Lo squilibrio energetico della Terra è ai massimi livelli, con la conseguenza di un Pianeta che si scalda troppo velocemente
Il pianeta si sta scaldando come mai prima. Non è una sensazione, è fisica: da decenni i gas serra prodotti dalle attività umane si accumulano in atmosfera e intrappolano quantità crescenti di calore. La differenza tra l’energia solare che arriva e quella che la Terra riesce a reirradiare nello spazio – il cosiddetto squilibrio energetico terrestre – è la misura più diretta di quanto stiamo alterando il sistema climatico. Cosa nota ormai, ripetuta all’infinito.
E questa misura non porta buone notizie: nel 2025 la sua media decennale della temperatura ha toccato un livello record, segno che le temperature globali potrebbero salire a ritmi ancora più sostenuti nei prossimi anni.
È uno dei risultati di punta dell’ultimo rapporto sugli “indicatori del cambiamento climatico globale” (IGCC), pubblicato sulla rivista Earth System Science Data, quindi parliamo di dati scientifici, che ogni anno fa il punto sullo stato del clima.
Il documento, arrivato alla quarta edizione, porta la firma di decine di scienziati da tutto il mondo e nasce per colmare il vuoto tra i grandi rapporti dell’IPCC, il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici, che escono solo ogni 5-7 anni. Un intervallo lungo, troppo lungo, per un clima che cambia ad una velocità crescente.
Emissioni gas serra ancora ai massimi storici
Le emissioni globali di gas serra continuano a crescere, trainate soprattutto dai combustibili fossili. Ma attenzione: anche deforestazione, agricoltura e processi industriali fanno la loro parte, e non è una parte piccola.
Nell’ultimo decennio (2015-2024) le emissioni si sono attestate intorno a 54,6 miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente (GtCO2e) l’anno. Nel 2024, l’ultimo anno con dati completi a disposizione, hanno raggiunto quota 56,8 GtCO2e. Risultato? Le concentrazioni atmosferiche di CO2, metano e protossido di azoto hanno toccato nel 2025 rispettivamente 425,6 parti per milione (ppm), 1936,3 parti per miliardo (ppb) e 339,4 ppb. Rispetto ai livelli del 2019 riportati nel sesto rapporto di valutazione dell’IPCC (AR6), parliamo di un aumento del 3,8%, del 3,8% e del 2,2%.
La riduzione degli aerosol come l’anidride solforosa – frutto, in parte, della lotta all’inquinamento atmosferico – sta facendo crescere lo squilibrio energetico. Gli aerosol, infatti, esercitano un effetto raffreddante sul clima, mascherando una fetta del riscaldamento causato dai gas serra. Combatterli resta comunque sacrosanto: i danni immediati che provocano alla salute e all’ambiente superano di gran lunga quel temporaneo effetto frigorifero. Insomma, ciò che emerge è che anche con la riduzione delle emissioni di alcuni gas, si creano danni climatici.
Uno squilibrio che corre più dei modelli matematici
Lo squilibrio energetico della Terra è da tempo considerato un indicatore chiave dell’impronta umana sul clima. Eppure solo negli ultimi decenni gli scienziati sono riusciti a misurare le temperature a profondità oceaniche sufficienti per quantificarlo con precisione. Ad esempio, è recente la scoperta che il Blob dell’Oceano Atlantico che si forma con un raffreddamento delle acque lungo il percorso della Corrente del Golfo ha una profondità di 1000 metri.
In pratica, questo parametro racconta a che velocità il calore in eccesso si accumula nel sistema terrestre: soprattutto negli oceani, ma anche nella terraferma, nei ghiacci e nell’atmosfera.
Senza l’influenza umana, lo squilibrio sarebbe praticamente pari a zero. Invece, dagli anni ’70 in poi, è cresciuto senza sosta. E qui arriva il dato che fa riflettere: gli incrementi recenti hanno superato perfino le proiezioni dei modelli climatici, il che suggerisce che il pianeta potrebbe scaldarsi più del previsto.
