del pianeta dove il ciclone bomba si manifesta con maggiore frequenza è senza dubbio il Nord America. Lungo la popolosa Costa Est, che comprende territori degli Stati Uniti e del Canada, le condizioni invernali offrono il teatro perfetto per queste esplosioni bariche. In questa area geografica l’aria artica scivola verso meridione incontrando il calore sprigionato dalla corrente del golfo, situata nell’Oceano Atlantico occidentale. Questo scontro furibondo genera bufere imponenti guidate da venti di nord-est. In queste zone dell’America del Nord, la terminologia tecnica è ormai parte del linguaggio quotidiano. Quando i meteorologi annunciano una imminente bombogenesi in un mese invernale come gennaio o febbraio, i cittadini sanno di dover affrontare bufere di neve accecanti, interruzioni della rete elettrica e intere metropoli sommerse da un manto bianco spesso oltre un metro, con ogni attività sospesa per vari giorni.
L’Europa e le bombe dell’Oceano Atlantico
Anche l’Europa ha imparato a conoscere la forza distruttiva di questi giganti atmosferici. Nel nostro continente il fenomeno assume tratti leggermente differenti ma altrettanto pericolosi. Le tempeste più feroci nascono nel cuore dell’Oceano Atlantico, vengono accelerate da una potente corrente a getto e lanciate come proiettili verso le coste europee. Nazioni come il Regno Unito, l’Irlanda, la Francia e la parte settentrionale della Spagna sono in prima linea contro questi impatti. Mentre in America il freddo è protagonista, nel vecchio continente a causare i danni maggiori sono i venti con forza di uragano e le mareggiate colossali. Basti pensare alla tempesta Eunice del 2022 o alla tempesta Ciaran del 2023, entrambe classificate come ciclogenesi esplosive, che hanno abbattuto foreste e distrutto infrastrutture costiere in cemento armato con onde anomale. Persino l’Italia, protetta dalla barriera delle Alpi, subisce gli effetti di queste perturbazioni attraverso forti venti di libeccio o scirocco che portano piogge torrenziali.
Il dibattito accademico tra termini bellici e scienza
Esiste un aneddoto curioso legato alla nascita del termine bomba in ambito meteorologico. Quando Sanders e Gyakum pubblicarono il loro studio, molti accademici in Europa criticarono la scelta del vocabolo, ritenendolo troppo aggressivo e militaresco. Sanders rispose ricordando che i meteorologi europei usano quotidianamente la parola fronte, un termine che deriva direttamente dalla strategia militare terrestre. Al di là delle dispute linguistiche, la scienza dietro questo fenomeno è rigorosa. Il limite per definire una bombogenesi è la caduta di ventiquattro millibar in un giorno, misura nota come unità di Bergeron, dal nome del meteorologo svedese Tor Bergeron. Tuttavia, questa soglia varia con la latitudine, a 40 gradi nord, dove si trovano molte grandi città costiere, basta un calo di circa 17 o 18 millibar per dichiarare lo stato di allerta rossa.
Il legame tra bombogenesi e riscaldamento globale
Nel panorama scientifico attuale, l’attenzione si è spostata sulla relazione tra questi eventi estremi e il riscaldamento globale. Molti esperti internazionali concordano sul fatto che oceani sempre più caldi forniscano una quantità superiore di vapore acqueo ed energia all’atmosfera. Più calore significa una probabilità più alta di alimentare vortici molto profondi e veloci. Le alterazioni del vortice polare e i frequenti casi di stratwarming rendono la circolazione aerea globale più instabile. Le oscillazioni della corrente a getto creano lo spazio per scontri termici titanici che accelerano i crolli della pressione. Nonostante l’uso di potenti supercomputer e satelliti avanzati permetta di prevedere l’innesco di una bombogenesi con diversi giorni di anticipo, salvando vite umane, l’uomo resta un piccolo spettatore davanti alla forza degli elementi. Quando la pressione crolla e il cielo si oscura improvvisamente, l’unica soluzione è cercare un rifugio sicuro e attendere che la furia della natura faccia il suo corso.
Credit:
NOAA – National Oceanic and Atmospheric Administration
AMS – American Meteorological Society
WMO – World Meteorological Organization









