Gli Stati Uniti ci hanno provato sul serio. Non è leggenda metropolitana: tra gli anni ’60e i primi anni ’70 del secolo scorso, squadriglie di aerei della Marina e del Weather Bureau – l’ente che sarebbe poi diventato la NOAA – volarono dentro gli uragani dell’Atlantico per spargervi ioduro d’argento. Il programma si chiamava Project Stormfury e durò, formalmente, dal 1962 al 1983. Aveva un antenato ancora più chiacchierato, il Project Cirrus del 1947. Il Golfo del Messico rientrava fra le aree teoricamente ammesse, ma gli esperimenti veri si fecero quasi tutti in mare aperto, lontano dalle coste abitate.
Quattro uragani in otto giorni
I numeri di Stormfury sono molto più modesti di quanto la fama del progetto lasci immaginare. Furono seminati in tutto quattro uragani, su otto giornate operative. Uragano Esther, nel 1961, funzionò da precursore: in un giorno i venti calarono di circa il 10%, il giorno successivo la semina finì fuori bersaglio. Con l’uragano Beulah, nel 1963, accadde qualcosa di più interessante, perché la parete dell’occhio si ruppe e si riformò più esterna, con i venti massimi giù di circa il 20%.
Il caso più citato resta quello dell’uragano Debbie, nel 1969: tredici aerei coinvolti, migliaia di cartucce di ioduro rilasciate, venti in calo del 31% il 18 agosto e del 15% il 20. L’ultimo tentativo toccò a Ginger, nel 1971, una tempesta troppo disorganizzata sulla quale l’effetto fu semplicemente nullo. Nessuno di questi era un uragano in fase di impatto sulla costa. Betsy, nel 1965, stava per essere seminato, poi cambiò rotta verso la Florida e i voli vennero annullati; la stampa però non lo seppe, e per un certo periodo circolò la convinzione che fosse stata la semina a spedirlo su Miami.
Che cosa si voleva ottenere
L‘obiettivo dichiarato non era dirottare la tempesta, ma indebolirla. Il ragionamento poggiava su un punto di fisica delle nubi che si spiega in poche righe. Dentro le torri convettive esiste acqua sopraffusa, cioè liquida a temperature sotto lo zero; facendola congelare si libera calore latente, e quel calore alimenta la convezione. Seminando ioduro nelle nubi appena fuori dalla parete dell’occhio, si sperava di far nascere una nuova parete più esterna. Per parziale conservazione del momento angolare i venti massimi sarebbero calati, esattamente come rallenta un pattinatore che allarga le braccia.
Bastava poco per considerarla una vittoria. Una riduzione anche solo del 10% dei venti di punta sarebbe stata un successo, perché i danni crescono molto più che linearmente con la velocità del vento. Sulla rotta, invece, erano estremamente cauti. Dopo il disastro d’immagine del 1947 vennero imposte regole strette: si seminava soltanto se c’era meno del 10% di probabilità che il centro passasse a meno di novanta chilometri circa da terra abitata nelle ventiquattro ore successive. Golfo del Messico, Caraibi e Atlantico sud-occidentale figuravano sulla carta fra le aree ammesse, ma nella pratica i candidati puliti erano rarissimi.
Il precedente del 1947 e la virata su Savannah
Il 13 ottobre 1947 un B-17 sganciò circa ottanta chilogrammi di ghiaccio secco su un uragano battezzato King, che stava uscendo dalla Florida verso il mare aperto. Il giorno dopo la tempesta compì una virata di circa 150° verso ovest e andò a colpire Savannah, in Georgia. Irving Langmuir si dichiarò sicuro al 99% che la colpa fosse della semina. In realtà la virata era già cominciata prima dell’intervento, e un uragano del 1906 aveva percorso una traiettoria del tutto analoga. Restò comunque un precedente politico pesantissimo, di quelli che si trascinano per decenni.
Perché il progetto fallì
Negli anni Ottanta arrivò la doccia fredda, e arrivò dalle osservazioni su uragani mai toccati: Anita, David, Allen e altri. Emersero due cose. La prima è che negli uragani c’è poca acqua sopraffusa e moltissimo ghiaccio naturale, quindi la semina ha ben poco su cui agire. La seconda è che i cicli di sostituzione della parete dell’occhio – una nuova parete esterna che mangia quella interna e fa calare i venti – avvengono spontaneamente. Quello che sembrava l’effetto di Stormfury era il comportamento normale della tempesta.
Non fu più possibile distinguere l’intervento umano dalla variabilità naturale. Pochissimi uragani rispettavano i criteri di sicurezza, la Marina si ritirò, e il progetto venne chiuso ufficialmente nel 1983, dodici anni dopo l’ultimo volo di semina. Restò però una montagna di dati su struttura, ciclo di vita e variabilità dei cicloni tropicali. Quegli aerei, e poi i P-3 soprannominati Kermit e Miss Piggy, migliorarono in modo concreto le previsioni di traiettoria e intensità, che all’epoca erano assai più incerte di oggi. È anche per questo che oggi sappiamo leggere con un certo anticipo perfino le traiettorie tropicali più anomale verso l’Europa.
