
(TEMPOITALIA.IT) Se rivolgiamo lo sguardo a quanto sta accadendo nelle profondità dell’Oceano Pacifico in questo periodo, le avvisaglie che giungono iniziano a delinearsi con estrema chiarezza, poiché sotto la superficie della massa d’acqua, proprio lungo la fascia dell’Equatore, si nota un fermento notevole dove le correnti si stanno scaldando in modo evidente e le celebri onde di Kelvin stanno spingendo una imponente massa di calore verso i litorali del Sud America.
Il risveglio delle acque profonde nel Pacifico equatoriale
In parole povere, i dati suggeriscono che il rischio di un ritorno prepotente de El Niño nel corso del 2026 sia più che concreto, dal momento che il motore freddo che fino a poco tempo fa alimentava il fenomeno della Niña sta ormai esaurendo la sua spinta propulsiva. Le analisi più recenti confermano che nelle viscere dell’Oceano prevalgono ormai temperature elevate che si estendono da Occidente a Oriente, quindi quella riserva di acque gelide che aveva caratterizzato la scena globale negli ultimi tempi risulta quasi del tutto svanita, lasciando spazio a una dinamica opposta. Una prima ondata di calore ha già raggiunto le coste del Sud America, seguita immediatamente da un’altra che sta assestando il colpo definitivo alla tipica lingua fredda del Pacifico Orientale. Se osserviamo i valori termici superficiali, siamo ancora di poco sotto la media stagionale, ma si tratta di uno scarto ormai trascurabile e la quasi totalità dei centri di calcolo concorda sul fatto che, tra la fine della stagione invernale e l’esordio della Primavera del 2026, siamo entrati in una fase neutrale, una sorta di zona grigia in attesa del vero cambiamento.
Dalla fase neutra alla minaccia di un evento storico
Per quanto concerne l’evoluzione futura, l’ipotesi prevalente è che, terminata questa pausa primaverile, la probabilità che il fenomeno de El Niño si manifesti diventi sempre più alta, sebbene occorra precisare che in questo periodo dell’anno le proiezioni risultano sempre piuttosto insidiose, pertanto non è ancora possibile stabilire con assoluta certezza quale sarà la reale magnitudo dell’evento. Alcune simulazioni ipotizzano addirittura che El Niño possa palesarsi già a metà anno, a patto che l’atmosfera inizi a reagire prontamente ai mutamenti della distesa oceanica, un passaggio che per ora non appare del tutto compiuto. Inevitabilmente, quando si evoca El Niño, la memoria corre subito ai disastri meteorologici del 1997 o del 2015, annate che si sono guadagnate l’appellativo di super El Niño, tuttavia al momento i riscontri scientifici non permettono di confermare una simile deriva catastrofica, trovandoci ancora nel perimetro delle probabilità. Sappiamo che un ritorno del fenomeno nel 2026 è altamente verosimile, ma definire se si tratterà di un episodio moderato o di qualcosa di epocale è decisamente prematuro.
I segnali da monitorare
Nelle prossime settimane sarà fondamentale osservare con attenzione alcuni parametri specifici per capire la reale portata del riscaldamento, monitorando in primo luogo le temperature superficiali dei bacini idrici per verificare se le nuove onde di Kelvin manterranno la loro spinta o se il segnale tenderà a svanire nel nulla. Parallelamente, un occhio di riguardo andrà rivolto al comportamento degli Alisei, poiché se questi venti iniziassero a indebolirsi in modo significativo tra l’Indonesia e il Pacifico Centrale, avremmo la prova definitiva che l’atmosfera si sta finalmente allineando alle temperature dell’Oceano. Soltanto verso il mese di maggio, quando i modelli stagionali potranno contare su informazioni più solide e dati più concreti, comprenderemo se ci attende un’annata da ricordare negli annali della meteorologia o se vivremo una semplice e ordinaria fase di riscaldamento tropicale.
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