Negli ultimi due decenni il valore è più che raddoppiato. Dal 2019 è salito di circa il 40%, passando da una media di 0,79 watt per metro quadrato nel periodo 2006-2018 (il riferimento dell’AR6) a 1,12 watt per metro quadrato nel periodo 2013-2025.
L’eccesso di calore sta spingendo il termometro globale verso l’alto a un ritmo record di 0,27°C per decennio. Il riscaldamento di origine antropica ha raggiunto 1,37°C nel 2025, contro 1,0°C del 2017. E la previsione è netta: le temperature globali supereranno il limite di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, fissato dall’Accordo di Parigi, e questo intorno al 2030. Una soglia che non è un numero qualsiasi – rappresenta la linea di demarcazione tra rischi climatici ancora gestibili e danni potenzialmente irreversibili per ecosistemi e società.
Oceani, ghiacci e temperature da record
Il calore non si distribuisce in modo uniforme sul globo. Dagli anni ’70, circa il 90% è finito negli oceani, con conseguenze a catena su ecosistemi marini, circolazione oceanica ed eventi meteo estremi. Un esempio concreto: i giorni di ondate di calore marine – periodi di temperature superficiali del mare insolitamente elevate – sono più che triplicati dall’inizio degli anni ’90. Solo nel 2025 se ne sono contati 65. In media, più di uno alla settimana. Lasciamolo sedimentare un attimo, questo dato.
Nel frattempo la criosfera – ghiacciai, calotte glaciali, permafrost – perde ghiaccio ovunque. E sulla terraferma? Le temperature massime medie giornaliere del periodo 2016-2025 sono risultate di circa 1,92°C sopra i livelli preindustriali: quasi mezzo grado in più rispetto al decennio precedente. Quindi, sulle terre emerse, abbiamo superato la soglia di 1,5°C.
Il livello del mare accelera
Tra tutti i segnali a lungo termine, l’innalzamento del livello del mare è forse il più eloquente. Il meccanismo è duplice: l’acqua che si scalda si espande, mentre lo scioglimento di ghiacciai e calotte riversa nuova acqua negli oceani. Dal 1901 il mare è salito in media di circa 1,8 millimetri l’anno, fino a raggiungere il picco record di 23 centimetri nel 2025. E il ritmo aumenta: tra il 2006 e il 2025 la crescita è stata di 3,67 millimetri l’anno, più del doppio rispetto agli 1,69 millimetri annui del periodo 1976-1995. Per le aree costiere pianeggianti significa più inondazioni, più erosione, habitat perduti.
Osservare il clima, prima che sia troppo tardi, è retorica. Non si farà niente
Insomma, anche se le emissioni non crescono più alla velocità degli anni 2000, il quadro resta chiaro: il clima sta cambiando, e in fretta. Nella seconda metà di questo decennio servirà un’accelerazione decisa della decarbonizzazione per frenare il riscaldamento e contenere rischi e impatti.
C’è però un aspetto che merita attenzione. Tutti questi risultati poggiano su collaborazioni internazionali e su decine di set di dati globali – l’edizione di quest’anno ne ha utilizzati più di 40, compresi i dati satellitari della NASA e la rete di galleggianti oceanici ARGO. Ebbene, numerosi programmi di monitoraggio a lungo termine rischiano di saltare per via dei tagli decisi dai governi, a partire dall’amministrazione Trump negli Stati Uniti. Le misurazioni con palloni sonda sono già diminuite in diversi Paesi, soprattutto in Africa, nel Pacifico occidentale e in Sud America.
Non è un problema solo per la scienza del clima. Quelle stesse osservazioni alimentano le previsioni meteo e i sistemi di allerta precoce. Alcuni media hanno raccontato che la recente riduzione dei lanci di palloni sonda in Alaska avrebbe contribuito alla mancata emissione di avvisi per una tempesta invernale. La continuità di queste reti dipende dal coordinamento di organizzazioni come il Global Climate Observing System, l’Organizzazione meteorologica mondiale e il World Climate Research Programme. Senza questi dati, le valutazioni future diventeranno molto più complicate. Proprio adesso che servirebbero più che mai. Ma come è noto, l’amministrazione governativa statunitense sta riducendo i costi sulla ricerca scientifica, compromettendo la qualità di previsioni meteo e climatiche.