
Pompare acqua di mare sul ghiaccio artico: l’esperimento che divide gli scienziati
(TEMPOITALIA.IT) Ogni inverno il Canada si formano qualcosa come 7000 chilometri di strade di ghiaccio. Lo fa anche in modo sorprendentemente artigianale: si praticano fori nel ghiaccio dei laghi e si pompa acqua in superficie, dove per le bassissime temperatura gela e ingrossa la lastra di ghiaccio fino a reggere il passaggio di mezzi pesantissimi. Chi ha visto la serie Ice Road Truckers sa di cosa stiamo parlando.
Lo sapevate?
E se provassimo a fare lo stesso sul ghiaccio marino dell’Artico? Idea geniale, no?
Potremmo ispessirlo abbastanza da impedirgli di sparire? Diciamolo subito: è proprio questa la domanda che alcuni ricercatori di geoingegneria hanno messo alla prova sul campo, tra Canada e Norvegia, nel 2024 e nel 2025. Una domanda che riguarda tutti, perché il ghiaccio marino artico, che secondo diversi modelli potrebbe sparire del tutto d’estate già negli anni Trenta, rimanda verso lo spazio molta più radiazione solare di quanta ne rifletta l’oceano aperto.
Ghiaccio più spesso, ma per quanto tempo?
Entrambi i test hanno ingrossato la lastra. Su questo nessun dubbio. Il punto è un altro, e qui le strade si dividono: gli scienziati al lavoro in Canada hanno osservato un rallentamento dello scioglimento all’arrivo dell’estate, quelli verso la Norvegia no. Entrambi i gruppi, comunque, hanno deciso di proseguire con nuove prove.
«Sì, il ghiaccio si ingrossa, ma quanto questo ritardi la sua scomparsa resta una domanda aperta», ammette Christian Haas dell’Alfred Wegener Institute di Bremerhaven, in Germania, che ha collaborato all’analisi dei dati norvegesi.
Norvegia e Canada, due cantieri sulla banchisa
Nell’arcipelago delle Isole Svalbard, ad aprile 2024, la società olandese Arctic Reflections ha bucato quasi un metro di ghiaccio in una laguna e ci ha infilato una di quelle pompe da strada ghiacciata in uso in Canada. Per poco più di un’ora un getto di acqua di mare ha allagato i circa 20 centimetri di neve che ricoprivano la lastra.
Il giorno seguente, stessa scena. Ne è venuta fuori una pozza di fanghiglia gelata larga 1500 metri quadrati, che si è solidificata nel giro di tre giorni: lo spessore complessivo è salito da 90 centimetri a 1,16 metri. Però. Una telecamera lasciata sul posto fino a giugno ha mostrato che quel ghiaccio rinforzato, pur cominciando a marcire più tardi, alla fine si è sciolto lo stesso giorno del sito di controllo nella laguna. Qui qualcosa mi dice che verso l’Europa ci sia lo zampino del clima, ma anche della Corrente del Golfo.
Diversa la musica oltreoceano. Tra dicembre 2024 e febbraio 2025, la britannica Real Ice ha trivellato e pompato acqua su otto siti lungo il Passaggio a Nord Ovest, poco a sud del villaggio inuit di Cambridge Bay, in Canada. In tutto, neve allagata e congelata su 250.000 metri quadrati, con alcuni punti trattati addirittura due volte. A maggio 2025 lo spessore medio nei siti lavorati a gennaio e febbraio era di 1,93 metri, contro gli 1,62 metri di tre siti di controllo.
La salamoia
Qui entra in gioco un dettaglio che potrebbe fare la differenza. Quando l’acqua di mare gela, espelle il sale sotto forma di salamoia. Il processo di ingrossamento, in pratica, scalda la lastra e la rende più salata, mentre questa salamoia drena attraverso i pori del ghiaccio.
E se il ghiaccio restasse più salato e poroso fino alla stagione della fusione? Potrebbe sciogliersi più in fretta, un po’ come quando si sparge il sale su una strada ghiacciata, teme Haas. «Non è una questione di spessore, ma di qualità del ghiaccio», taglia corto.
Andrea Ceccolini di Real Ice la vede all’opposto: quegli stessi pori di salamoia potrebbero anche drenare l’acqua di fusione e rallentare la scomparsa della lastra. Lunghi fili di sensori di temperatura calati nel ghiaccio suggeriscono che i siti canadesi si siano sciolti più lentamente della media storica, resistendo da sette a dieci giorni in più.
Ora ci vedo più chiaro. Vi sembra poco, ma gli esperimenti non drammatici si producono a piccoli passi.
Riflettere la luce
C’è poi la faccenda del colore. Entrambe le prove hanno reso il ghiaccio più brillante, e i siti di Real Ice sono comparsi come macchie bianche in mezzo all’azzurro dell’acqua di fusione nelle immagini satellitari di giugno. «Stavamo contribuendo a ridurre il riscaldamento del pianeta», sostiene Ceccolini.
Lo studio di Arctic Reflections, però, ha calcolato che l’effetto di raffreddamento compensava a malapena il riscaldamento prodotto dalle emissioni di pompe e mezzi. Insomma, il bilancio non torna così facilmente come si vorrebbe.
Funziona in piccolo. E su larga scala?
Servono ancora alcuni anni di ricerca per capire se l’ispessimento possa davvero aiutare a preservare il ghiaccio marino artico, avverte Michel Tsamados dell’University College di Londra. Sta lavorando proprio alla modellistica, sostenuto da un finanziamento pubblico britannico da 9,9 milioni di sterline che copre anche le attività di Real Ice e Arctic Reflections.
«Localmente può funzionare», dice. «E poi? Dieci chilometri? Cento chilometri? Andrebbe fatto davvero?». Gli effetti sulla fauna, dalle alghe del ghiaccio agli orsi polari e alle foche, restano un’incognita. Eppure, se la tecnica si rivelasse praticabile, un giorno 500.000 droni subacquei potrebbero rigelare un milione di chilometri quadrati di banchisa risalendo verso l’alto con tubi riscaldati, almeno secondo Real Ice. Arctic Reflections, dal canto suo, ragiona in modo più contenuto: rigelare poche aree cruciali, come gli stretti dove il ghiaccio scivola verso sud per andare a fondersi.
Non tutti, però, ci credono. L’anno scorso 42 scienziati hanno firmato un articolo in cui sostengono che la geoingegneria polare, ispessimento della banchisa compreso, sia impraticabile e rischi pure di distogliere l’attenzione dal vero nodo: tagliare le emissioni. Ma signori miei, non si deve cercare chi in questi giorni ha abolito delle norme che gravavano sulle aziende, e che ora possono sputare in aria ogni inquinante che vogliono, o quasi.
«Questa tecnica potrebbe avere un’utilità limitata come tampone su piccola scala in alcune zone circoscritte, ma non rappresenta una soluzione pratica su larga scala», sostiene Michael Meredith del British Antarctic Survey, che non ha preso parte ad alcuna delle ricerche.
Resta lì, sul tavolo, la stessa immagine di partenza: una pompa, un foro nel ghiaccio, l’acqua che gela. Gesti minuscoli di fronte a un problema enorme.
Credit (TEMPOITALIA.IT)