Non un solo programma, ma un intero filone
Stormfury era soltanto un pezzo. Il campo, quello che in inglese si chiama weather modification, comprendeva semina delle nubi, soppressione della grandine, dissipazione della nebbia, tentativi sui fulmini. Project Cirrus andò avanti dal 1947 al 1952. Project Skyfire, con il Forest Service, provò dal 1953 circa al 1967 a ridurre i fulmini che innescano incendi. Project Whitetop, fra il 1960 e il 1964, puntava ad aumentare la pioggia estiva e ottenne il risultato opposto: meno pioggia nei giorni seminati. Project Skywater, promosso dal Bureau of Reclamation, dichiarava di voler portare le precipitazioni dell’Ovest americano su valori superiori del 10-20%, ma il grande esperimento randomizzato sul bacino del Colorado, fra il 1970 e il 1975, non replicò i successi precedenti. Il FACE, in Florida fra il 1970 e il 1980, diede risultati promettenti sulle singole nubi e controversi sull’area vasta. Il Congresso spese centinaia di milioni di dollari dell’epoca. Poi l’interesse federale crollò.
Popeye e il trattato che vieta l’uso ostile
Il caso documentato più pesante è Operation Popeye, condotta dall’Aeronautica statunitense fra il 1967 e il 1972 per prolungare i monsoni sul sentiero di Ho Chi Minh: circa duemilaseicento missioni e quarantasettemila cartucce di ioduro, con l’obiettivo di rendere impraticabili le piste e rallentare i rifornimenti. La vicenda emerse con i Pentagon Papers. La reazione internazionale fu la Convenzione ENMOD, firmata nel 1977 ed entrata in vigore nel 1978, che vieta l’uso militare o ostile di tecniche di modifica ambientale con effetti estesi, duraturi o gravi. La semina civile resta fuori dal divieto. Gli Stati Uniti avevano già rinunciato nel 1972 all’impiego ostile.
Che cosa si fa oggi, alla luce del sole
Dal 1972 ogni attività di weather modification sul territorio statunitense va notificata alla NOAA almeno dieci giorni prima, con multe fino a diecimila dollari per chi non segnala; i report sono pubblici. Fra il 2024 e il 2025 risultavano attivi programmi operativi in circa nove Stati dell’Ovest, soprattutto per ingrossare il manto nevoso che alimenta il bacino del Colorado. Le stime tipiche degli operatori parlano di un incremento fra il 5-15% nelle nubi adatte, non di diluvi. La WMO conta oltre cinquanta Paesi con programmi in corso. La Cina ha il sistema più esteso al mondo e rivendica cifre di precipitazione aggiuntiva che restano contestate; gli Emirati Arabi lavorano soprattutto con sali igroscopici, droni e algoritmi. L’esperimento SNOWIE, in Idaho nel 2017, è fra i pochi in cui radar e fisica delle nubi hanno mostrato in modo convincente che la semina può far cadere neve altrimenti non prodotta in quella quantità. Ordine di grandezza locale, però, non climatico. Sui rischi ambientali dell’uso ripetuto di ioduro il dibattito resta tutt’altro che chiuso.
I confini della tecnica
Un punto è essenziale e vale ancora oggi: non si creano nubi dal nulla. Si interviene solo dove l’umidità c’è già, alla temperatura giusta, e la scala utile è quella di una valle o di un versante. La semina non genera un uragano, non lo spegne e non lo indirizza a comando eventi meteo dal niente. Servono le condizini atmosferiche giuste.
Stormfury è chiuso dal 1983 e da allora non sono più stati condotti esperimenti di soppressione dei cicloni tropicali. Non produce alluvioni dal nulla. Non ha niente a che vedere con HAARP, che è un impianto di ricerca ionosferica in Alaska. E non spiega le scie degli aerei di linea, che sono vapore acqueo condensato in atmosfera fredda.
La distinzione da tenere ferma è questa: la modifica del tempo è un intervento locale e di breve durata sulle nubi, mentre la geoingegneria solare – aerosol in stratosfera, schiarimento delle nubi marine – è tutt’altra scala e comporta tutt’altri rischi. Il confine fra le due cose viene confuso di continuo, e non a caso è proprio quel confine il terreno preferito della disinformazione, come mostra il dibattito acceso su una strategia tanto ambiziosa quanto controversa e sui tentativi di raffreddare il pianeta con mezzi tecnologici. Non stupisce che oggi Washington abbia messo in piedi strumenti per monitorare le attività di manipolazione climatica non dichiarate.
Sessant’anni di tentativi hanno lasciato una lezione precisa. Contro un uragano maturo, che libera in un giorno l’energia di migliaia di bombe atomiche, qualche chilogrammo di ioduro d’argento non genera alcuna variazione di intensità e rotta, insomma, il nulla. Ha spostato tantissimo, invece, tutto ciò che quegli aerei hanno misurato mentre ci provavano.
Credit
- NOAA Hurricane Research Division – Project STORMFURY
- NOAA AOML – 70th Anniversary of the first hurricane seeding experiment
- American Meteorological Society – Project STORMFURY, A Scientific Chronicle 1962-1983
- NOAA Central Library – Weather Modification Project Reports
- UNODA – Convention on the Prohibition of Military or Any Other Hostile Use of Environmental Modification Techniques